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 2022  agosto 08 Lunedì calendario

• Reggio Calabria 27 novembre 1948. Avvocato, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa – ’ndrangheta – a tre anni e sei mesi di reclusione (sentenza definitiva il 10 aprile 2002).
• Cugino del boss Paolo De Stefano, che con Mommo Piromalli e Santo Araniti dichiarò guerra al capo dei capi della ’ndrangheta ’Ntoni Macrì (ammazzato il 20 gennaio 1975), e istituì un asse con il camorrista Raffaele Cutolo, che per fargli un favore commissionò nel carcere di Poggioreale l’uccisione di un altro ’ndranghetista vecchia maniera, Micu Tripodo (26 agosto 1976). La conclusione del conflitto “cosiddetta prima guerra di mafia”, sancì la fine della vecchia ’ndrangheta e la nascita della “Santa”: inizialmente trentatré (numero tipico del rituale massonico), i “santisti” sono autorizzati dal codice della nuova organizzazione a intrattenere rapporti con ambienti prima vietati (a cominciare da carabinieri e poliziotti), e ad affiliarsi alla massoneria deviata, in modo da gestire direttamente il potere politico ed economico e ad aggiustare le sentenze.
• Finita la prima guerra di mafia, secondo le dichiarazioni di diversi pentiti, Giorgio De Stefano, insieme al cugino Paolo e ad altri appartenenti alla nuova ’ndrangheta, entrò nella loggia massonica segreta fondata, tra gli altri, da Franco Freda e Paolo Romeo, esponenti della destra eversiva che il 14 luglio 1970 avevano organizzato la rivolta dei “Boia chi molla” a Reggio Calabria (per protesta contro l’elezione di Catanzaro a capoluogo di regione). Il pentito Giacomo Lauro: «Sino alla prima guerra di mafia, la massoneria e la ’ndrangheta erano vicine, ma la ’ndrangheta era subalterna alla massoneria, che fungeva da tramite con le istituzioni… È evidente che in questo modo eravamo costretti a delegare la gestione dei nostri interessi, con minori guadagni e con un necessario affidamento con personaggi molto spesso inaffidabili. A questo punto, capimmo benissimo che se fossimo entrati a far parte della famiglia massonica avremmo potuto interloquire direttamente ed essere rappresentati nelle istituzioni… Fu anche così che venne fuori l’idea di candidare alle comunali di Reggio Calabria l’avvocato Giorgio De Stefano, cugino dell’omonimo Paolo, e Pietro Araniti, cugino del più noto Santo, candidato alle Regionali… Mi risulta personalmente che anche alcuni magistrati avevano aderito alla massoneria e, per garantirli, la loro adesione era all’orecchio e i loro nominativi venivano tramandati da maestro a maestro».
• Iannò Paolo, pentito, che nella seconda guerra di mafia (1987-91), si schierò con i Condello-Serraino-Imerti contro i destefaniani: «L’avv. Giorgio De Stefano (era) da noi ritenuto mente strategica di tutto lo schieramento De Stefano-Tegano. A questo proposito voglio aggiungere che eravamo convinti che l’avvocato Giorgio De Stefano aggiustasse i processi degli esponenti del suo clan, anche in considerazione che si verificò più volte che affiliati al clan De Stefano tratti in arresto per fatti gravi fruissero in breve tempo di benefici e della scarcerazione per decorrenza dei termini. Cito per tutti il processo originato da una irruzione delle Forze dell’Ordine presso l’abitazione, se non erro, di Molinetti Alfonso, ove, in una pertinenza della quale, furono rinvenute molte armi e, ciò nonostante, gli indiziati di quella illegale detenzione vennero dopo sei mesi scarcerati. Si trattava, peraltro, dei killers più pericolosi della cosca De Stefano» (6 agosto 1996). Le accuse sugli aiuti in Tribunale nei processi contro gli affiliati furono dichiarate dalla Suprema Corte infondate (Cass. 10 aprile 2002), ma nel 2004 Giorgio De Stefano ricevette un’altra informazione di garanzia per attività di condizionamento dei magistrati della Dda di Reggio Calabria.
• Alle elezioni comunali di Reggio del 1980 fu il secondo degli eletti, in quota Dc. «E veniamo alla Democrazia cristiana. Il caso più clamoroso è l’avvocato Giorgio De Stefano, cugino della famiglia mafiosa che domina la zona. È risultato secondo eletto al Comune… I risultati elettorali, sezione per sezione, fanno pensare a un vero e proprio accordo fra le cosche. Tra Pietro Araniti, repubblicano passato alla Regione e Giorgio De Stefano, democristiano eletto al Comune, si assiste a un chiaro travaso di voti. Nelle stesse sezioni dove l’elettorato ha premiato Araniti, nei voti per il Comune il PRI praticamente scompare e le stesse preferenze passano a De Stefano» (Andrea Santini, Paese Sera 2 luglio 1980).
• Una volta eletto «ricevette… una significativa gratificazione dal partito, con la sua designazione, a quanto pare, al Comitato di gestione dell’Usl di Reggio Calabria, area di potere clientelare certamente non trascurabile anche per via della gestione di rilevanti affari certamente non insensibili a commistioni o interferenze mafiose (commesse di servizi, opere, forniture ed altro)» (richiesta di misura cautelare, procedimento n. 104/95 R.G.N.R., a carico di Rosmini Bruno ed altri).
• Nel periodo della campagna elettorale Paolo De Stefano era sottoposto al soggiorno obbligato ad Ancona. Secondo la ricostruzione dei pm (formulata nel corso delle indagini per l’omicidio dell’onorevole Ligato, 27 agosto 1989), per far rientrare il cugino a Reggio (e garantirsi così la vittoria), Giorgio De Stefano lo fece inserire tardivamente (attraverso l’intercessione dell’onorevole Ligato, vedi CONDELLO Pasquale) nella lista dei testimoni di un processo civile per un sinistro stradale, assicurandosi la sua permanenza in loco con una serie di rinvii della causa. «Si intende dire della palese strumentalità di tale citazione, risultando assai strano che nella lontana Pretura di Melito Porto Salvo si sia pensato di citare come teste in una causetta di incidente stradale addirittura un boss conclamato come Paolo De Stefano, che, è superfluo osservare, non sarebbe mai comparso a deporre» (richiesta di misura cautelare, procedimento n. 104/95 R.G.N.R.). I verbali dell’udienza civile sparirono, impedendo di verificare se il nominativo del boss fosse stato ritualmente inserito nell’originaria lista testimoniale e se la testimonianza fosse stata ammessa (peraltro non era neppure emerso da alcun atto di causa che Paolo De Stefano, all’epoca del sinistro residente a Lamezia Terme, avesse assistito al sinistro).
• La fine della prima guerra di mafia portò a un consolidamento dei destefaniani, e al conseguente scontro coi clan già schierati dalla loro parte contro ’Ntoni Macrì. Si scatenò così la seconda guerra di mafia (in cui morì, tra gli altri, Paolo De Stefano), tra i Condello – Serraino – Imerti e i destefaniani, che si concluse nel ’91 con la pace siglata da Giorgio De Stefano e Pasquale Condello, detto il “Supremo”.
• La Corte di Cassazione, il 10 aprile 2002, lo dichiarò responsabile solo di concorso esterno in associazione mafiosa, condannandolo a 3 anni e 6 mesi di reclusione (concedendo le attenuanti generiche, stante la sua incensuratezza): «In atti, a giudizio della Corte, non vi è, dunque, prova che l’appellante abbia messo a disposizione il suo voler far parte, il suo incardinarsi stabilmente nel sodalizio, ma che abbia piuttosto voluto soltanto conferire un apporto avulso e contributi temporanei ed episodici, prestati alle fortune dell’associazione medesima… (Nel 1986) allo scoppio della guerra di mafia e durante lo svolgimento della stessa, l’imputato ha, poi, dapprima aiutato i giovanissimi cugini a sottrarsi agli elevatissimi rischi di morte cui erano sottoposti e successivamente (1991) si è adoperato, non per distogliere ed allontanare definitivamente costoro dall’ambiente di provenienza, ma, al contrario, per consentire la non completa dispersione del patrimonio e dell’avviamento criminale di cui la famiglia De Stefano godeva, prendendone le redini e conducendola alla salvezza. La sua partecipazione alle trattative è stata determinante per garantire gli interessi del gruppo De Stefano».
• Il pentito Filippo Barreca (vedi), nel 94: «Ho partecipato ad alcuni incontri avvenuti a casa mia tra Freda, Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. Tali discorsi riguardavano la costituzione di una loggia super segreta, nella quale dovevano confluire personaggi di ‘ndrangheta e della destra eversiva, e precisamente lo stesso Freda, l’avv. Paolo Romeo, l’avv. Giorgio De Stefano, Paolo De Stefano, Peppe Piromalli, Antonio Nirta, Fefè Zerbi. Altra loggia dalle stesse caratteristiche era stata costituita nello stesso periodo a Catania» (a cura di Paola Bellone).