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 2020  luglio 31 Venerdì calendario

Adriano Sofri, nato a Trieste il 1° agosto 1942 (76 anni). Giornalista. Scrittore. Saggista. Cofondatore ed ex leader di Lotta continua. Giudicato mandante insieme a Giorgio Pietrostefani, dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi (1937-1972), e pertanto condannato in via definitiva a 22 anni di reclusione (pena dichiarata estinta il 16 gennaio 2012). «Non si fa così. Non si trasforma una persona in uno slogan» (Sofri ad Alessandra Arachi nel 2005, a proposito di «quelli che gridano "Sofri assassino"») • «Mio padre è, anzi era, di Francavilla Fontana. E mia madre di Trieste. […] Da bambino ho vissuto a Taranto perché mio padre era in Marina. […] Ricordo di aver frequentato la scuola elementare XXV Luglio: seconda, terza, quarta e quinta classe. La prima l’ho saltata: mia madre era maestra e, forse, la sapevamo lunga. A Taranto ho fatto anche due anni di medie in una scuola vicino all’ospedale militare. […] Sono gli anni decisivi. Sia quelli di Taranto che quelli di Trieste. A Trieste andavo d’estate. […] Io difendevo Trieste a Taranto e Taranto a Trieste, dai ragazzi con cui vivevo parte dell’anno. Passavo per terrone a Trieste e per polentone a Taranto» (a Lorenzo D’Alò). «Le elementari e le medie le fece a Taranto, il liceo a Roma, poi sostenne il concorso per entrare alla Normale (l’unica facoltà universitaria d’Italia a numero chiuso, a quell’epoca) e vinse, seppure a fatica, perché nella classifica finì nelle ultime posizioni. […] Più tardi in quella stessa facoltà studiarono Massimo D’Alema e Fabio Mussi, ma Sofri non c’era più. Era stato cacciato tre anni dopo essersi iscritto, perché sorpreso in stanza da letto con una ragazza, ed era proibito. L’espulsione è del ’64, l’anno dopo lo scontro con Togliatti» (Piero Sansonetti). «Il giovane Sofri è uno degli intellettuali che fanno politica a sinistra del Partito comunista. Quelli come lui, ha ricordato, “assomigliavano ai cospiratori del primo Ottocento. In ogni città ce n’erano due o tre che avevano i nomi degli altri in agenda, si facevano riunioni di diciassette persone in cui uno annunciava fieramente di aver conosciuto un ferroviere. […] Incontravamo a ogni passo i trotzkisti che venivano a distribuire i loro opuscoli, gente proba che aveva atteso cent’anni, era pronta ad attenderne altri cento e teorizzava l’“entrismo”, la necessità di iscriversi al Pci per condurre la propria battaglia dall’interno. Noi avevamo fretta, ed eravamo insofferenti a tattiche e dissimulazioni. Avevamo un’opinione infantilmente sprezzante di quasi tutti gli adulti del mondo, che ci parevano inservibili. Avevamo una sorta di attività professionale: guastare la festa di qualunque conferenza o dibattito. Qualsiasi autorità costituita in campo intellettuale e politico arrivasse alla nostra portata, nel raggio di ottanta chilometri da Pisa, andavamo a interromperla, a metterla in difficoltà con le nostre domande, a contraddirla”. Anche Palmiro Togliatti. A maggior ragione Togliatti. Nel marzo 1963 il segretario del Partito comunista italiano tiene una conferenza alla Normale, nella Sala degli Stemmi di Palazzo dei Cavalieri. Sta parlando del suo ritorno in Italia, della svolta di Salerno, dell’ingresso nel governo Badoglio. “Il generale MacFarlane si meravigliò con me che il Pci non volesse fare la rivoluzione, e me ne diede atto”. Una voce nasale lo interrompe dalle ultime file: “Ci voleva l’ingenuità di un generale americano per pensare che un partito che si proclamava comunista volesse il comunismo”. Togliatti la prende male. Cerca lo sguardo di chi ha parlato: “Devi ancora crescere. Provaci tu, a fare la rivoluzione”. “Ci proverò, ci proverò”, risponde Sofri» (Aldo Cazzullo). «Sofri […] si laureò lo stesso e andò a insegnare latino e greco in un liceo di Massa. Forse per un ripensamento, forse per la morte di Togliatti, forse per "entrismo", fatto sta che nel ’64 si iscrisse al Pci. […] Sofri restò nel Pci solo due anni, poi fu espulso. Intanto si era sposato e aveva avuto due figli. Si stava avvicinando velocemente il ’68. […] Sofri non è un capo del Sessantotto, ma ne è un precursore e un epigono. […] Sofri fondò prima "Potere operaio" pisano, che fu anche un giornale (e che però non va confuso con il futuro "Potere operaio" di Negri e Scalzone), e poi "Lotta continua". […] Lotta continua viene fondata nel ’69 e sciolta nel ’76 (ma il giornale quotidiano, omonimo, sopravvivrà per diversi anni al gruppo, diretto da Enrico Deaglio e dallo stesso Sofri). Il 1969 è un anno chiave per capire la storia di Adriano Sofri (e forse anche per capire la storia d’Italia). […] Il 12 dicembre scoppia una bomba in banca a Milano, a piazza Fontana, e provoca 16 morti. Sono passati pochi giorni da una gigantesca marcia di metalmeccanici a Roma, ed in Parlamento sono in discussione leggi fondamentali come lo Statuto dei lavoratori e il divorzio (verranno entrambe approvate l’anno successivo). La bomba suona come un alt. Un avvertimento: siamo sull’orlo della militarizzazione dello scontro politico. La polizia, sostenuta dal governo e dalla grande stampa, accusa gli anarchici per quella bomba, ma è evidentissimo che è una pista costruita preventivamente, una gigantesca provocazione. A Milano viene arrestato un certo Giuseppe Pinelli, ferroviere, a Roma finiscono dentro Pietro Valpreda, Mauro Merlino e altri tre ragazzi. Gli arresti sono del 13 dicembre. I giornali titolano a tutta pagina, senza tanti dubbi: "ecco i mostri". Pinelli viene interrogato per tre giorni alla questura di Milano, poi vola giù dalla finestra. La polizia dice che si è suicidato per il rimorso e la paura, ma non è vero, non è assolutamente vero, perché Pinelli è del tutto innocente. Non si è suicidato. Qualcuno lo ha spinto fuori da quella finestra, ma chi? I gruppi della sinistra extraparlamentare, e in particolare Lotta continua, accusano il commissario Luigi Calabresi, vicecapo della squadra politica. Dicono che era lui che guidava l’interrogatorio. Le indagini successive accerteranno che al momento dell’incidente Calabresi non era nella stanza. Alla fine di una complicata vicenda giudiziaria si stabilirà che Pinelli è morto per un "malore attivo", però nessuno sa bene cosa significhi questa definizione tecnica. La campagna di Sofri e di Lc contro Calabresi è feroce e battente. Alla fine Calabresi querela, e nel ’71 inizia un processo per diffamazione. […] La primavera del ’72 in Italia è un momento di tensione politica devastante. Sono iniziate la azioni delle Brigate rosse (sequestri e gambizzazioni), e in marzo è morto a Segrate Giangiacomo Feltrinelli. […] Così si arriva al 17 maggio, e quella mattina, alle 9.15, il commissario Calabresi, mentre sta per salire sulla sua Cinquecento parcheggiata sotto casa, per andare a lavorare, viene ucciso a pistolettate. Lascia la moglie e tre bambini piccoli [il terzo ancora nel grembo materno – ndr]. Lotta Continua esulta. Titola così: "Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli". E nell’editoriale scrive: […] “La violenza si rivolge contro i nemici del proletariato, contro gli uomini che della violenza più spregiudicata hanno fatto la loro pratica quotidiana al servizio del potere. È del tutto facile prevedere che si scateni ora la rabbia repressa dello Stato contro le organizzazioni rivoluzionarie e i loro militanti. Ma questo non può essere sufficiente per farci tacere quella verità che abbiamo sempre detto ad alta voce: che Calabresi era un assassino e che ogni discorso sul rifiuto della ‘violenza da ogni parte provenga’ è un discorso ignobile e vigliacco”. […] Non è una rivendicazione, ma certo non è una presa di distanza. […] Sofri negli anni ’70 visse varie fasi (e con lui Lotta continua). Ci fu il periodo della lotta dentro l’esercito (i proletari in divisa); poi la battaglia di Reggio Calabria (1970), quando i fascisti mobilitarono con successo la piazza, la sinistra si schierò con lo Stato e Sofri vide invece nella rivolta una vera e propria rivolta sociale e solidarizzò, rompendo gli schemi fissi destra/sinistra, fascismo/antifascismo, che fino ad allora erano dogmi. Poi i lunghi anni di radicamento nel Sud, di lotte operaie a Torino e di vigilia del ’77. Lotta continua però si sciolse prima. Restò il giornale, che nel ’77 ebbe una funzione decisiva di direzione. Il gruppo si era diviso in due tendenze opposte. La prima, cupa, quella che confluì nel terrorismo, specie in "Prima linea". La seconda, più esistenziale, che lentamente scivolava su quelle posizioni liberali che poi, col tempo, diedero vita all’odierno pensiero radical-liberale di Adriano Sofri. […] L’arresto di Sofri avvenne nell’estate dell’88. Fino a quel momento si era pensato che a uccidere Calabresi fossero stati i fascisti o i servizi segreti (autori di quasi tutte le stragi italiane tra il ’69 e l’85). Sofri fu arrestato, insieme a Pietrostefani e a Bompressi, perché un ex militante di Lotta continua, un certo Marino, sosteneva di avere guidato la macchina del commando che uccise Calabresi. Marino disse che lui guidò, Bompressi sparò, Pietrostefani e Sofri avevano dato l’ordine. Contro i tre nessun’altra prova se non la parola di Marino. Contrapposta alla loro continua professione di innocenza. Nel racconto del pentito c’erano alcune contraddizioni, che i giudici ritennero ininfluenti. Nel racconto degli altri tre, nessuna contraddizione. Però furono condannati, poi assolti in appello, poi ricondannati di nuovo e poi seguirono altre sei sentenze della Cassazione e di vari tribunali sulla possibilità di rifare il processo. Ora [dal 5 ottobre 2000 – ndr] la condanna è definitiva. Sofri, pur avendone avuto largamente la possibilità, non ha mai fatto nulla per sfuggire alla giustizia. Per due volte si è consegnato sua sponte» (Sansonetti). Supportato sin dal giorno dell’arresto (28 luglio 1988) dalla straordinaria mobilitazione di un variegato universo di personalità del mondo del giornalismo, della cultura, della politica e dello spettacolo (da Giuliano Ferrara e Gad Lerner a Jovanotti e Gianna Nannini, da Dario Fo e Franca Rame a Francesco Cossiga e Vittorio Feltri), rifiutò sempre di chiedere la grazia, vedendo più volte sfumare la possibilità di riceverla per autonoma iniziativa del presidente della Repubblica (soprattutto per l’intervento di Roberto Castelli, che da ministro della Giustizia contrastò l’intendimento di Ciampi: ne scaturì un conflitto istituzionale, che la Corte costituzionale risolse giudicando in favore dell’autonomia del capo dello Stato tre giorni dopo che Ciampi aveva abbandonato il Quirinale). Nel giugno 2005, però, Sofri chiese e ottenne il regime di semilibertà (andando a lavorare durante il giorno presso la biblioteca e gli archivi della Normale di Pisa), e qualche mese dopo, in seguito a una grave affezione esofagea, ricevette dapprima la sospensione della pena e poi l’assegnazione alla detenzione domiciliare, di cui ha goduto fino all’estinzione della pena nel gennaio 2012 (con numerose eccezioni per incontri e dibattiti pubblici, tra cui, nel gennaio 2008, la partecipazione alla trasmissione televisiva Che tempo che fa, su Rai Tre) • Nel corso degli anni, pur ribadendo la propria innocenza rispetto alla realizzazione dell’omicidio di Calabresi, Sofri ha più volte ammesso una «corresponsabilità morale» per il «linciaggio» verbale nei confronti del commissario, senza però risparmiarsi reticenze e ambiguità, tra cui il rifiuto sempre opposto a una personale rivalutazione di Calabresi e dichiarazioni da molti stigmatizzate circa la natura del suo omicidio («Un omicidio di privati contro un privato. […] Non ci si attenti a definirlo come un atto di terrorismo») e i suoi autori («Fu […] un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie. […] I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime») • Impegnato da molti anni nel denunciare come indecenti e inumane le condizioni delle carceri italiane, nel giugno 2015 si vide offrire dal ministro della Giustizia Andrea Orlando il ruolo di consulente per la riforma carceraria, ma, travolto dalle polemiche, fu costretto a rifiutare • Da sempre curatore della rubrica «Piccola posta» sul Foglio, ha scritto per anni anche sulle colonne de la Repubblica, abbandonandole spontaneamente quando, nel gennaio 2016, la direzione fu assunta da Mario Calabresi, primogenito del commissario. Prima e dopo il carcere, ha realizzato anche vari reportage (dalla Patagonia alla Cecenia, dalla Bosnia al Kurdistan iracheno) • Autore di numerosi libri, quasi sempre editi da Sellerio, tra cui Le prigioni degli altri (1993), Lo specchio di Sarajevo (1997), Chi è il mio prossimo (2007), La notte che Pinelli (2009), Reagì Mauro Rostagno sorridendo (2014), Una variazione di Kafka (2018) • Due figli, Luca (noto giornalista) e Nicola, dal matrimonio con Alessandra Peretti. Ebbe poi per compagna, dal 1972 fino alla morte di lei, la norvegese Randi Krokaa (1944-2007) • «Il delitto maturò certamente negli ambienti di Lc, anche se Sofri credo vada assolto per insufficienza di prove. Se parli con otto persone su dieci, ti risponderanno che il delitto è avvenuto dentro Lc, ma poi stanno zitti. […] Ecco, io contesto l’impudenza vergognosa di questi di Lc che ancora oggi si mettono sul piedistallo dei presunti guru, e continuano a volersi raccontare come se fossero stati una forma di innocuo francescanesimo scalzo» (Giampiero Mughini, ex direttore responsabile di Lotta Continua) • «Considero terrorismo l’impiego oscuro e indiscriminato della violenza al fine di terrorizzare la parte supposta nemica e guadagnare a sé quella di cui ci si pretende paladini. In questo senso in Italia un terrorismo c’è stato, e ha trovato in Lotta continua, nella manciata d’anni in cui volle esistere, fra molti errori e fraintendimenti e cattive azioni, un’opposizione decisa ed efficace. […] Io personalmente ebbi in Lc un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale. […] Per la strage di piazza Fontana – di cui tutto si sa, salvo che per i servi sciocchi – furono accusati a torto in modo premeditato e ostinato gli anarchici. […] Di quella premeditazione e ostinazione fu comunque figlia la morte di Pinelli, innocente di ogni colpa. Luigi Calabresi, fosse o no nella sua stanza, […] fu, non certo l’autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione. Che fosse in buona fede cambia poco» (Sofri nel 2008).