corriere.it, 6 novembre 2026
Enrico Ruggeri parla dei suoi inizi come cantante
Quando giocava con la nazionale cantanti indossava il numero 10 dei fantasisti ma, ospite di Alessandro Cattelan nel podcast “Supernova”, Enrico Ruggeri ha spaziato a tutto campo. Partendo dalla sua Milano, ha raccontato tutta la sua carriera e non ha fatto sconti a nessuno.
«Negli anni ’60 ero veramente un bambino ed era una Milano da sogno: tutto esplodeva, il vicino comprava la televisione, quell’altro la lavatrice... era una città in crescita – racconta – Negli anni Settanta ero in un liceo che si chiamava Berchet, che era uno dei più turbolenti, quindi monotematico. Quelli del Partito Comunista erano considerati di destra, quelli di Comunione e Liberazione erano dei reietti, non si concepiva null’altro: erano anni anche violenti, però, per contro, devo dire che era una violenza fatta da gente che comunque credeva in qualcosa, i libri li leggeva, c’era anche quello che sprangava, quello che chiudeva la porta, però non c’era vuotezza. Io, quando la mia scuola era occupata – e succedeva almeno una volta alla settimana – andavo in cantina a suonare e trovavo gli altri, perché generalmente ce n’era uno che andava all’Einstein, quell’altro che andava in un altro liceo, e ti trovavi a suonare: c’era questo tacito accordo. Qualche manifestazione l’ho fatta, ma per tentare di rimorchiare».
Il primo aneddoto riguarda un “finto” concerto con la sua band che finì su tutte le pagine dei giornali: «Con il mio gruppo, i Decibel, il punto di riferimento era il punk inglese: i Sex Pistols, Malcolm McLaren. Toccare la Regina negli anni ’70 era un sacrilegio, allora volevo fare la stessa cosa a Milano, però ho pensato: cosa fai, dici una roba su Fanfani o su Andreotti? Tutti i sabati c’è una manifestazione che li insulta. Allora scegliamo una discoteca che si chiamava Piccola Broadway e decidiamo che avremmo annunciato un concerto a insaputa anche del proprietario del locale. Nella notte andiamo ad attaccare manoifesti davanti ai licei caldi, davanti ai centri sociali, davanti alla sede dell’ANPI, in tutti questi posti qua. E succede esattamente quello che pensavamo: arrivano 200-300 punk da tutta la Lombardia, ragazzi vestiti in maniera variopinta, arrivano due cortei opposti, si menano... e io ero al balcone, era il 4 ottobre del ’77. Il 6 ottobre, uscirono i giornali e la cosa che faceva ridere era che c’era scritto: “Scontri al concerto dei Decibel”, come se tutti sapessero chi fossimo, mentre nessuno lo sapeva: eravamo diventati famosi in quella notte, eravamo diventati “virali”, oggi saremmo stati definiti così. Noi nemmeno avevamo suonato, non c’era nessuna idea di fare quel concerto, non era proprio possibile. Ma l’equivoco era: i punk c’hanno i capelli corti, il giubbotto nero, non assomigliano né agli Inti-Illimani né a Guccini, e quindi sono fascisti. Invece era vero il contrario. C’era un essere compiaciuti del disagio provocato, che è un po’ simile all’inizio a quello di oggi: noi non abbiamo spaccato niente, abbiamo lasciato che si spaccassero tra loro. Io ero al balcone». Una volta però Ruggeri rischiò grosso: «Uno mi ha messo anche una pistola in bocca e non saprò mai se era vera o giocattolo. Ero andato in una scuola a prendere una ragazza. A me piaceva in quegli anni l’idea del Lou Reed di Rock ’n’ Roll Animal, che aveva i Ray-Ban scuri, le basette tagliate corte, e quindi potevo sembrare un sanbabilino, cosa che non ero. Arriva questo, mi aggredisce, mi punta la pistola e chiede: “Chi sei?”. La cosa significativa è che arriva un altro e fa: “No ragazzi, è del Berchet!”. Come a dire: se è del Berchet ed è ancora vivo, non può essere un fascista. E quindi è andata bene anche lì...».
Ruggeri è un fiume in piena di aneddoti e ne racconta a raffica: «Quello che mi ha insegnato a suonare la chitarra era in classe con me, ci vediamo ancora ed è il mio medico di base. Secondo me un po’ rimpiange il fatto di aver mollato. Sono gli anni nei quali quando hai 17-18 anni e suoni sembri un perditempo, le mamme si lamentano. Mia madre ogni tanto piangeva, voleva facessi l’avvocato: la sua piangeva ma lui si è laureato in medicina, chapeau. Io ho fatto solo cinque esamiu a Giurisprudenza». Poi ancora, sulla leva militare saltata: «Per un anno ho spostato la partenza inventandomi qualsiasi supercazzola: invece alla fine mi hanno preso. Poi mi arriva la cartolina rosa, quella che la apri e devi solo leggere la destinazione: Civitavecchia, Orvieto... e invece c’era scritto: “Siamo spiacenti di comunicarle che per eccedenza di truppa lei è stato sorteggiato...”. E non ero raccomandato, questo è clamoroso! Ho scoperto poi che ne esoneravano uno su 14 per sorteggio. Se io fossi andato a militare nell’80, non sarei andato a Sanremo con Contessa». Sull’amore: “Diciamo che ho capitalizzato molto i patimenti d’amore, ci ho campato, ci ho fatto fatturato, Perché poi devo dire che per me l’amicizia è sempre stata più importante. Forse perché non ho avuto figure paterne o maschili in casa, le liti con gli amici mi hanno fatto soffrire probabilmente di più delle liti con le donne».
Sensazionale l’aneddoto che riguarda Madonna: «Nell’83 c’era una televisione che andava in onda la domenica mattina dalle discoteche, dove si esibivano i cantanti, e io ero l’ospite d’onore. C’erano tutti questi che cantavano in inglese (Den Harrow, Albert One e tanti altri) e c’era una tipa che cantava in inglese che io ero convinto fosse italiana, era piccolina, era un po’ un ragnettino. Questa sale, canta un pezzo in inglese e io, convinto sia italiana, sentenzio: “Questa tempo sei mesi e torna a fare la commessa”. Invece era Madonna. Stava facendo la promozione del primo singolo, Holiday. Era una ragazzina piccolina, tutta pittata, portata lì mi ricordo da uno della RCA. E invece...».
Ruggeri apre la scatola dei ricordi anche per parlare di Umberto Tozzi e Gianni Morandi, insieme ai quali vinse il Festival di Sanremo nel 1987 con “Si può dare di più”. «Eravavamo tutti insieme al Principe di Savoia perché stavamo facendo la promozione di “Si può dare di più”. Tozzi a un certo punto fa: “Mi sento appiccicoso, voglio fare una doccia”. Morandi era di Bologna, io ero di Milano e gli ho detto: “Ma vieni a casa mia”. E lui: “No, non mi va, voglio fare da me, non voglio vincoli”. Pagò una stanza per lavarsi e io poi gli ho detto: “Per metà di quello che hai speso ti avrei lavato io la schiena". Gianni? In quel periodo Morandi e Tozzi erano i due opposti dell’umanità. Tozzi era una superstar internazionale, in un momento non felicissimo in Italia, molto indolente, molto viziato, un gran signore ma non capriccioso. Morandi invece è lo stakanovista totale. Io credo che la carriera per Morandi rappresenti il 95% della sua sfera emotiva, affettiva e personale; non è necessariamente un complimento, ma è così, su quello non molla mai. Lui è uno stratega, io sono uno innamorato della sala d’incisione. La strategia, la comunicazione del tipo “vado, mi dipingo la faccia, faccio il concerto con Jovanotti pur di esserci” non fa parte della mia cifra stilistica. Però chapeau, è uno che fa tournée, riempie i palazzetti, ha avuto una flessione notevole in passato e si è ripreso, cosa difficilissima. È un protagonista da ammirare».
Amici cantanti? Ruggeri spiega di preferire altre frequentazioni: «Io non ho molti amici cantanti, il cantante come categoria è un po’ autoreferenziale. A un cantante chiedi una cosa e ti snocciola il suo palmarès. Io avevo molti amici calciatori della mia generazione che ho conosciuto nel ’79, su tutti Evaristo Beccalossi, ma anche Gianluca Vialli. Li frequentavo e io non vedevo l’ora che mi parlassero di calcio, mentre loro mi chiedevano: “Ma com’è Loredana Bertè, è carina?”. Ognuno cercava di scendere sul campo dell’altro».
Poi, Ruggeri si dedica anche alla polemica emersa per il testo di “Quello che le donne non dicono” cambiato tre anni fa, in un’occasione, da Fiorella Mannoia nel finale con “Ti diremo ancora un altro no": «Quella è una canzone sulle promesse disattese degli uomini: la protagonista sta dicendo a un uomo “Guarda che tu non sei più l’uomo che mi ha corteggiato, qua sta cascando tutto, gli altri uomini mi fanno i complimenti ma io li vorrei sentire da te”. Quindi la frase – giuro che è l’ultima volta che lo spiego – fa: “Portaci delle rose, nuove cose, e ti diremo ancora un altro sì”. Riferito a prima, vuol dire: qualora tu tornassi a essere l’uomo di cui mi sono innamorata, io ti dirò ancora un altro sì. Non è il “sì” alla violenza perché sono consenziente o no, è una frase figurata all’interno di un discorso. Purtroppo è un errore di mancata interpretazione del testo. Da parte di Fiorella è così, non ha capito il senso logico, che non vuol dire “Portami le rose e io te la do”, non era quella roba lì: ha sbagliato bersaglio».
Ruggeri, con Cattelan, parla anche della comune esperienza a X Factor ma in due periodi diversi: Enrico fu giurato nell’ultima edizione in Rai con Francesco Facchinetti alla conduzione, prima che passasse su Sky con Cattelan stesso alla guida. «Ho un ricordo pessimo – dice Ruggeri – la Rai sapeva già che avrebbe perso il formato a favore di Sky. Non c’è niente di peggio che lavorare a una roba in Rai quando tutti i dirigenti si disinteressano, come i calciatori svincolati a fine stagione. Ci sono rimasto talmente male che non ho mai più guardato un solo fotogramma delle edizioni seguenti, proprio per il dispiacere. L’avevo presa con molto entusiasmo perché sulla carta è una cosa bella: fai formazione a dei ragazzi, li segui... e non dubito che poi sia stato così, sono nati anche nomi di prestigio. Ma quella volta lì gli autori erano troppo preponderanti e i ragazzi erano solo delle pedine. In più mi avevano dato la categoria dei Gruppi, ma il regolamento di allora prevedeva che i gruppi non potessero suonare gli strumenti sul palco: ero penalizzato in tutto e c’era un cinismo spaventoso, è stata l’unica volta in tv in cui le mie ottime aspettative sono state totalmente disattese».