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 2022  agosto 07 Domenica calendario

Ridley Scott, nato a South Shields (Inghilterra) il 30 novembre 1937 (81 anni). Regista. Produttore. «Creo dei mondi: che siano storici o futuristici poco importa, perché creare un mondo è comunque la cosa più interessante nel lavoro di un regista» • Secondo di tre figli, nacque in una famiglia di militari: il padre Francis Percy Scott era infatti un ufficiale del genio militare britannico, mentre il fratello maggiore Frank si arruolò nella marina mercantile, ed entrambi furono per lo più assenti durante la sua infanzia; più stretto il rapporto con il fratello minore Tony (1944-2012), divenuto poi celebre soprattutto come regista di Top Gun (1986). «In casa mia i film dell’orrore erano proibiti: i miei genitori li consideravano allo stesso livello di quelli pornografici! Vivevo a Hartlepool, una piccola città sulla costa della contea di Durham, e l’unico passatempo era andare al cinema. Per me non esisteva il cinema d’autore: guardavo di tutto, da Cantando sotto la pioggia ai film di Ingmar Bergman, Kurosawa e John Cassavetes. Il film fantapolitico e postapocalittico più bello che abbia mai visto è L’ultima spiaggia, con Gregory Peck, Anthony Perkins e Ava Gardner. È un capolavoro della fantascienza, per me pari a Il dottor Stranamore» (a Roberto Croci). «Vorrebbe seguire le orme del padre nella carriera militare, in marina, ma è proprio il genitore a incoraggiarne le doti artistiche» (Giorgio Gosetti). «Ho studiato fotografia e graphic design al Royal College of Art di Londra, perché lì il dipartimento di cinema non esisteva. Poi, durante il corso dei miei studi, ho deciso di fare un film – Boy and Bicycle del 1965 – usando una Bolex 16 mm. Mio fratello Tony faceva l’attore, il montatore e il responsabile tecnico, mio padre invece interpretava un cieco fuori di testa. Quando il British Film Institute vide il mio lavoro, decise di finanziare il film, che in totale costò 250 sterline». «La sua carriera comincia agli inizi degli anni Sessanta dirigendo per la Bbc alcuni episodi di telefilm della serie Z Cars e The Informer. Nel 1967 lascia la Bbc per fondare la Rsa (Ridley Scott Associates), una società […] di spot pubblicitari» (Renzo Oliveri). «Versato nella tecnica, abilissimo nell’uso delle luci, Ridley si fa in fretta largo nel mondo della tv e della pubblicità e la piccola casa di produzione fondata insieme al fratello minore Tony gli garantisce denaro e fama. Ma è il produttore più intraprendente del momento, David Puttnam, a dargli la chance della vita finanziando il suo primo lungometraggio, I duellanti, nel 1977. Tratto da un racconto breve di Joseph Conrad, ambientato nell’Europa napoleonica che Ridley Scott ricostruisce con geniale talento e pochi mezzi, interpretato da Keith Carradine e Harvey Keitel (due americani irrequieti e senza fissa dimora), il film viene notato e si guadagna il Gran premio della giuria al Festival di Cannes. È da tempo che il cinema inglese non vince all’estero, e Ridley Scott ottiene senza problemi un nuovo contratto: sull’onda di Guerre stellari gli affidano un thriller fantascientifico, Alien (1979). Girato negli studi vicino a Londra, impreziosito da una Sigourney Weaver intrepida e guerriera, il film ha un successo travolgente e si scava una nicchia d’eccellenza nel genere, aprendo al suo autore le porte di Hollywood» (Gosetti). «Non so chi abbia pensato, dopo aver visto il mio primo film I duellanti, che sarei stato il regista giusto per dirigere Alien. So che non ero la prima scelta: avevano già rifiutato sei registi, compreso Robert Altman. Ho trovato la storia molto interessante. […] Quando ho chiesto alla Fox di darmi 13 milioni di dollari, ho quasi perso il lavoro. Alla fine sono riuscito a farmene dare 8,5 per 16 settimane di riprese. A quel tempo ero un super fan di Jean Giraud a.k.a. Moebius, che disegnava per la rivista Heavy Metal. Guardando le sue immagini pensavo che, se fossi riuscito ad applicare il mio stile di design alle immagini cinematografiche, sarei riuscito a girare esattamente il film che avevo in testa. Ecco perché ho deciso di lavorare con artisti come H.R. Giger, che ha disegnato gli alieni, Ron Cobb, responsabile del look dell’astronave Nostromo, e Moebius, che si è occupato di costumi e tute spaziali. I costumi sono molto importanti per me: aiutano gli attori a calarsi nel ruolo». «Il film, ritenuto giustamente un classico sia della fantascienza sia del cinema horror, è probabilmente il capolavoro del regista inglese. […] Scott immortalò per primo, e in maniera indimenticabile, l’idea di un futuro corrotto e invecchiato, trattata fino a quel momento soltanto nella letteratura di genere. L’immagine che propone il film, lanciato con una tag-line che ha fatto epoca (“Nello spazio nessuno può sentirti urlare”), è più interessante della storia che racconta, ed è merito in primo luogo della regia se la vicenda narrata riesce a trascendere il genere. Con Blade Runner, diretto nel 1982, il regista acquisì definitivamente la fama di autore di culto. Tratta da un romanzo di Philip K. Dick intitolato Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, la pellicola propone una delle visioni più straordinarie, e nello stesso tempo più agghiaccianti, di un futuro ormai prossimo. Scott realizzò Blade Runner con in mente Metropolis di Fritz Lang e un’idea di regia semplice quanto efficacissima: il film è ambientato in un periodo di quaranta anni successivo all’anno in cui fu realizzato, ma ha un’atmosfera chandleriana che sembra di quaranta anni precedente. Folgorante sul piano dell’invenzione visiva e appassionante per le molteplici valenze metaforiche, Blade Runner è tuttavia meno perfetto di Alien. Qua e là riaffiora il marchio del regista pubblicitario (la colomba lasciata libera dal replicante che rifiuta di uccidere il protagonista sembra sfuggita da uno spot), e in più di un momento il film cede a un romanticismo che tende al melenso. In netta polemica con la volontà dell’autore, i dirigenti dell’epoca della Warner Bros. aggiunsero una voce fuori campo al fine di rendere più evidente l’atmosfera chandleriana e una scena conclusiva che tentava di stemperare in un possibile lieto fine la cupezza di una vicenda piovosa e disperata. Soltanto una dozzina di anni dopo Ridley Scott riuscì a far uscire la propria versione del film, che non risulta in realtà particolarmente più incisiva, anche per via del reinserimento di un goffo flashback nel quale il protagonista sogna un unicorno che galoppa nella foresta. Ancora una volta un’immagine di chiaro stampo pubblicitario. Nonostante questi difetti, Blade Runner rimane una delle opere più appassionanti, visionarie e imprescindibili degli anni Ottanta: un classico ancora imitatissimo, in particolare sul piano dell’immagine. […] Le terribili difficoltà produttive relative a Blade Runner, e il relativo insuccesso commerciale (si tratta di un film di culto più che di un vero e proprio hit), segnarono indelebilmente Ridley Scott, il quale iniziò da quel momento a percorrere una parabola discendente nella quale si evidenziavano sempre più una sconsolante superficialità di approccio e notevoli limiti culturali. La sua incursione nel genere fantasy con Legend deluse anche i fan più accaniti, mentre Chi protegge il testimone e Black Rain risultarono assolutamente di routine. A rivederlo oggi, Thelma & Louise sembra molto più modesto di quello che apparve in origine, anche se si tratta di un lavoro godibile, in linea con i tempi e per molti versi riuscito. Non si può dire lo stesso dei film che Scott diresse negli anni successivi, durante i quali toccò il fondo della propria carriera con 1492 – La conquista del paradiso, una grossolana pellicola dedicata a Cristoforo Colombo in occasione del cinquecentenario della scoperta dell’America, e, peggio ancora, con l’imbarazzante Soldato Jane, al servizio di Demi Moore aspirante Rambo. Appena migliore il risultato ottenuto con L’Albatross, una specie di Attimo fuggente in chiave marinara, che se non altro si avvaleva di una buona interpretazione di Jeff Bridges e di una serie di scenari incantevoli. Ma anche in questo ultimo caso il film risentiva di una notevole mancanza di personalità e impallidiva al confronto con quelli realizzati dallo stesso autore a cavallo degli anni Ottanta. L’annunciato ritorno di Ridley Scott al grande cinema con Il gladiatore ha riacceso le speranze dei fan della prima ora. […] Il gladiatore è uno spettacolo violento come i personaggi che descrive e grandioso come il periodo in cui è ambientato, realizzato con una notevolissima padronanza tecnica e un totale disinteresse – potremmo dire dispregio – per qualunque verosimiglianza storica o geografica. Da un punto di vista commerciale, si tratta di un’operazione assolutamente ineccepibile. […] Da un punto di vista del plot, il film propone un archetipo classico, infinitamente sfruttato dal cinema in passato: l’eroe viene umiliato e offeso (in questo caso al punto di diventare schiavo); riconquista la propria forza e la propria dignità attraverso la violenza dopo una serie di dolorose vicissitudini; incontra chi è causa di tutti i suoi mali e, finalmente, si vendica. I dialoghi stentorei (“Mi chiamano Gladiatore”, “Al mio segnale scatenate l’inferno!”) e i goffi sub-plots previsti dalla sceneggiatura di David Franzoni aggiungono ben poco a questo schema, che risulta efficace soltanto quando rimane all’interno del genere e delle convenzioni. […] Per tutta la durata del Gladiatore, si ha l’impressione di vedere un film notevole sul piano spettacolare ma decisamente derivativo, che non riesce a reggere nessun tipo di analisi» (Antonio Monda). «Da lì in avanti, ormai produttore di successo e padrone del suo genio creativo, Ridley Scott cavalca l’onda a risultati alterni, ma sempre con l’attenzione della critica o del pubblico. Lavora spesso con il suo beniamino Crowe, sperimenta generi e modalità (compreso il film-documento per YouTube La vita in un giorno del 2011), è un re Mida della serialità televisiva e ritorna più volte ai suoi generi prediletti: il cinema di guerra (Black Hawk Down), quello storico (Le crociate), il kolossal (Exodus – Dèi e re), il noir (American Gangster del 2007), la fantascienza (Prometheus e The Martian); da produttore rivisita anche il suo capolavoro, Blade Runner, con il recente sequel di Denis Villeneuve» (Gosetti). Particolarmente acclamato, tra gli ultimi lavori, Sopravvissuto – The Martian (2015). «Era dai tempi di American Gangster che Ridley Scott non indovinava un film: la professionalità non veniva mai meno, ma i risultati facevano rimpiangere il regista del passato. Possibile che Prometheus o Exodus fossero farina dello stesso sacco da cui erano usciti Hannibal, Thelma & Louise, Black Rain e soprattutto il terzetto di titoli con cui si era aperto trionfalmente la strada: I duellanti, Alien e Blade Runner? Possibile che avesse perso la mano? Anche Sopravvissuto – The Martian poteva sollevare qualche dubbio preventivo: un film di 141 minuti con un solo protagonista, un astronauta abbandonato su un pianeta deserto che può comunicare solo con se stesso… E invece le due ore e venti di proiezione scivolano via senza intoppi, mentre i momenti di suspense si alternano all’ironia (sì, si può ridere anche soli nello spazio), e lo spettatore si ritrova a parteggiare per il povero naufrago stellare mentre Ridley Scott allestisce uno spettacolo degno della sua fama» (Paolo Mereghetti). Discreta anche l’accoglienza riservata ad Alien: Covenant (2017), concepito come antefatto intermedio della saga di Alien, tra Prometheus (2012) e il primo Alien (1979). «Narra la storia di un equipaggio alla ricerca di un pianeta abitabile per cominciare una nuova colonia umana, ma quello che sembra un paradiso si rivelerà un mondo insidioso e pericolosissimo. […] “Non ho mai voluto fare un sequel, ma uno dei vantaggi di avere una certa età è il fatto che puoi cambiare opinione e nessuno si azzarda a romperti le palle. Ho deciso di fare Prometheus perché non potevo credere che, dopo quattro Alien, nessuno si fosse mai chiesto l’origine di questi alieni. Eppure è una domanda abbastanza naturale, soprattutto quando si rivelano così minacciosi. Ovviamente, dopo aver aperto il cosiddetto vaso di Pandora, ho iniziato a farmi altre domande, alcune delle quali trovano una risposta in Alien: Covenant. Questo è un film che affronta argomenti come mortalità e immortalità, continuando a esplorare il concetto delle nostre origini: chi siamo e da dove veniamo» (Croci). Si è rivelata un grande successo la sua ultima pellicola, Tutti i soldi del mondo (2017), incentrato sulla vera storia del sequestro di Paul Getty III, nipote del petroliere miliardario fondatore della Getty Oil. La lavorazione del film era stata particolarmente travagliata: «Scott ha sostituito in extremis Kevin Spacey — travolto dallo scandalo per le molestie sessuali — con l’87enne Christopher Plummer nei panni di Getty senior. Cast e troupe sono tornati in fretta e furia sui set romano e londinese, e in poco più di una settimana sono state rigirate 25 scene, montate a velocità supersonica in tempo per la proiezione per i Golden Globes. […] Racconta Tom Rothman, il gran capo della Sony che ha prodotto il film: “Quando Ridley mi ha comunicato la sua intenzione, gli ho detto: idea geniale, ma irrealizzabile. ‘Ce la posso fare’, ha detto lui, e infatti nessun ventenne avrebbe avuto l’energia per fare quel che ha fatto lui a 80 anni appena compiuti”. […] Signor Scott, quando e perché ha deciso di sostituire Kevin Spacey? Non ha proprio sentito il bisogno di chiamarlo per avere la sua versione dei fatti? “La notizia mi ha sconvolto e non ci ho pensato su tanto. Francamente mi aspettavo che il signor Spacey avrebbe alzato il telefono per dirmi quello che voleva. Ma non mi ha chiamato lui, e neppure i suoi agenti. Così mi sono sentito libero di muovermi”. […] È stato stressante girare di nuovo? “Niente mi stressa, mia cara. Tanto che sto già lavorando al mio prossimo film!”» (Silvia Bizio) • «Scott è anche responsabile della rivoluzione stilistica dei commercial televisivi: […] celebri e super-premiati quelli per Apple Computer, American Express, Chanel e Pepsi. È riuscito persino a convincere Gérard Depardieu a girare uno spot di 45 secondi per la pasta Barilla: la star francese si esibiva in una spaghettata con pomodori, aglio e basilico pur di lavorare con quel mago di Ridley Scott» (Alessandra Venezia) • Due figli, Jake (1965) e Luke (1968), entrambi registi, dalla prima moglie; una figlia, Jordan (1977), fotografa e regista, dalla seconda. Da tempo Scott è sentimentalmente legato all’attrice costaricana Giannina Facio (classe 1955), che ha impiegato nella maggior parte dei suoi film a partire dalla metà degli anni Novanta • Non credente (si dichiara alternativamente ateo o agnostico). «Tutti gli Alien diretti da me sono legati al mio credo nell’esistenza di forme extraterrestri. Non credo nel fatto che siamo “semplicemente” il risultato di un incidente biologico. Credo in uno spirito supremo: c’è chi crede nell’esistenza di Dio e chi, come me, in altre specie viventi. Sul nostro pianeta abbiamo ancora più dell’80% delle specie da classificare; persino il posto dove abitiamo per noi è ancora un mistero. Se guardi la complessità dell’Universo, è assurdo pensare di essere l’unica forma vivente e pensante, eppure nel 1979 nessuno credeva negli alieni. Per me è più facile credere alla possibilità dell’esistenza di milioni di pianeti come il nostro che alla teoria dell’evoluzione» • «Avido fumatore di sigari e grande estimatore di malt liquor» (Croci) • «È un inglese solido, un po’ arrogante, discendente da militari di carriera, che non ha paura di niente e fa solo quel che gli piace. […] Ha alternato film grandi e belli con film più comuni. Tutti hanno comunque le sue caratteristiche: talento visionario, qualità dello spettacolo e degli effetti speciali, estetica particolare di forme culturali contemporanee, civetteria delle citazioni letterarie, attenzione ai segni psicoanalitici, accuratezza di realizzazione, ottima direzione degli attori, nessuno snobismo verso il successo di pubblico e l’esito commerciale del film. Il raro equilibrio d’autore si unisce a una passione profonda per quanto fa: ogni suo film, anche minore o impasticciato (come Legend, come La conquista del paradiso), ha fascino, dà emozione, prende, a volte fa piangere o mette spavento» (Lietta Tornabuoni). «Più che un grande autore, […] un grande pubblicitario prestato alla settima arte» (Monda) • «La pubblicità è stata la mia vera scuola! Quando ho girato il mio primo film, I duellanti, avevo alle spalle l’esperienza di almeno duemila spot. Sono orgoglioso di arrivare da lì e non da una scuola di cinema. Lì ho imparato davvero il mestiere. […] la domanda che un regista deve farsi alla fine di un lavoro, che sia un kolossal di quattro ore o un corto di pochi minuti, è sempre la stessa: “Sono riuscito o no a comunicare qualcosa?”». «Entro nella realtà del film in modi diversi e una delle vie principali è la creazione dei set, perché sono soprattutto un designer. È un procedimento ovvio, ma proprio dalla ricerca scenografica e dei costumi mi arrivano tutte quelle informazioni sulla vita quotidiana politica e sociale in cui inserisco poi i personaggi e le loro storie». «Quando hai delle limitazioni, sei molto più creativo e innovativo. Troppi effetti digitali rovinano il mistero del film. Quando si può, meglio usare quelli vecchio stile. Per esempio, nel primo Alien l’idea di avere l’androide Ash con il sangue bianco mi è venuta sul set. Gli abbiamo messo delle gocce di latte sulla fronte ed è diventato subito terrificante. Sono sempre del parere di non esagerare con gli effetti: less is more». «Mi piace cambiare. Quando finisco di fare una cosa, ho subito bisogno di andare altrove».