Avvenire, 6 novembre 2026
California, il governatore ha commutato la pena a tutti i condannati a morte
La lunga onda di ritorno dello tsunami blu, che ha ridisegnato gli emicicli del Congresso, ha riportato alla luce anche uno dei tabù più divisivi della politica americana: la pena di morte. A ributtare la palla in campo è stato il governatore della California, Gavin Newsom, che ha commutato la condanna capitale in carcere a vita per oltre mezzo migliaio di detenuti in attesa dell’esecuzione.
Ma per comprendere ciò che sta avvenendo in questi giorni, forse è necessario partire dall’inizio. Il democratico Newsom, figlio di un giudice di Corte d’Appello californiano, ha radici profonde che partono dalle contee di Cork, Sligo e Dublino, passano dall’Inghilterra e dalla Scozia e arrivano fino a San Francisco dove è nato 58 anni fa. Dice di essere un «cattolico irlandese ribelle che ha imparato a sviluppare il pensiero critico studiando dai gesuiti». Tra la polvere che rimane sotto il tappeto di una vita privata turbolenta e molto chiacchierata, in cui potrebbero andare a pescare a strascico i suoi nemici, ci sono i cristalli dell’aspirazione di un astro nascente che studia da presidente degli Stati Uniti. Soprattutto ora che ha lasciato il governo della California per far posto al collega Xavier Becerra che, martedì, ha letteralmente doppiato il repubblicano Steve Hilton diventando il primo latino eletto direttamente alla guida dello Stato più popoloso degli Usa.
Le speculazioni sull’opportunità politica del provvedimento di grazia sono legate proprio alla sua probabile candidatura, data da molti come imminente. Come lo è stata l’enfasi con cui si è difeso dall’accusa elettorale di Donald Trump di aver registrato al voto del Golden State ventimila cittadini non americani. L’ultimo sasso nella piccionaia della destra conservatrice e favorevole alle esecuzioni, Newsom l’aveva scagliato poche ore dopo che le acque tinte di blu si stavano ritirando dalla West Coast. Scatenando da un lato le ire dei giustizialisti (e dietrologi sulla discesa in campo del dem) e dei procuratori distrettuali, dall’altro la gioia degli abolizionisti che in California da quasi otto anni avevano assistito già agli effetti alla moratoria sulle esecuzioni.
Il governatore della California aveva annunciato giovedì la commutazione in ergastolo di tutte le condanne a morte emesse dai giudici nel suo Stato, senza possibilità di libertà condizionale. Poche ore dopo, con un cinismo che purtroppo ha precedenti, l’Indiana, la Florida e l’Alabama hanno risposto a modo loro con un’escalation dell’orroche re, annunciando la somministrazione, quasi in contemporanea, dell’iniezione letale a tre detenuti. E portando così il numero di condanne a morte eseguite negli Usa dall’inizio dell’anno a quota 35, con la Florida che da sola rappresenta oltre la metà del totale nazionale.
«La mia decisione – aveva scritto poco prima Newsom in una lettera aperta ai californiani – giunge dopo quasi trent’anni di aperta opposizione alle esecuzioni di Stato in qualità di funzionario eletto». La svolta avrà un impatto sulla vita di 548 detenuti nello Stato, che, secondo il Death Penalty Information Center, un’organizzazione no-profit che monitora la pena capitale, ha il maggior numero di condannati a morte negli Stati Uniti. Soprattutto per la vicinanza temporale alla fallita esecuzione di Christa Pike nel Tennessee alla fine di settembre che aveva riportato sotto gli occhi degli americani l’atrocità dell’azione. Nelle settimane successive alla sopravvivenza di Pike a due dosi di pentobarbital, il Tennessee è finito sotto accusa per aver sospeso le restanti esecuzioni previste, ma le richieste di stop delle esecuzioni in altri Stati sono state respinte dai tribunali.
In California, la liberazione di centinaia di persone dal braccio della morte non sarà comunque automatica. Secondo l’ufficio del governatore, la Corte Suprema statale dovrà esaminare e approvare 382 casi, relativi a detenuti con più di una condanna per reato grave. Tra questi il serial killer Randy Kraft, noto come lo “Strangolatore della California del Sud”. In una dichiarazione di giovedì sera, l’American civil liberties union ha elogiato la decisione di Newsom, affermando che rappresenta «un passo storico verso la fine della pena di morte in California e in tutto il Paese». Queste commutazioni, ha aggiunto Anthony D. Romero, direttore esecutivo dell’Aclu, «riflettono ciò che la giustizia esige: la fine di una punizione razzista, soggetta a errori e disumana che ha afflitto la California per troppo tempo». Altri gruppi, tra cui la Criminal justice legal foundation, Crime survivors e la California district attorneys association, si sono opposti invece alla decisione, affermando che avrebbe danneggiato le famiglie delle vittime e minato la volontà della California e del sistema giudiziario. «I nostri cuori sono spezzati per ogni famiglia che si sente nuovamente vittimizzata da questa decisione. Meritate di essere ascoltati, rispettati e i vostri cari saranno sempre ricordati», ha affermato Crime survivors. Denotando una scontata empatia per le vittime e verosimilmente un appoggio al fronte dei giustizialisti Maga e del loro presidente Donald J. Trump. Che continuano a considerare, comunque, che l’essere compassionevoli nei confronti di chi ha sbagliato è una debolezza da cancellare ostinatamente dai cuori a stelle e strisce. Vittime o carnefici che essi siano. Uno dei tanti frammenti che da qui al voto del 2028 segneranno la politica made in Usa.