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 2017  dicembre 12 Martedì calendario

Corriere della Sera, mercoledì 31 agosto 1994
Il generale Luigi Capello uscì male dall’inchiesta ordinata dal governo per stabilire le responsabilità degli alti comandi nella sconfitta di Caporetto. E tuttavia la Commissione d’indagine non lo censurò per le sue mancanze principali, bensì per aspetti marginali, quasi pettegolezzi, mangiava e beveva troppo, era dedito al turpiloquio, gli piacevano le donne, era duro e talvolta spietato con i dipendenti, non si curava dei sacrifici di sangue dei suoi soldati. Fu trascurato invece che quel disastro era dipeso in larga misura dalla disobbedienza di Capello. Il quale aveva in mente l’offensiva, mentre il capo di Stato maggiore Cadorna aveva ordinato di schierare le truppe in difesa della linea dell’Isonzo. Come tanti altri generali italiani indisciplinati (da Ramorino a Cialdini ad Albini...), fece di testa sua, ossia attaccò disastrosamente e per di più senza nemmeno poter comandare di persona la sua Armata, perché stava passando da un ospedale all’altro, malato di nefrite. Peggio ancora, aveva alle sue dipendenze generali mediocri (Bongiovanni, Cavaciocchi, Vanzo) o a loro volta disobbedienti (Badoglio) e di fronte il meglio in fatto di capi dei due eserciti nemici, l’austriaco e il tedesco: cioè Borocvic, Below e Dellmensingen. Degente a Verona, Capello ebbe finalmente la chiara visione della catastrofe e la consapevolezza che, responsabile in tutto o in parte, essa era avvenuta perché il nemico aveva sfondato la sua II Armata.

Con tutto questo il suo più recente biografo, Angelo Mangone, sostiene che Capello era il miglior generale dell’esercito italiano nella Prima guerra mondiale. Probabilmente è vero. Anche se, a parte Caviglia, c’era poco da scegliere, sebbene allora l’Italia in fatto di capi militari stesse meglio che nel 1940. Comunque Capello era, almeno, un generale vittorioso, perché era stato lui a conquistare Gorizia e a sfondare (per quel poco che servì ) sulla Bainsizza. Ed era, a differenza dei suoi retrivi colleghi, di idee aperte e moderne, di sentimenti democratici, abile nel lisciare i giornalisti secondo il verso giusto, facendosene da sgabello per salire nella carriera. Mangone racconta come si fosse fatto da solo, addirittura come fossero tiepide le sue simpatie monarchiche e sotterraneamente vive, invece, quelle repubblicane, come nel 1915 non fosse affatto interventista e piuttosto simpatizzasse per Giolitti. Con un simile passato ideologico poteva sperare, una volta entrato in crisi, di trovare appoggi?

La rovina di Capello non fu tanto la disfatta di Caporetto, perché in Italia non s’è mai visto punire il responsabile di nessun disastro, civile o militare che fosse. Furono invece la sua insipienza politica e la sua cieca fede di massone: perché prima scelse di scendere in piazza a fianco di Mussolini e prese parte alla marcia su Roma, sfilando in camicia nera e facendo scrivere ad Albertini che sembrava «un generale sudamericano». E poi, quando Mussolini interdisse i fascisti dall’appartenere alla massoneria, scelse senza esitare la Vedova e si mise a complottare dilettantescamente per togliere di mezzo il fascismo e il suo capo. Così finì per dare ascolto al più sconsiderato attentatore mai esistito, il povero socialista Zaniboni, il quale tra l’altro con i soldi racimolati dai fuorusciti per la sua impresa di ammazzare il Duce si comprò un’automobile e andava a spasso per l’Italia. Per realizzare il suo piano Zaniboni si alleò con una squalificata spia della questura di Roma, sicché quando il 4 novembre 1925 si accinse a sparare a Mussolini da una finestra dell’albergo Dragoni, finì in mano agli agenti prima ancora di avere puntato il fucile.

Capello aveva commesso la leggerezza di dare ascolto a un tipo simile soltanto perché la massoneria a cui apparteneva era schierata contro il fascio e perseguitata. Quindi, bisognava vendicarla. La sua complicità con Zaniboni, secondo Mangone, consisté nel dargli 300 lire per aiutarlo a scappare dopo il colpo. Trecento lire fatali. Da esse dipesero il suo arresto e, il 22 aprile 1927, la sua condanna a 30 anni, più tre di vigilanza speciale e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il vincitore di Gorizia era un uomo morto: e non vi fu nessuno dei suoi commilitoni del passato, da Diaz a Cadorna al Duca d’Aosta (e figurarsi Badoglio...) che spendesse una parola per difenderlo. Tutti zitti e allineati, guai a lasciarsi scappare qualcosa di spiacente al nuovo Padrone.

Di quei 30 anni Capello ne passò nove tra carcere duro, isolamento, ospedali e cliniche. Il suo nome era stato cancellato, il suo passato dimenticato. Restava solo lo sdegno “ufficiale” per un generale fascista che aveva preso parte alla marcia su Roma e poi s’era ribellato al capo perché per lui la massoneria veniva prima dell’ideologia, prima delle scelte politiche, prima della fedeltà al re, il quale guarda caso, era massone come lui. Mussolini non era feroce e lo fece liberare nel 1936. Per 300 lire a Zaniboni aveva pagato abbastanza. Capello passò gli ultimi anni (morì nel 1942, ottantaduenne) come tutti i generali in pensione: criticando i protagonisti di vecchie battaglie e facendo straordinari piani per le nuove, spiegando come le avrebbe combattute (e vinte) lui. Le nuove erano, purtroppo, quelle della seconda guerra mondiale.
Silvio Bertoldi