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 2008  luglio 07 Lunedì calendario

La situazione economica in Italia e nel mondo

• Il Direttore vuole che questa settimana faccia il punto della situazione economica, che lui giudica (a ragione) molto grave. «Trascura un po’» dice «la rissa tra Berlusconi e i magistrati, che tanto durerà ancora parecchio, e magari anche la Gelmini che vuole riportare i grembiuli a scuola, i giapponesi puniti dal loro governo perché sporcano la cupola del Brunelleschi, il ministro Maroni che ce l’ha con la moschea di Milano, il ministro Bondi che commissaria Pompei e tutta l’altra minutaglia che forse adesso non interessa davvero nessuno». Ho risposto: «Va bene».

• Il Direttore ha ragione intanto sul piano dell’interesse dei lettori: Mannheimer, quello che fa i sondaggi per il Corriere, ha fatto il solito, ciclico giro di domande per sapere su quali punti gli italiani si aspettano un intervento del governo, e ha constatato che al primo posto, per la prima volta da parecchio tempo, ci sono i prezzi. I prezzi sono troppo alti, la roba costa troppo. Altri dati confermano: sono cominciati i saldi e i primi dati (riguardano Roma) segnalano un calo di acquisti del 15% rispetto all’anno scorso. In un anno i consumi di pane sono calati del 5,5%, quelli della pasta del 2,5%, le vendite delle automobili sono precipitate (-19,8% a giugno), quelle dell’abbigliamento sono di fatto a -5,5%. Sull’abbigliamento c’è una proposta da dopoguerra di Michele Tronconi, vicepresidente di Sistema Moda Italia: varare per legge la rottamazione dei vestiti, cioè tu porti in negozio un vestito vecchio e ne ottieni uno nuovo scontato. Tronconi vorrebbe che si potessero dedurre dalla dichiarazione dei redditi anche gli abiti per bambini. andato a spiegare queste sue idee al ministro delle Attività produttive, Scajola. E Scajola non ha risposto di no.

• Come ormai sanno tutti, i punti di crisi sono tre: i prezzi degli alimentari e delle materie prime in genere (per esempio l’acciaio), i prezzi del petrolio, i guai delle banche. In Italia c’è un quarto elemento di crisi ed è il basso livello generale dei salari.

• L’Unione europea aveva già un sistema di dazi sui cereali importati: se arrivava, per esempio, del grano dalla Russia che costava meno del grano prodotto all’interno dell’Unione gli si imponeva un sovrapprezzo in modo da pareggiarne il prezzo al prezzo del grano interno. Questi dazi sono stati sospesi il 20 dicembre, e più o meno in quello stesso periodo sono state liberate quote di terreni che, con delibere degli anni d’oro precedenti, erano stati sottratti alla coltivazione, proprio per sostenere i prezzi. Almeno per quanto riguarda i cereali, non c’è più un problema di ”sostegno dei prezzi”, che si sostengono benissimo da soli grazie alla domanda cinese e indiana, tre miliardi di nuovi arrivati al banchetto generale, gente cioè che non s’accontenta più delle briciole. Sono in corso dibattiti – ma non ancora decisioni – sui terreni sottratti all’alimentare che sono stati destinati alla coltivazione di pannocchie d’etanolo, per esempio in Brasile. Conviene o no? L’aumento del prezzo del grano ha prodotto anche qualche effetto benefico: si sa per esempio che in Afghanistan certi contadini hanno smesso di coltivare papavero perché a questo punto può esserci un tornaconto maggiore col grano. La crisi dei cereali ha conseguenze importanti sull’allevamento dei bestiame, perché i mangimi con cui si crescono manzi o porci sono fatti di cereali. Cresce il prezzo dei cereali, cresce il prezzo dei mangimi, aumentano i costi di produzione della carne, costa di più anche la bistecca.

• Naturalmente anche qui c’è la domanda cinese o indiana, talmente forte che c’è anche stato un momento di pochi giorni in cui l’acciaio era sparito. Cinesi e indiani però pagano anche il fio della loro voracità: gli australiani a un certo punto hanno raddoppiato il prezzo dell’acciaio e i cinesi hanno pagato senza fiatare. Le difficoltà del settore auto derivano anche dai rincari di questo comparto.

• La settimana scorsa è arrivato a 146,34 dollari (sulla piazza di Londra). Aleksei Miller, numero uno di Gazprom (i russi del gas), ha detto che il traguardo dei 250 dollari per barile è più che possibile «e molto presto». Ha detto anche: quando un barile di petrolio costerà 250 dollari, mille metri cubi di gas costeranno mille dollari (invece dei 500 previsti per la fine di quest’anno). Qui le scuole di pensiero sono due: è tutta speculazione, cioè siccome c’è gente che scommette sul prezzo del petrolio tra un anno o tra dieci, ci sono altri che ne approfittano per farsi pagare subito quelle somme. L’altra scuola di pensiero dice: di petrolio ce n’è sempre meno, mentre la domanda è cresciuta (i soliti Cina e India), quindi il prezzo sale. Il comprare oggi il petrolio di domani è solo una naturale conseguenza di questo fatto. C’è però un punto: i barili di carta sono pari a dieci volte i barili di petrolio reali, il che significa che i nove decimi di questi contratti futuri non potranno essere rispettati.

• Trichet ha aumentato il prime rate di un quarto di punto. Il denaro costa adesso, all’inizio della catena, il 4,25 per cento di interesse annuo. Hanno protestato tutti, e soprattutto quelli che fino ad oggi la Banca Centrale l’hanno venerata come una Chiesa: s’è arrabbiato Sarkozy, s’è arrabbiato Zapatero, si sono arrabbiati persino i tedeschi, per bocca del ministro dell’Economia Peter Steinbrück. Il ragionamento è: se rincarano petrolio, acciaio, pane e pasta che cosa aumenti il tasso d’interesse? L’inflazione – cioè l’aumento dei prezzi – viene da fuori, non la produciamo noi! Trichet risponde che è vero, ma che l’aumento dei prezzi potrebbe indurre certi governi ad aumentare i salari, generalizzando così le spinte inflattive. Se infatti si togliessero energia e alimentari dal paniere del carovita (come fanno gli americani), l’inflazione starebbe all’1 - 1,5%. Il che significa che la spinta sui prezzi – benché gravissima – è ancora circoscritta. proprio per contrastare la spinta all’aumento dei salari che Tremonti ha messo nel Dpef un’inflazione programmata dell’1,7 e che Berlusconi – sorprendentemente, visti i precedenti – ha dato ragione a Trichet.

• Ma c’è forse un elemento – per quanto riguarda l’aumento di un quarto di punto del prime rate – che si deve prendere in considerazione: le banche, grazie a questo, potranno aumentare a loro volta il tasso d’interesse che praticano alla clientela e incassare qualche soldo in più. Le banche del mondo sono in una situazione difficilissima per via dei subprime, cioè dei mutui farlocchi distribuiti negli anni passati, crediti inesigibili che stanno mandando a gambe all’aria l’intero sistema. Avevo scritto, solo un paio di settimane fa, che a questo punto le perdite equivalgono a mille miliardi di dollari, ma Rampini – il bravo giornalsta di Repubblica – ha scritto la settimana scorsa che si tratta almeno di 1.400 miliardi. Le banche - nelle loro svalutazioni - ne hanno scontati finora per 160 miliardi, cioè un decimo del valore. A quanti crac assisteremo quando i bilanci degli istituti saranno costretti a rappresentare la verità? [Giorgio Dell’Arti]