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 2020  luglio 31 Venerdì calendario

• Milano 22 maggio 1935. Imprenditore. «Se proprio devo navigare, allora preferisco l’oceano».
• Fondatore nel 1961 della Luxottica (ad Agordo, nel Bellunese), leader mondiale nella progettazione, produzione e commercializzazione di montature di occhiali da vista e da sole di qualità (quattro volte più grande del principale concorrente, Safilo). Sei miliardi di giro d’affari, quotato a New York (dal 1990) e Milano (2000), sei fabbriche in Italia, due in Cina, piazza i suoi prodotti in più di 120 Paesi nel mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, con marchi come Ray-Ban, Persol, Revo e (in licenza) Prada, Versace, Dolce & Gabbana, Bulgari, Chanel, Burberry, Polo Ralph Lauren. «Gli occhiali sembrano un oggetto semplice ma sono per il 50% estetica e per il 50% alta tecnologia. È un accessorio che teniamo sugli occhi anche 12 o 18 ore al giorno, perciò la calzabilità e la robustezza devono fare progressi continui».
• «Nascita già orfano di padre, vita grama a Milano in una casa di ringhiera, infanzia nei Martinitt. A 14 anni lascia i Martinitt, ritrova il calore della famiglia ma anche le ristrettezze economiche. Allora propone a sua madre, che fa la cameriera: “Comprami una bicicletta, mi servirà a far soldi”. Viene accontentato e a furia di pedalare trova un’azienda che incide medaglie. Fa il garzone, sa che potrebbe fare molto di più, ma impara a sopportare, chiuso in se stesso. I padroni si accorgono che il ragazzo ha dei numeri e lo mandano a Brera perché impari a disegnare e a incidere. È la svolta della sua vita: in breve fa carriera e, negli anni del boom, si mette in proprio. Prima un laboratorio, poi un capannone, poi uno stabilimento. Nel 1961 nasce Luxottica. Perché proprio ad Agordo? Semplice: perché il Comune regalava il terreno per iniziative industriali. I suoi rapporti con le maestranze sono più da antica bottega che da colosso industriale. Quando viene rubato un camion di occhiali, gli operai rinunciano a metà ferie per sostituire la fornitura. E lui ricambia mettendogli l’aria condizionata (anche se ad Agordo fa caldo non più di 15 giorni l’anno). Ed è fra i primi “padroni” ad offrire ai dipendenti la possibilità di diventare azionisti» (Luca Goldoni).
• «Per tutta una vita non ha dormito più di tre ore, prendeva le pillole per star sveglio e andare a fare le consegne di notte» (il primogenito Claudio).
• «Come spesso accade con gli imprenditori di prima generazione, chi lo conosce bene lo descrive come un super lavoratore (Forbes lo ha definito “workaholic”), attento a tutte le sfumature della società che possiede. Riservatissimo, si può dire che abbia una idiosincrasia nei confronti delle dichiarazioni ai giornalisti, ma non è eccessivamente accentratore. O almeno non lo è in questa fase della sua vita, nella quale ha affidato la gestione operativa della sua Luxottica all’amministratore delegato Andrea Guerra» (Il Foglio).
• Sotto la guida di Guerra (arrivato nel 2004) «Luxottica ha puntato su tre diversi fattori. Primo: lo sviluppo dei marchi di proprietà, su tutti Ray-Ban, comprato nel 1999. Secondo: l’acquisizione di nuove licenze di produzione per le griffe più blasonate (tra le ultime Polo Ralph Lauren e Tiffany). Terzo: la scommessa sulla fascia alta del mercato, che copre meno di un quinto del totale (negli Stati Uniti l’80 per cento degli occhiali venduti costano meno di 30 dollari, mentre Luxottica non vende nulla sotto gli 80), per sfruttare la vena consumistica di clienti che posseggono varie montature. Quarto: la ristrutturazione e l’ampliamento delle catene di negozi che il gruppo ha acquistato nel tempo, dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Australia al Sudafrica. Nel quartier generale di Luxottica in via Cantù, a Milano, si ritiene che controllare l’intera attività, dalla produzione degli stampi fino ai negozi, rappresenti un punto di forza che rende l’azienda diversa dai concorrenti. I dati sui modelli più venduti affluiscono continuamente alla casa madre, che può regolare la produzione; i negozi vengono rimodernati ad hoc per seguire un mercato sempre più attento alle mode; il flusso di cassa assicurato giornalmente può essere reinvestito nell’ampliamento delle catene; il gruppo si assicura di non lasciare ai grossisti una fetta troppo ampia dei margini, limitando l’impatto negativo delle oscillazioni dei cambi» (Luca Piana).
• «Il modello aziendale Luxottica è il contrario di tutto quello che insegnano nelle Business School, ma con l’integrazione verticale che ci dà il controllo della rete distributiva noi ci sentiamo tranquilli e padroni del nostro destino» (Del Vecchio).
• Nel 2007 Luxottica ha acquistato per 2,1 miliardi di dollari la californiana Oakley, il più importante marchio al mondo di occhiali da sport.
• Conferendo la quota di maggioranza relativa dell’immobiliare Beni Stabili, nel 2007 ha stretto un’alleanza col colosso francese Foncière des Régions per dar vita al maggior gruppo europeo dell’immobiliare (portafoglio stimato in 14 miliardi di euro).
• Azionista di Generali (3% circa) ed ex componente del consiglio di amministrazione, possiede quote anche in Unicredit (un altro 3%): da sempre diffidente nei confronti del “salotto buono” della finanza, considera queste partecipazioni “investimenti personali”.
• Con i Benetton acquistò nel 1995 la Sme (Società meridionale elettrica, ex gruppo Iri), che nel 1993 aveva avviato il franchising Gs (supermercati): «Fu un affare finanziario, concluso cinque anni dopo con la cessione ai francesi della Carrefour. Sia io che Benetton eravamo giunti alla conclusione che non volevamo dedicarci a un’attività in cui bisogna continuamente negoziare con i Comuni le licenze di costruzione degli ipermercati, i permessi per il cambio di uso dei terreni. Succedeva che per due, tre anni trattavamo con un Comune. Concedevamo tutto quello che chiedevano: costruzione di scuole, verde pubblico, servizi sociali. Tutto a posto, eppure alla fine la licenza ci veniva negata. E in seguito il terreno se lo prendevano le Coop. Noi non abbiamo mai voluto scendere sul terreno dei rapporti con la politica. Ma non si può rimanere immacolati nuotando in uno stagno torbido. Allora bisogna lasciare».
• Nel 2001 declinò l’invito a entrare nella cordata dei Tronchetti e Benetton quando gli offrirono di scalare la Telecom: «Dissi: scordatevelo. È una regola che purtroppo si avvera sempre: quando si compra a prezzi esagerati le conseguenze sono deleterie e le paga l’azienda stessa. Anzitutto perché il primo obiettivo dell’acquirente diventa quello di ridurre i debiti e quindi la gestione viene subordinata a priorità di tipo finanziario, non industriale. E poi perché questo determina una debolezza di cui approfittano i concorrenti».
• La classifica Forbes del 2013 l’ha messo al secondo posto tra i più ricchi d’Italia.
• «Non è solo uno degli uomini più ricchi – e più discreti – d’Italia. È anche l’antitesi di alcuni stereotipi sul nostro capitalismo nazionale: cioè il nanismo congenito delle nostre imprese, l’incapacità di diventare globali, l’intreccio con la politica. La sua storia dimostra che si può credere nel capitalismo familiare e al tempo stesso comportarsi come una public company» (Federico Rampini).
• «Le acquisizioni in giro per il mondo hanno portato in dote a Leonardo Del Vecchio non solo fabbriche, negozi e brand. Il patron di Luxottica è diventato uno dei principali benefattori del pianeta. Non in proprio, ma lo è diventato il gruppo di Agordo che tra Stati Uniti, Australia ed Europa conta ben quattro fondazioni, tutte dedicate alla cura e alla prevenzione delle malattie oculari» (Carlo Cinelli).
• Imputato d’«elusione della normativa fiscale italiana» (fatti risalenti al 1997-2006), nel 2009 ha chiuso il contenzioso con il fisco pagando la cifra monstre di 300 milioni di euro. Sara Bennewitz: «La fattispecie contestata a Del Vecchio, in termini tecnici, si chiama “esterovestizione” e riguarda una finanziaria, la Leofin, a cui facevano capo alcune delle partecipazioni dell’imprenditore tra cui i Gelati Sanson e appunto quella in Luxottica. Ma in Germania, secondo il fisco, la Leofin non svolgeva nessuna attività che giustificasse il fatto di avere un passaporto tedesco e quindi di essere tenuta a sottostare a un regime fiscale più favorevole di quello italiano. Dalle indagini è infatti emerso che la Leofin non aveva dipendenti, non aveva amministratori e non pagava nessun affitto, ma era controllata e gestita dalla Leonardo Finanziaria, un’altra scatola societaria costituita dai vari membri della famiglia Del Vecchio. Una prova schiacciante nell’indagine è stata poi la lettera della società di consulenza Artur Andersen che aveva suggerito ai Del Vecchio di tenere le assemblee degli azionisti della Leofin in Germania “al fine di ridurre il rischio che l’autorità fiscale tedesca possa considerare la società Leofin soggetto residente in Italia ai fini fiscali”.
• Sei figli: «Sul fronte della famiglia Del Vecchio ha compiuto una difficile quadratura del cerchio quando, attraverso una complessa operazione conclusa nel 2006, ha concentrato la proprietà del suo impero nella lussemburghese Delfin, cui fa capo il controllo di Luxottica (68,52%; cui si aggiunge un altro 1,4% detenuto da Arnette Optics). È nella holding lussemburghese che sono riuniti i suoi sei figli. I maggiori, Claudio, Marisa e Paola, avuti nel primo matrimonio, il giovane Leonardo Maria, nato dal secondo matrimonio, e i piccoli di casa, Luca e Clemente (avuti dalla compagna Sabina Grossi - ndr). Ciascuno con il 16,38% della cassaforte di famiglia in nuda proprietà con usufrutto al padre. Tutti e tre i figli maggiori seguono business propri. Tra di loro solo Claudio (1957), che alcuni anni fa ha rilevato il marchio americano Brooks Brothers, siede nel cda di Luxottica. In qualche modo un allenamento per il futuro, anche se Del Vecchio padre ha detto con chiarezza in passato, e i passi fatti fin qui lo hanno dimostrato, che Luxottica sarà un’azienda con la famiglia nel solo ruolo di azionista. Le sorelle Paola e Marisa sono invece impegnate con il marchio Briko (abbigliamento e occhiali sportivi), rilevato dalla stessa Luxottica alcuni anni fa» (Maria Silvia Sacchi).
• Interista.