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 2020  luglio 31 Venerdì calendario

Andrea Agnelli, nato a Torino il 6 dicembre 1975 (43 anni). Imprenditore. Dirigente sportivo. Presidente della Juventus (dal 19 maggio 2010). Presidente dell’Associazione dei club europei (dal 5 settembre 2017). «La vittoria è nel Dna della Juventus: la storia ci obbliga a vincere» • Secondo figlio di Umberto Agnelli (1934-2004) – il fratello minore di Gianni Agnelli (1921-2003) – e della sua seconda moglie Allegra Caracciolo (1945), nato dopo Giovanni Alberto detto Giovannino (1964-1997) e prima di Anna (1977); a lungo, dopo la morte del fratello (13 dicembre 1997) e prima della nascita del figlio Giacomo Dai (16 dicembre 2011), è stato l’ultimo erede maschio degli Agnelli. «Avevo ventidue anni quando mio fratello morì. Giovanni, non Giovannino. Lui detestava essere chiamato così, come se fosse un Giovanni minore. Entrai nella camera di mio padre, mi guardò negli occhi e disse: questo significa maggiori responsabilità per te. Poco più tardi dalla nostra casa della Mandria andammo al golf. Un chilometro e mezzo a piedi senza dirci una parola» (a Dario Cresto-Dina) • «Agnelli studia a Oxford (St. Clare’s International College) e Milano (Università Bocconi), ma ben presto matura esperienze lavorative soprattutto all’estero: […] alla Iveco-Ford di Londra, poi alla Piaggio, quindi all’Auchan di Lille e alla Schroder Salomon Smith Barney di Londra. Nel suo curriculum pure un incarico alla direzione commerciale della Juventus. Nel 1999 c’è la Ferrari Idea di Lugano, e l’anno dopo a Parigi la Uni-Invest (Banque San Paolo). Dal 2001 al 2004, infine, l’assunzione alla Philip Morris International di Losanna, dove si occupa di marketing, sponsorizzazioni e comunicazione» (Teodoro Chiarelli). «“Ho passato quattro anni in Philip Morris a occuparmi di comunicazione. La mia idea era quella di restarci fino a diventare general manager: poi avrei deciso cosa fare. Invece la vita ha scelto per me”. A decidere è stata la morte di suo padre. “Il suo consiglio era di restare lontano da Torino, anche perché era difficile essere inserito nello staff di un’azienda di cui sei azionista. Poi, quando è mancato, il senso di responsabilità verso mia madre e mia sorella mi hanno indotto a rientrare”» (Paolo Madron). «Diventa consigliere di amministrazione di Fiat e Ifi (poi Exor), oltre che socio dell’accomandita di famiglia. Per alcuni anni lavora anche all’Ifil, dove si occupa di sviluppo strategico. Nel 2007, infine, la scelta di intraprendere una propria strada imprenditoriale: nasce così la Lamse (crasi tra La Mandria e Sestriere, “i luoghi degli affetti e dei ricordi”), holding finanziaria di cui è amministratore delegato» (Chiarelli). «Andrea Agnelli si trovò a essere il punto di raccordo della fronda interna quando, dopo la morte di suo padre, la situazione della Fiat era a un passo dalla catastrofe e l’effetto Marchionne non si era ancora sentito. La questione fu più o meno la seguente. Nel settembre del 2005, alla vigilia dell’assemblea dell’accomandita dove si sarebbe ratificata la decisione di procedere con l’equity swap per riportare la famiglia sopra il 30 per cento dell’azionariato Fiat, Andrea Agnelli rilasciò un’intervista in cui espresse contrarietà all’operazione. Riteneva che la condizione di quel momento, con la famiglia al 22 per cento e le banche al 28 per cento, era l’occasione per mettere in piedi una public company. Si sarebbe reso esplicito il fatto che l’interesse era la crescita dell’azienda e non il gioco di potere. […] La tensione ebbe due picchi. Dopo l’intervista, La Stampa, il giornale di famiglia, sottolineò che Andrea Agnelli aveva espresso posizioni personali e che all’Ifil era in carico come stagista: in realtà era anche consigliere d’amministrazione Fiat e portavoce con una quota del 10 per cento circa dell’accomandita che detiene insieme a sua sorella Anna. Il secondo momento di tensione riguardava la Juventus. La vicenda Moggi diventa uno strascico dell’antico confronto tra Gianni e Umberto. I gianniani, che sono sempre stati anti-moggiani, assecondano la giubilazione di Moggi e ne accettano le conseguenze – cioè la Juve in serie B per la prima volta nella sua storia –, mentre gli umbertini continuano a difendere Moggi e Giraudo, con cui Andrea Agnelli ha rapporti eccellenti, ma soprattutto non sono d’accordo con la nuova dirigenza, che accetta la cancellazione di due scudetti, smantella quella che alcuni considerano la squadra più forte del mondo e si lascia retrocedere in B» (Marco Ferrante). «“All’epoca Ifil scelse di azzerare per poi ripartire. Non condivisi quella scelta, anche perché avevo in mente la dichiarazione che aveva fatto l’Avvocato in occasione di Tangentopoli: ‘I miei uomini vanno difesi fino all’ultimo grado di giudizio’”. Invece nell’occasione l’avvocato della Juventus disse: mi appello alla clemenza della corte… “Esatto. Poi, alla luce dell’esito dei processi sportivi, si vide che fu giustizia sommaria. Tant’è che ci furono persone coinvolte che non fecero nemmeno in tempo a leggere le carte”» (Madron). «C’è sempre qualcuno che tira fuori l’ipotesi dell’inchiesta di Calciopoli come risultato della guerra familiare. Leggenda e mezze verità si sovrappongono, condite dall’ovvio carico di suggestioni che solo il pallone è in grado di creare: a volere il crollo della Juve sarebbe stata quella parte di famiglia e azienda che non aveva digerito la presa di posizione di Andrea sull’equity swap. C’è una parte di Torino e d’Italia che ci crede, ce ne è un’altra che la ritiene solo una fantasia. C’è che a volte il caso vero o quello creato a tavolino alimenta le voci. Così per mesi, l’ala elkanniana della famiglia ha lasciato trapelare il proprio disappunto per un presunto sgarbo di Andrea. Lui è l’amministratore delegato e l’anima del circolo golfistico Royal Park del quale è presidente la madre Allegra Caracciolo. Ecco, nel 2009, l’Open d’Italia è stato organizzato lì. Bello, bellissimo, solo che lo sponsor del torneo era Bmw, che in casa della Fiat non è sembrato un caso» (Beppe Di Corrado). La svolta avvenne nella primavera del 2010, in uno dei momenti più difficili della storia della Juventus. «È giovedì 17 aprile. John [John «Jaki» Elkann (1976) – figlio di Alain Elkann e Margherita Agnelli, a propria volta figlia di Gianni Agnelli –, all’epoca presidente di Exor e vicepresidente della Fiat – ndr] e Andrea si presentano all’improvviso nel centro sportivo di Vinovo, dove una Vecchia Signora abbacchiata dagli insuccessi si allena di malavoglia. “Siamo venuti insieme per dimostrare l’unità della famiglia. Non c’è contrapposizione, la vediamo allo stesso modo”, assicura Andrea. Poco dopo, arriva l’annuncio che a lui spetta la presidenza e ha intenzione di cambiare molte cose, quasi tutte. Il mese successivo, tocca anche alla cassaforte di famiglia. John Elkann sostituisce Gianluigi Gabetti al vertice dell’accomandita Giovanni Agnelli & C., entrano in consiglio Tiberto (Ruy) Brandolini d’Adda, figlio di Cristiana Agnelli, e Alessandro Nasi, il nipote di Giovanni Nasi, Maria Sole, prima donna in assoluto, e Andrea Agnelli. Insomma, un nuovo equilibrio tra generazioni e rami dell’intricato albero genealogico» (Stefano Cingolani). «Il ritorno di Andrea sembra essere stato frutto di una convergenza di necessità. Alla famiglia serviva un uomo che fosse immagine e sostanza, che avesse esperienza, nome, intelligenza, rango, popolarità in grado di ricompattare tutto il mondo che ruota attorno al pallone. Ad Andrea serviva avere qualcosa di familiare che fosse molto suo. Ai procugini serviva non dover essere chiamati in causa e uscire di scena dal calcio dopo essere stati considerati dai tifosi coloro che hanno accettato passivamente e silenziosamente la mortificazione di Calciopoli. Ecco la triangolazione. Uno, due, tre. Il comunicato, il ritorno, un Agnelli alla guida della Juventus dopo 48 anni, cioè dopo la presidenza del padre Umberto, conclusa nel 1962» (Di Corrado). «Alla Juve, Andrea si è mosso con una strategia che potremmo chiamare rinnovamento nella continuità. Gli Elkann avevano accettato di pagare il fio e Lapo usava la ramazza, gettando il popolo bianconero in subbuglio, costretto a ingoiare la Serie B, passato dall’umiliazione alla frustrazione, anche dopo il ritorno in A. La squadra devitalizzata, la dirigenza allo sbando, spinta a cambiare in modo compulsivo allenatore, senza un progetto. L’ultimo degli Agnelli promette la riscossa e punta su stelle mondiali. La prima delusione è perdere Rafa Benítez (finito all’Inter); arriva Gigi Delneri, allenatore buono per costruire più che per trionfare. Andrea cerca di ricucire con il passato. “Stimo Moggi”, dichiara, e “Lucianone” lo apprezza sul suo sito web. Roberto Bettega, “l’indimenticato fuoriclasse”, va in tv la domenica sera, come opinionista a Controcampo, la popolare trasmissione di Mediaset, per rappresentare lo stile Juve al posto di Giampiero Mughini, interprete eterodosso dell’animo bianconero. Un cambio che non può essere avvenuto a dispetto del presidente juventino. Quanto ad Antonio Giraudo, i rapporti non si sono mai interrotti» (Cingolani). Se il primo anno fu deludente, concludendosi con i bianconeri al settimo posto in campionato, il 2011/2012, iniziato con l’inaugurazione dello Juventus Stadium (8 settembre 2011) fortemente voluto da Agnelli e con l’arrivo di Antonio Conte in veste di allenatore (ruolo che avrebbe mantenuto fino al 2014, per essere poi sostituito da Massimiliano Allegri), segnò per la Juventus l’inizio della stagione più felice e ricca di soddisfazioni, così sintetizzata dallo stesso Agnelli durante l’assemblea degli azionisti del 25 ottobre 2018: «Quello dal 2010 al 2018 è stato un percorso affascinante, […] fatto di grande lavoro, grande sacrificio, ma anche di grandi, grandissime soddisfazioni. Nel 2010 il fatturato della Juventus era sotto i 200 milioni, oggi approviamo un bilancio, per il secondo anno consecutivo, superiore ai 500 milioni. Tutti conosciamo i risultati della squadra, ma è bello ricordarli: 7 scudetti consecutivi, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe italiane, 2 finali di Champions League e, al primo anno della loro storia, il primo scudetto della Juventus femminile. Sono risultati straordinari. Guardando indietro non posso che pensare a tre momenti che si distinguono sostanzialmente all’inizio, a metà e alla fine di questo percorso 2010-2018. Uno, l’ho anche già raccontato. Quando arrivo nel 2010, voglio andare in ufficio un sabato mattina e lo trovo sprangato, e questo dà la dimensione della passione che c’era in quel momento. L’anno successivo, nel 2011, sempre un sabato di maggio, vado in ufficio e ho circa 30 persone in ufficio: quello è stato un primo vero cambiamento percepibile da parte mia. Questa mattina, anche per preparare l’assemblea di oggi, sono arrivato in ufficio alle 7 e un quarto, e con me c’erano già cinque o sei persone. Questa è la dedizione che ha la gente della Juventus, e questo è sicuramente un segnale positivo e tangibile. La crescita di una società sportiva passa sicuramente attraverso le vittorie, perché vincere aiuta a vincere e a trovare la mentalità vincente, ma è anche dalle sconfitte che si cresce e si deve imparare. E sicuramente un momento che mi ha segnato nella crescita e ha creato e costituito la voglia in me di raggiungere gli obiettivi prefissati è stata la finale di Berlino nel 2015, quando, andando a premiare i giocatori sul campo, consegnavo alla nostra squadra la medaglia d’argento. Ebbene, abbracciare in quel momento ogni giocatore, uno ad uno, e ringraziarli per il percorso che avevano compiuto, mi ha permesso di mantenere vivo quel fuoco della passione che serve per raggiungere gli obiettivi prefissati. Terzo, e non ultimo, l’evento di quest’estate: l’arrivo di Cristiano Ronaldo. Sapere che il giocatore più forte al mondo sceglie la Juventus, sapere che la società che io reputo una delle più forti al mondo finalmente riesce ad arrivare al giocatore più forte del mondo è un motivo di grandissimo orgoglio. Ho sempre sostenuto, e continuerò a sostenere, che è la squadra a fare la differenza in un’azienda, ma avere i migliori professionisti in ogni ruolo aiuta ad ottenere i risultati che ci si è prefissati. Avere Cristiano oggi con noi sicuramente aiuterà a raggiungere i nostri obiettivi». Notevole clamore hanno destato, nell’autunno 2018, le dimissioni di Giuseppe Marotta, fortemente voluto dallo stesso Agnelli nel 2010 quale amministratore delegato della Juventus e considerato tra i principali artefici delle recenti fortune della squadra. «Beppe Marotta, […] la firma dei sette scudetti consecutivi, il manager migliore d’Europa (appena premiato al World Football Summit), messo alla porta dall’oggi al domani: lo ha cacciato Andrea Agnelli, presidente e sempre più padre-padrone della Juventus. […] Non c’è una causa scatenante, un motivo preciso: semplicemente il feeling tra i due uomini forti della Vecchia Signora si era logorato. Idee diverse sul presente e sul futuro, uno stipendio pesante (due milioni di euro a stagione), soprattutto una guerra di potere: quello accumulato dal manager nel corso degli anni e rivendicato di recente dal presidente, sempre più interventista. La lite c’è stata, ma solo quando la rottura è ormai definita, ed è questo che porta Marotta a bruciare i tempi e a dare lui l’annuncio dell’addio in diretta tv. L’ultimo sgarbo alla sua ormai ex squadra. […] Comanderà sempre di più Andrea Agnelli. Presidente, rappresentante dell’azionista di riferimento, adesso davvero capo della Juventus. Da tempo, ormai, si è messo a far politica (del pallone): la presidenza dell’Eca (l’associazione dei club europei), le mosse in FederCalcio, […] la strategia aggressiva in Lega sui diritti tv e commerciali. Nella sua testa c’è una Juventus sempre più internazionale, in piena fase espansiva (come dimostra l’affare Ronaldo): e lui vuole guidarla in questo futuro in prima persona, con un ruolo alla Florentino Pérez, grande capo del Real Madrid e suo modello. Anche se ciò significa “cacciare” l’artefice degli ultimi sette anni di vittorie: una rivoluzione, forse anche un rischio. Ma perché sorprendersi: nel corso della sua gestione, non si è mai fatto troppi problemi ad allontanare tutte le figure più ingombranti che rischiavano di fargli ombra e diventare scomode, sul campo, in panchina e fuori. Del Piero, Conte, Buffon, pure Marotta: non è rimasto più nessuno. Adesso sarà davvero la Juventus di Andrea Agnelli» (Lorenzo Vendemmiale) • Grande rumore, a partire dal 2014, per accuse di infiltrazioni malavitose nella gestione commerciale dei biglietti della società: dopo anni di dibattiti e polemiche, la vicenda si è poi conclusa con l’archiviazione in sede penale e con un’inibizione per tre mesi e un’ammenda di centomila euro per Agnelli in sede sportiva per imputazioni minori • Divorziato dall’inglese Emma Winter, da cui ha avuto i primi due figli, Baya nel 2005 e Giacomo Dai nel 2011 (spiegò all’epoca: «“Dai” è “Davide” in gaelico. Mia moglie ha questa origine. Non è una stranezza»); altre due figlie, Livia Selin (2017) e Vera Nil (2018), dall’ex modella turca Deniz Akalin, a cui è sentimentalmente legato dal 2015, quando la donna era ancora sposata con Francesco Calvo, all’epoca direttore commerciale della Juventus nonché intimo amico dello stesso Agnelli • «Occhi scuri sotto spesse sopracciglia, dita affusolate, voce con l’immancabile erre arrotata» (Salvatore Tropea) • Trascorsi da calciatore dilettante, nel ruolo di difensore • «Andrea Agnelli ha una visione “giraudiana” del calcio: business e risultati, senza intercapedini, senza inutili buonismi, né vuoti appelli alla “simpatia”. […] L’idea è quella di una Juve agnelliana, il cui stile, al di là di tutte le interpretazioni più o meno legittime, si sintetizzava in un solo verbo. Vincere» (Roberto Perrone). «Uno che s’è istruito a Oxford e che ha cominciato a lavorare in una multinazionale ha maturato la convinzione che lo sport possa portare ricavi soltanto se gestito come una società vera. La passione, certo. Però il business. Tifoso e manager. […] A lui piace quella dinamica che c’era una volta: la Juventus era la Juventus. Nessuno ne parlava male, perché in fin dei conti arrivarci era l’obiettivo della vita. Allo stesso tempo la società non aveva alcun bisogno di sembrare diversa da quello che era. Va bene farsi amare dai tifosi, punto. Essere simpatici agli altri è inutile. Significa che non vinci» (Di Corrado). «Proprio come suo padre, […] ha dovuto rifondare la società. Come lui ha ereditato una squadra che arrivava da un pessimo campionato, e nel suo solco ha cominciato a vincere solo dal secondo anno. E poi hanno in comune un tratto distintivo del carattere: il pragmatismo asciutto» (Nicola Negro) • «Quel cognome, Agnelli: […] Andrea è l’unico discendente maschio a chiamarsi così. Prima di lui solo altri tre presidenti bianconeri avevano avuto quel privilegio: il nonno Edoardo (1924-1935), lo zio Gianni (1947-1954), il padre Umberto (1955-1962). Guidare la Juve era allora l’apprendistato per i rampolli Agnelli, ma verso altri lidi e altri doveri. Nel 1961, Umberto vince il decimo scudetto e la prima stella: nell’ultima di campionato tutto lo stadio è in piedi ad applaudirlo assieme al suo "trio magico", Sivori, Charles e Boniperti. […] Nel 1993, infine, la Juventus torna nella sua orbita, anche se presidente "di bandiera" sarà Vittorio Chiusano. Cuccia e Romiti non lo vogliono presidente di Fiat al posto del fratello, che, per compensarlo, gli affida la "cassa" di famiglia, l’Ifi-Ifil. In quel pacchetto di controllo, però, c’è anche la Juve, che Umberto trasforma in una sorta di rivalsa. Per prima cosa manda via gli uomini di Gianni (Boniperti, Trapattoni, persino Morini) e si affida al tifoso granata Giraudo "epurato" da Romiti: gli anni della Triade e dei trionfi. Non smetterà mai di occuparsene, anche nel 2003, quando la morte dell’Avvocato gli impone il salvataggio della Fiat (nel 1998 era scomparso Giovannino). Anche lui, però è malato: se ne andrà nel maggio 2004, e sta già molto male quando telefona a Capello per ingaggiarlo. Una Juve che non vedrà mai. Oggi il figlio Andrea riaccende quella passione. Si ripete lo schema degli Agnelli: il ramo principale governa la Fiat, il ramo di Umberto il "gioiello" bianconero» (Ettore Boffano) • «Lei non ha mai contestato la linea di comando decisa a suo tempo dall’Avvocato? “Quando mancò mio padre, i soci della Giovanni Agnelli & C. si riunirono per indicare il presidente della Fiat e quello dell’accomandita. Sul primo, Gabetti propose Montezemolo, che passò all’unanimità, così come la nomina di Gabetti a presidente dell’accomandita su proposta di mio cugino John”. E per chi doveva rappresentare la famiglia in Fiat? “Ci fu un dibattito, alla fine del quale sono stato io a indicare John, ovvero colui che ci ha rappresentati dal ’97 in avanti, come la persona più idonea per la vicepresidenza”» (Madron). «Lei appare riservato, quasi diffidente, affilato nelle parole. È un modo per proteggersi? “Non la smentisco, accetto la sua impressione. Sono nato e cresciuto a Torino, amo questa città per la sua riservatezza e il suo spirito di dedizione al lavoro. Ho avuto un certo tipo di educazione. La famiglia, l’ambiente, le esperienze trovano un posto loro nel carattere degli individui. Rimangono lì per sempre. Le battute, le faccio quando vado a mangiare una pizza con gli amici. Anche se il senso dell’ironia dello zio resterà ineguagliabile in famiglia”. […] Essere diventato presidente della Juventus è per lei riscatto, memoria, tradizione, rivincita del ramo cadetto degli Agnelli? “Per me la Juventus è amore e passione. Sono il primo tifoso […] e il manager che sa di occuparsi di una società quotata in Borsa, con tutte le responsabilità che ne derivano. Il resto sono allusioni spiacevoli. Prima di me c’è stata una storia e la storia non si riscrive. Che cosa vuol dire ‘cadetto’? Quante volte ho sentito e letto questa definizione senza riscontrarvi un reale significato. Mio padre e mio zio erano molto legati. Per mio padre l’Avvocato era una figura paterna: hanno condiviso le loro vite pur se differenti per età e scelte. I giudizi esterni non mi interessano”. Qual è il suo primo ricordo della Juve? “Guardi questa foto. Vede? Ho i pantaloni corti, sono a Villar Perosa con papà. È l’estate dell´82, ho 7 anni e l´Italia ha appena vinto i Mondiali. Andiamo su e mio padre mi chiede accanto a chi mi voglio sedere. Paolo Rossi, gli dico. È cominciato così”. […] Quanto pesa il nome Agnelli? “Significa avere un impegno da onorare per la vita. Credo che la Fiat e la Juventus siano e debbano restare punti di riferimento per Torino. Mi pesava molto di più essere un Agnelli da ragazzino: mi accorgevo di essere guardato in modo diverso e non lo capivo”. Quanto vuole rimanere alla guida della Juventus? “Non mi sono dato una scadenza, ma qualsiasi impresa, se solida, sopravvive alle persone che la comandano”» (Cresto-Dina). «Qual è il suo sogno di presidente? “Non ci sono sogni: l’obiettivo è la vittoria in campo e nelle innovazioni fuori dal terreno di gioco”. […] Come fa a scindere la figura di presidente da quella del tifoso? “Ho chiesto esplicitamente di non avere ruoli istituzionali due ore prima e due ore dopo la partita. Al di fuori di questo spazio prevale la capacità decisionale del manager”» (Massimo Caputi).