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 2022  agosto 07 Domenica calendario

• Asmara (Eritrea) 1964. Regista. Documentarista. Nel 2013 ha vinto la Palma d’oro a Venezia con Sacro GRA, nel 2016 l’Orso d’oro a Berlino con Fuocoammare.
• Doppia nazionalità, italiana e statunitense, si è diplomato presso la New York University Film School. Il primo film nel 1993, Boatman. Seguono Afterwords (2001), Below sea level (2008, premio Orizzonti – Doc a Venezia), El sicario-room 164 (2010, premio Fripesci Award a Venezia).
• «Un documentarista deve restare anonimo. Non racconto mai la mia storia. Sono nato in Eritrea perché ad Asmara lavorava mio padre. Ma non dico altro, aprirei un territorio in cui non voglio entrare» [Valerio Cappelli, Cds8/9/2013].
• Nato durante la guerra tra Etiopia ed Eritrea, a 13 anni venne portato in salvo in Italia in un aereo militare, mentre i genitori rimasero ad Asmara. Cresciuto tra Roma e Istanbul.
• «A Boatman ho lavorato quattro anni, cinque ce ne sono voluti per Below sea level. Con la stessa passione umanista ho vissuto sulla barca di un pescatore del Gange e nella comunità di senza tetto di un’ex base militare del deserto californiano. Solo El sicario-room 164 è stato un instant movie, il monologo di un criminale del narcotraffico; l’ho incontrato in un motel del Centro-America, un tizio qualunque che potresti trovare al supermercato. Diceva che su cento rapiti ne tornano a casa cinque o sei. Quando lavoro, so quando inizio e mai quando finisco. Arriva il momento in cui le parole diventano storie e comincio a girare. (…) Mi piace lavorare in solitudine. Non inseguo una verità assoluta. Ci dev’essere l’incontro con un luogo, poi vengono i personaggi e la storia. Ogni storia si propone in modo diverso, non ho un approccio stilistico. Alla fine, per un anno non guardo il materiale, continuo a girare, i film li scrivo facendoli. Poi organizzo le emozioni, si configura un ordine attraverso il montaggio» [Valerio Cappelli, Cds 8/9/2013].
• Pupi Avati criticò duramente il Leone d’oro a Sacro Gra: «Il premio a un regista che non ha mai diretto un attore denuncia lo stato di crisi del cinema italiano». E ancora: »Il documentario è l’antitesi dell’arte». Rosi replicò: «I detrattori del jazz sussurravano sprezzanti: “è musica da negri”. So che Avati ama molto il jazz, ma commette lo stesso errore quando parla del documentario. Dire che il documentario non è cinema è come sostenere che il jazz non è musica perché non ha lo spartito. Il documentarista è come un jazzista, improvvisa lavorando con il reale. E rifiuta l’idea che l’arte cinematografica abbia bisogno di una messa in scena per esprimersi. Tutti i personaggi dei miei film sono persone reali che – come diceva Eschilo – recitano senza sapere di recitare, rappresentando se stessi» (a Malcom Pagani) [Fatt 23/9/2013].
• Per Fuocoammare Rosi ha filmato per un anno gli abitanti di Lampedusa e i migranti in arrivo sull’isola. «Tra le immagini più forti del film ci sono quelle dei cadaveri ammassati sotto la stiva di un barcone. Rosi afferra il cellulare e cerca tra le foto. “Ecco”. Eccolo in tuta bianca mentre si cala nella botola che sbuca sul pavimento del barcone dipinto di azzurro. In un’altra foto è già sotto, la camera in spalla. “Quelli intorno alla botola sono i bulloni, servono per sbarrare ogni via di uscita alle persone che sono sotto. Il 15 agosto 2015 in quaranta sono morti asfissiati a venti miglia dalla costa della Libia, dopo appena cinque ore di navigazione. Nessuno racconta di loro” (…) “Sono arrivato a Lampedusa per raccontare l’identità dell’isola, non volevo che il film fosse solo un collettore di storie legate all’immigrazione. Ho scoperto l’esistenza di due vite parallele. Non esiste un reale incontro tra i pescatori e gli immigrati: Lampedusa non è più l’approdo di chi arrivava e interagiva con gli abitanti. Ora i profughi vengono presi in mare, c’è un controllo medico, un bus che li porta in centro, si fermano lì per la prima identificazione. Ho seguito l’intero viaggio di un gruppo di nigeriani dal soccorso sulla nave militare al trasbordo sulla guardia costiera, lo sbarco a Lampedusa, l’arrivo in centro. È nata così la scena in cui il giovane nigeriano con il suo rap racconta l’orrore del viaggio, il deserto, la prigione in Libia, gli stenti. Quando sono tornato al centro, tre giorni dopo, erano tutti spariti”» (Arianna Finos) [Rep 21/2/2016].
• Un matrimonio finito con Anna, da cui ha avuto una figlia, Emma, 14 anni.
• Sempre col foulard al collo. «Ho iniziato a metterlo nel deserto. Il sole mi bruciava e dovevo difendermi».