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 2020  luglio 31 Venerdì calendario

Enrico Mentana, nato a Milano il 15 gennaio 1955 (64 anni). Giornalista. Direttore del Tg La7 (dal 2 luglio 2010). Fondatore e direttore (1992-2004) del Tg5. Conduttore televisivo. «Sono un mio estimatore» • Crebbe nel quartiere milanese del Giambellino. «Mia madre era ebrea, e a 12 anni era rimasta chiusa e nascosta per molti mesi in un casolare isolato. Papà, sorpreso dall’8 settembre, era andato con i partigiani in montagna». «Mio padre Franco lavorava alla Gazzetta dello Sport, tornava a casa per cenare tutte le sante sere e la domenica mi portava a San Siro. Era il nostro rito. Lo pagavano per scrivere di calcio. A me sembrava facesse il mestiere più bello del mondo. […] Da ragazzo leggevo i giornali dalla prima all’ultima riga e, proprio come lo stolto di Cristo si è fermato a Eboli sapeva le formazioni di calcio a memoria, io conoscevo anche le firme dei corrispondenti più oscuri. Ero uno scemo simile. I compagni di liceo mi prendevano in giro: “Enrico, chi scrive da Biella oggi?”. […] Forse era una forma di autismo, ma al tempo stesso era vera passione. […] A scuola non ero un secchione, ma quello che studiava affannato la notte prima degli esami» (a Malcom Pagani). «E nel ’68? “Facevo la quarta ginnasio. Tutti eravamo nel vento della contestazione. Io andai col Movimento socialista libertario, un piccolo gruppo anarchico, con sede in via Scaldasole. C’era con noi anche il giudice Guido Salvini. C’erano anche persone che poi hanno fatto la scelta del terrorismo. Tanto è vero che Ferrandi, un compagno di lotte – lotte molto larvate –, divenne uno di quelli che spararono quando fu ucciso un agente a via De Amicis. E fu proprio il giudice Salvini a raccogliere la sua confessione”» (Claudio Sabelli Fioretti). «“Naturalmente io ho sempre pensato di fare il giornalista. Per via di mio padre e del mio amore, della mia ammirazione per lui. Nel ’73, a diciott’anni, entrai alla Gazzetta dello Sport come correttore di bozze…”. Il primo articolo che corresse? “Un articolo di mio padre”. C’erano errori? “No, non c’era neanche un errore”» (Giorgio Dell’Arti). Dopo essersi diplomato al liceo classico Alessandro Manzoni di Milano, s’iscrisse alla facoltà di Scienze politiche della Statale, senza però laurearsi. «All’inizio degli Ottanta venni assunto al Tg1. Dirigevo un giornale giovanile legato ai socialisti: si chiamava Giovane Sinistra. Un mio amico, Pasquale Guadagnolo, stava per lasciare il Tg1 per andare ai servizi parlamentari della Rai, e così mi propose di entrare in Rai al suo posto. In quel momento era direttore del telegiornale Emilio Rossi, che era stato il fondatore del Tg1. Andai a Roma, feci il colloquio con lui. Era il 12 settembre del 1979. […] Tre mesi dopo quel colloquio al Tg1 entrai in Rai come redattore agli esteri. Ho fatto per otto anni quel mestiere in quella redazione, dove i miei compagni di banco erano Vincenzo Mollica, Fabrizio Del Noce, Alberto Michelini e tanti altri. Mimun arrivò tre anni dopo» (ad Alain Elkann). «Della raccomandazione di Martelli che mi dici? “So benissimo che ero raccomandato dai socialisti. Ma […] non sono uno di quei giornalisti che stazionano a Montecitorio”. […] C’è chi dice che sei stato assunto da Martelli e rimosso da Craxi. C’è chi dice che sei stato assunto da Craxi e rimosso da Martelli. “Sono stato rimosso da vicedirettore del Tg2 per colpa mia”. Quale colpa? “Non sapevo e non volevo fare quella roba lì: […] un giornale in cui bisognava sempre parlare dei socialisti come al Tg1 si parlava sempre dei democristiani e al Tg3 dei comunisti”. Insomma, ti ha rimosso Craxi. Ma chi ti ha assunto? “Chi faceva queste cose era Martelli”. […] Così sei arrivato al Tg1. “E non ho mai intervistato Craxi. Mai”. E pubblicità per Craxi? “Mai. La cosa più pacchiana”» (Sabelli Fioretti). «La concorrenza era, in quegli anni, tra il Tg1, democristiano ed istituzionale, e il Tg2, laico e di sinistra. La lottizzazione non è un percorso perfetto. Ma Rossi e Fava volevano intelligentemente far fiorire un po’ di contraddizioni intelligenti all’interno del loro telegiornale. Dopo, successe di tutto. Emilio Rossi se ne andò, Franco Colombo durò pochi mesi perché fu travolto dallo scandalo P2. Poi ci fu la reggenza di Emilio Fede, che fu il primo a mettermi in video. Nell’89 andai a fare il vicedirettore del Tg2 di La Volpe. Era la tv di Craxi. Infatti durai poco più di un anno, e fui rimosso e pagai il debito della lottizzazione. Non facevo più niente: avevo 36 anni ed ero senza occupazione. […] Io sono andato a Mediaset perché mi fu offerta un’occasione che nessun giornalista avrebbe rifiutato: creare un tg ex novo». «Il 13 gennaio 1992 se lo ricorda? “Prima edizione del Tg5. Mi venne offerta un’occasione incredibile. Potevo assumere chi mi pareva, e lo feci. Puntai sui giovani ed edificammo un telegiornale alternativo a quelli paludati e prigionieri della politica che andavano in onda sulla Rai. Erano attaccabili. Erodibili. Bisognava solo trovare qualcuno che lo facesse. Avevo due regole che valevano per tutti”. Quali? “La prima era che i miei giornalisti, 40 in tutto, per usare un termine orrendo dovevano essere ‘multitasking’. Scambiarsi di ruolo. Saper fare ogni cosa”. E la seconda? “Dovevano stare lontani dal corridoio. Il vero nemico del giornalismo è il corridoio. L’antro in cui ci si lamenta e si parla male del collega per noia o frustrazione. Io li mandavo in onda dalle 6 di mattina alle 9 di sera. L’occupazione è un ottimo antidoto alla cattiveria gratuita sussurrata di fronte alla macchinetta del caffè”. […] “Diedi grande spazio alla cronaca. Alle storie eccezionali che capitavano alle persone normali. C’era quello spazio, e lo occupammo. Poi la cronaca venne monopolizzata da Mario Chiesa, dalle tangenti e dal crollo della Prima Repubblica, e ci trovammo a lavorare su tutto un altro film. Raccontammo tutto senza guardare in faccia a nessuno, che era esattamente ciò che la Rai, per ovvie ragioni politiche, non era in grado di fare”. Superaste il Tg1 fin dalla prima sera. “Dopo un anno, Adriano Galliani, un signore che, più in là del suo ruolo nel Milan, disbrigava per Mediaset anche alcune questioni operative, mi chiese di cosa avessi bisogno. Se volevo un aumento. ‘Vorrei un corrispondente a Torino e uno a Bari’, risposi. Non avevamo abbastanza elementi. Pensi che a Palermo, nel ’92, per coprire la stagione delle stragi di mafia, fummo costretti a ingaggiare un ragazzino. Quel ragazzino era Salvo Sottile”. Con Berlusconi il rapporto è stato alterno. […] “Le cose sono sempre più complicate di quanto appaiano in prima battuta. Pensi a quest’uomo, ai tempi già molto spregiudicato, che mi assume per fare un telegiornale da zero e non mi dice ‘Aiutiamo Bettino’, ma soltanto: ‘Faccia il giornale più libero che può’. E poi pensi a questa stessa persona che due anni dopo scende in campo e si candida alla guida del Paese. Berlusconi è sempre stato ambivalente. […] Nel provare a convincerti dell’esattezza del suo punto di vista. Nel godere a sostenere la genuinità della sua ascendenza libertaria. ‘Sì, sono Berlusconi, ma sono anche l’editore di Gomorra, lo stesso che ha messo Mentana a dirigere il mio telegiornale di punta’”. Le dava fastidio? “No, nella mia situazione specifica caso e necessità si sono mischiati. Il caso è stato il successo. Andavamo bene, e nessuno come il padrone di una società calcistica sa che ‘squadra che vince non si cambia’. La necessità invece confinava con la paraculaggine. Se hai una rete in cui si muovono Ricci e Costanzo, con un tg che dà prima di tutti gli altri la notizia che il tuo editore è indagato per mafia, farti passare per illiberale è dura”. Quindi si è sentito libero in Mediaset? “Fino a un certo punto del percorso, con Confalonieri come garante, ho fatto il cazzo che mi pareva. Per questa ragione non ce l’ho mai avuta con l’editore Berlusconi, e fino a quando è stato possibile, pur essendo stato destituito dal Tg5, rimasi in azienda e mi diedi un’altra occasione con Matrix. Solo dopo il quadro si immalinconì e si corruppe. Come succede in una coppia non più felice, in cui ogni pretesto può portare alla separazione”» (Pagani). L’11 novembre 2004, infatti, Mentana era stato sostituito da Carlo Rossella alla direzione del Tg5, accettando però poco dopo l’incarico di direttore editoriale di Mediaset, per poi cimentarsi, il 5 settembre 2005, nella conduzione di un nuovo programma di approfondimento giornalistico su Canale 5, Matrix. L’epilogo giunse alla quarta stagione della trasmissione, il 9 febbraio 2009, quando, all’indomani della morte di Eluana Englaro (1970-2009), protagonista di un caso estremamente controverso e per mesi al centro delle cronache e del dibattito politico, Mentana rassegnò le proprie dimissioni dalla carica di direttore editoriale di Mediaset, in quanto la sera prima la rete aveva rifiutato di ridiscutere la programmazione in prima serata del Grande Fratello per dar spazio a uno speciale di Matrix sulla vicenda. L’azienda colse l’occasione per rescindere ogni rapporto con Mentana. «Tutti, […] a Segrate, a Cologno Monzese, al Centro Palatino di Roma, spiegano che goccia a goccia il vaso s’era riempito. Lo sostengono tutti tranne i dirigenti massimi, quelli che hanno deliberato la conclusione della lunga storia di Mentana a Mediaset. Dicono che la lettera con cui Mentana contestava la determinazione di non mandare in onda un Matrix speciale sul caso Englaro (anticipato o con finestre nel corso del Grande Fratello), e parlava di “scelte che tolgono credibilità”, è stata uno sfregio intollerabile. “Per noi era un lustro avere uno come Mentana, uno che sventolava la bandiera della sua indipendenza, che non si dichiarava berlusconiano”. Quella lettera è stato un ceffone nel buio, dicono. Però, quando nel 2001 Roberto Colaninno e la Telecom si presero La7, Mentana era lì lì per mollare Mediaset, e con lui Lamberto Sposini e Massimo Corcione. Chi lavorava al Tg5 sostiene che il rapporto quasi filiale fra Mentana e Fedele Confalonieri si ruppe. “Mai mettersi contro uno nato nel quartiere Isola di Milano”, dicono. Poi i due ricucirono, ma non fu più come prima. […] Mentana […] da direttore del Tg5 ha spesso scavalcato il Tg1, con Matrix ha spesso scavalcato Porta a porta. Ma quanto poteva durare la sua sfacciataggine nel levare la parola a Berlusconi durante un’intervista a Matrix (e in campagna elettorale!), nell’ammiccare col nemico numero uno, Antonio Di Pietro, nello sfruculiare la hostess del Grande Fratello sulle sue frequentazioni a Palazzo Grazioli?» (Mattia Feltri). In seguito, per un anno e mezzo, Mentana stentò, a causa di una serie di veti incrociati, a trovare una nuova collocazione, prima di approdare alla direzione del TgLa7, il 2 luglio 2010, sostituendo Antonello Piroso. «In Passionaccia [libro autobiografico di Mentana, pubblicato presso Rizzoli in prima edizione nel 2009 e in seconda nel 2010 – ndr] racconta che, alla vigilia del suo approdo a La7, Berlusconi a sorpresa le offrì di rientrare in Mediaset. Che cosa successe? “Me lo trovai di fronte per caso alla festa del 2 giugno al Quirinale. Mi disse: ‘So che sta per firmare con La7. Io preferirei che tornasse a Mediaset. Non ho avuto nulla a che fare con il suo allontanamento e credo sarebbe giusto chiudere quella ferita. La chiamerà mio figlio’. Puntuale, la telefonata di Piersilvio arrivò il giorno dopo. Quando lo incontrai a Cologno era emozionato perché l’indomani sarebbe nato suo figlio. In quel clima festoso fu più facile dirgli di no quando mi offrì tutto quello che c’era da offrire”. Che cosa? “Non importa. Già sei mesi prima Confalonieri mi aveva proposto di tornare, ma non mi garantiva l’autonomia che chiedevo”» (Sara Faillaci). Immediato il successo del suo TgLa7, di cui Mentana stesso volle condurre consecutivamente per i primi cento giorni l’edizione di prima serata, contribuendo così in modo determinante a quadruplicarne gli ascolti nell’arco di pochissimo tempo. «Mentana, come ha fatto?  “Sono arrivato nel momento giusto. La gran parte del pubblico riteneva ormai che alle otto di sera, ora canonica del tg, i notiziari fossero troppo simili tra loro e troppo indulgenti nei confronti del premier [Berlusconi – ndr]”. Quindi? “Ho proposto un tg direttamente in competizione con Tg1 e Tg5: doveva dare le notizie che gli altri non davano, essere percepito come libero. Avremmo abbandonato le ‘soft news’, i servizi leggeri e di costume, e puntato sulle ‘hard news’, la politica. La svolta c’è stata con il giallo di Avetrana: gli altri sono andati tutti in quella direzione, noi abbiamo deciso di staccarci, di occuparci di Pdl e Pd”. Ma senza essere noiosi: come ci riesce? “Mi concentro sulla conduzione per realizzare un prodotto da cantastorie. C’è un prologo – a volte un editoriale, a volte un’anticipazione di uno dei servizi – che serve a far arrivare la gente, visto che La7 non ha un pubblico consolidato già lì ad aspettarci. Poi accompagno il telespettatore attraverso i principali fatti della giornata cercando di spiegarli in maniera chiara, equilibrata. […] C’era spazio per rifare un tg come era […] prima che a cambiarlo arrivasse un vento a cui io, con la nascita del Tg5, ho fortemente contribuito”» (Faillaci). Negli anni successivi, ha consolidato gli ottimi risultati con un programma di approfondimento giornalistico, Bersaglio mobile, e con una serie di speciali in diretta dedicati a scrutini elettorali o referendari o ad altri eventi nazionali o internazionali di particolare rilievo, la cui eccezionale durata li ha resi noti come «maratone». «È sempre appassionante vivere eventi che danno la sensazione di poter cambiare la storia. […] Quando mi chiedono come faccio a fare quelle maratone di nove ore di notte, rispondo che sarebbe più difficile stare a casa a guardarle. […]  La maratona è raccontare le cose mentre succedono, con la cucina a vista» (a Carlo Riva). Il successo riscosso in particolare presso il pubblico più giovane l’ha indotto, da ultimo, a fondare il giornale informatico Open, realizzato da giovani redattori per giovani lettori: nel suo primo editoriale, pubblicato il 18 dicembre 2018, Mentana ha definito la sua nuova creatura «un post-giornale», «aperto al nuovo, alle contaminazioni, aperto 24 ore al giorno, aperto ai contributi e alle critiche», nato per «avvicinare a un’informazione puntuale e continua le nuove generazioni che hanno un rapporto diverso con l’informazione». «“Ci sono intere generazioni sacrificate, e, siccome abbiamo una responsabilità, ho sempre pensato che sarebbe stato giusto per giornalisti in là con l’età, che hanno sempre guadagnato bene e continuano a guadagnare bene, ridistribuire almeno in parte questa fortuna. Da qui l’idea di creare un giornale online fatto dai giovani, investendo in proprio e senza volerci guadagnare. […] All’inizio ci metterò tanti soldi miei: se sono fortunato, andrò in pari; se guadagno, assumerò altri giovani”. E se va male? “Ci rimetterò del mio, che è sempre spiacevole, ma almeno potrò dire di averci provato”. […] “Il target di riferimento è, sì, quello dei giovani, per di più istruiti, che vogliono tenersi informati, ma è una categoria di giovani adulti che si può benissimo ampliare. […] Insomma, non ci fermeremo a fare qualcosa di semplicemente giovanilistico”» (a Marco Mancini) • «Lavoro sempre: oltre alla tivù, c’è anche la radio. Non sto a contare le ore. […] Se uno fa il giornalista, vive lavorando e lavora vivendo. Il privilegio di fare un lavoro che piace è proprio questo. Il nostro è un lavoro per cui ti pagano se stai guardando una partita di calcio» • Quattro figli da tre donne diverse: due, Stefano (1987) e Alice (1994), da altrettante relazioni giovanili; gli altri due, Giulio (2006) e Vittoria (2007), dall’ex moglie Michela Rocco di Torrepadula (classe 1970), nota soprattutto in quanto Miss Italia 1987. Dal 2013 è sentimentalmente legato alla giornalista Francesca Fagnani (classe 1976). «Diciamo che in questo campo ci sono due possibilità: o hai la fortuna di incontrare la donna della tua vita e ci resti insieme per tutta la vita; oppure decidi di cambiare, e, se cambi, è facile che poi cambi ancora. Si rompe l’ideale di perfezione» (a Piero Degli Antoni) • «Si professa cattolico ed ebreo: come si fanno a conciliare due religioni affini ma anche distanti? "Non mi professo: sono figlio di mamma ebrea e papà cattolico. Credo che spesso le religioni rappresentino un fatto culturale: non posso pensare che esista un Dio giusto o sbagliato a seconda di dove nasci. Bisogna rapportarsi al proprio credo in modo individuale, è giusto cercare Dio in una chiesa come in una sinagoga"» (Degli Antoni) • «Tu nasci in una famiglia di sinistra. Tuo padre lavorava all’Unità ed era comunista. “Nel ’56, quando io avevo un anno, lasciò l’Unità. In seguito è tornato a votare Pci”. Tu invece? “Mi sono sempre considerato un libertario”. […] L’ultimo voto? “Nel ’92, ai socialisti”» (Sabelli Fioretti). Da allora sostiene di non aver più votato, con un’unica eccezione: «Sono tornato alle urne solo nel 2006 e ho posto una croce sul simbolo della Rosa nel pugno. Dopo pochi mesi, vedendo all’opera il centrosinistra, m’ero già pentito». «Non è soltanto una scelta dettata dalla volontà di rimanere equidistante. Non è neppure l’astinenza del prete, e nemmeno un dogma. Diciamo che, se li conosci da vicino…» • «Sono testimone del fatto che Berlusconi non è un angelo e non è un diavolo. Senza di lui non avrei fatto il Tg5 e sarei probabilmente finito nel gorgo della lottizzazione Rai. Se non ci fosse stata alternativa all’informazione canonica, ne avremmo patito tutti. Un ruolo trainante, Berlusconi l’ha avuto eccome» • «Per me passare dal giornalismo alla politica è una deminutio capitis. Credo che il nostro lavoro sia superiore a quello della politica. Me l’hanno proposto molte volte, ma ho sempre rifiutato» • Interista • «Per tanto tempo mi sono addormentato sognando di correre la maratona olimpica, e di vincerla. […] Ho capito che non lo avrei mai più fatto, e così è stato, nel momento in cui vidi Stefano Baldini entrare da trionfatore nello stadio di Atene. […] Dopo 25 secoli, nella serata di chiusura dei Giochi 2004, quell’itinerario mitico si era fatto una bellissima realtà per noi italiani» • Non ha mai avuto la patente automobilistica. «Vedevo che tutti si arrabbiavano in macchina, e a me piace molto camminare. Mi piaceva anche quando ero un ragazzo. […] Siamo la civiltà dell’automobile, […] non dobbiamo mica avere un’auto per uno. Quella era l’emancipazione di un’altra Italia» • Battutista impenitente. «Tutto ciò che ti fa staccare almeno per un istante dalla serietà porta con sé dei meriti. Non mi sono mai fatto una canna, se non per provare, più di 30 anni fa, ma amo l’aspetto ludico dell’esistenza e non me lo sono mai negato. Scherzo, gioco alla Playstation e ho imparato che l’ironia è importante, ma l’autoironia è fondamentale. L’ho sempre praticata e applicata anche alle mie manie» • Controverso il rapporto con gli aggregatori sociali. Tuttora presente e attivo su Facebook, nel 2013 abbandonò polemicamente Twitter, stigmatizzando i «webeti» che insultano facendosi scudo dell’anonimato. «Twitter mi aveva coinvolto. Era diventato un lavoro, e io di lavoro, tra tg, radio e riviste, ne ho in abbondanza. Non stimo, però, chi si celebra sui social, e non sopporto chi li usa per insultare»» (a Gabriele Parpiglia) • «“Quando mi regalarono il mio primo registratore, il Geloso, mi sembrò di essere in rampa di lancio a Cape Canaveral. Oggi i bambini sono ipertecnologizzati e hanno lo smartphone a 7 anni. È meglio? È peggio? Non lo so. So che la mia generazione è cresciuta in un mondo diverso. C’era la politica. C’erano le assemblee. C’era una gara a conoscere di più e a primeggiare con la parola per smania di sapere, bisogno di autostima, necessità di far colpo sulle ragazze. C’era un bagaglio di nozioni e di ideali da mettere al servizio di qualcosa. Abbiamo fatto l’unico lavoro che ci permetteva di non sapere un cazzo di niente e tutto di tutto. Il mio. […] Non abbiamo cambiato il mondo, ma ci siamo dati gli strumenti per raccontarlo. In fin dei conti, un prolungamento e un’appendice di quel sogno. Siamo a contatto con i fatti”. […] Ha molti amici giornalisti? “Ho pochi amici in generale e nessun giornalista tra loro. Ho buoni rapporti con i miei colleghi, ma gli amici veri sono un’altra cosa. Nel nostro mestiere è tutto un ‘Ciao, come va?’. Non ho mai creduto a quelli che hanno 100 amici. ‘Amico’ è una parola seria. Per contare i miei, basta la mano destra”. […] Mentana, dicono, è vanesio. “Verissimo. Anzi, a tratti direi molto vanesio. Ma, credo, capace di moderazione. Devi stare attento alle trappole. Amare te stesso non significa amare il giornalismo. Io, ad esempio, non mi rivedo mai”» (Pagani). «In chi fa questo mestiere c’è una componente di vanità, di narcisismo, di autostima e anche di autoindulgenza. Io eccedo in autoindulgenza: non mi riguardo perché sono sicuro di me» • «È il più bravo. Nessuno come Mentana ha saputo interpretare il ruolo del conduttore: per ritmo, per senso della notizia, per autorevolezza» (Aldo Grasso). «Mentana è una star, è la Wanda Osiris del giornalismo» (Fedele Confalonieri). «“Mitraglia” è un bravo televisionista, ma ha un difetto: è sempre stato un tantino presuntuoso, troppo sicuro di se stesso» (Gianpaolo Pansa). «Ce l’ho su con Enrico Mentana. Gli voglio bene, è un vecchio amico. Ma come televisionista egregio, bravo, abile, non lo sopporto. È quel che si dice un uomo di mondo. Sa tutto o quasi tutto delle tentazioni e complicazioni della politica e del potere. Sa che potere e politica sono dovunque, forse perfino nella nostra anima. […] E allora perché è grillino? Peggio: perché lo è senza dirlo? Perché da anni arrangia una spericolata e vivace campagna di promozione della ditta Casaleggio e Associati e del suo comico mentore? E perché procede dissimulando?» (Giuliano Ferrara) • «Sono l’ultimo a continuare a fare quello che facevo venticinque anni fa. Sono come un arbitro di calcio longevo. Forse il livello del gioco e del campionato si è abbassato, e quindi l’arbitro sembra più bravo». «Nell’informazione non si capisce chi avrà la supremazia. Un tempo era la stampa, poi è cresciuta la televisione. Ora si guarda al web, al satellite o ai social network. Ma nessuno sa se e come la gente si informerà. […] I protagonisti dell’informazione sono tutti coloro che possono darti una testimonianza nel mare magnum dei social, dell’informazione diffusa. Le nostre ricette sono ormai antichissime, e le modalità di imposizione della gerarchia giornalistica antidiluviane. La nuova frontiera è separare i fatti dai fattoidi. Lo sforzo dell’informazione di qualità è separare la notizia che è alla portata di tutti da un’interpretazione credibile. […] È ormai un lavoro di secondo grado. Non è più l’annuncio che è morto il tale, ma spiegare perché, chi era, quali sono le conseguenze» • «C’è almeno un vantaggio nell’invecchiare? "Sì. Vuol dire che non sei morto"» (Degli Antoni).