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 2026  novembre 06 Venerdì calendario

Il commercio di specie selvatiche è più del doppio di quanto credevamo

Sale a oltre 107 mila il numero di specie animali, vegetali e fungine che vengono utilizzate e commercializzate in tutto il mondo. Una cifra più che doppia rispetto a quanto abbiamo pensato finora. A riferirlo è un nuovo studio pubblicato sulle pagine di Science Advances dai ricercatori dell’Università di Melbourne, in Australia, che ha fornito per la prima volta una stima complessiva delle dimensioni del fenomeno che, in realtà, potrebbe essere ancora più vasto. Secondo gli autori, infatti, per via di enormi lacune nei dati relativi al commercio e alla raccolta di specie selvatiche il numero di specie commercializzate potrebbe essere più elevato.
Il commercio legale e illegale
Per capirlo, i ricercatori hanno incrociato informazioni provenienti da programmi di monitoraggio, integrando dati relativi a settori molti diversi, che comprendono animali, piante e funghi. Il risultato a cui sono giunti, tuttavia, è molto più complesso di quanto siamo abituati a pensare. Solitamente, infatti, quando si parla di commercio di specie selvatiche si pensa subito al traffico illegale di animali come elefanti, tigri e pangolini. Ma, in realtà, il fenomeno è più ampio e comprende anche attività legali, come la vendita del legname, prodotti ittici, piante medicinali, fiori recisi, animali da compagnia, pesci ornamentali, fino ai funghi. “Non solo il commercio legale vale circa 10 volte di più di quello illegale, ma la nostra analisi suggerisce che il numero di specie oggetto di commercio è almeno il doppio di quanto si pensasse in precedenza”, ha commentato Alice Hughes, prima autrice dello studio.
Nel dettaglio, i ricercatori hanno scoperto che il numero di specie di animali, piante e funghi che vengono utilizzate e commercializzate a livello globale è di 107.356 specie. Un numero enorme, soprattutto se confrontato che le precedenti stime che calcolavano una cifra intorno alle 50 mila specie. Il dato è ancora più preoccupante se si pensa che il commercio di specie selvatiche rappresenta una delle principali cause globali di perdita di biodiversità, eppure le informazioni sulla sua entità e la sua sostenibilità rimangono incomplete e molto frammentate. “Per la maggior parte di queste specie abbiamo pochissimi dati, se non addirittura nessuno”, ha riferito Hughes. “Non ci sono dati sulla quantità e sull’origine, né tantomeno dati a livello di popolazione per valutare se il commercio rappresenti un rischio per la sopravvivenza delle specie”.
I dati mancanti
Senza dati più completi e dettagliati, quindi, diventa estremamente complicato poter valutare se il commercio sia sostenibile o, al contrario, se possa aumentare i rischi per la biodiversità, contribuendo al declino delle specie. Dallo studio, inoltre, è emerso che la distribuzione geografica dei dati disponibili non è uniforme: gli Stati Uniti, per esempio, sono l’unico Paese a registrare e condividere pubblicamente i dati commerciali relativi a una vasta gamma di gruppi di specie. “Per gran parte del resto del mondo, dati equivalenti semplicemente non esistono”, ha raccontato l’autrice. Per alcuni gruppi, infatti, il 75% delle specie commercializzate compare nei database statunitensi, mentre per altre regioni, come l’Europa, i volumi degli scambi potrebbero essere paragonabili o addirittura superiori. “Il problema è che in realtà non lo sappiamo perché i dati non sono disponibili pubblicamente e potrebbero non usare standard adeguati per valutare le vere dimensioni del commercio”.
Sistemi di controllo migliori
Oltre a evidenziare gravi lacune nel sistema globale di monitoraggio, i risultati del nuovo studio sottolineano la necessità di un cambiamento radicale nel modo in cui il commercio viene registrato e segnalato. “Sebbene il Quadro globale per la biodiversità preveda un obiettivo in materia di commercio, secondo le nostre stime, questo riguarderebbe solo il 2 o 3% delle specie coinvolte, tralasciando il restante 97%”, ha precisato Hughes. Per fermare davvero la perdita di biodiversità, ha concluso l’autrice, “se i Paesi riadattassero i processi doganali e zoosanitari esistenti, potremmo sviluppare un sistema efficace per monitorare gli scambi commerciali, ma ciò richiederà un maggiore impegno per essere implementato su larga scala”.