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 2026  novembre 06 Venerdì calendario

Intervista a Riccardo Zanotti

Riccardo Zanotti, frontman dei Pinguini Tattici Nucleari, qual è il suo primo ricordo?
«Avevo 4 o 5 anni. Mi ero innamorato di Alice, le regalai la prima cosa che trovai nella dispensa a casa di nonna: una saponetta. Lei la prese male: “Vuoi dirmi che puzzo?” e la gettò. Un trauma».

E il primo ricordo pubblico?
«Il fallimento Lehman Brothers. Papà, muratore, rimase a casa dal lavoro per un anno e mezzo. Vidi una persona aitante e attiva trasformarsi: passava ore sul divano, sempre più grigio, giorno dopo giorno. Lì mi sono reso conto che un evento mondiale ha ripercussioni anche in un posto piccolo come la val Seriana».
La mamma?
«Cristina, insegnante elementare: lasciò l’università dopo la mia nascita. Considerava la scuola fondamentale, temo di averle dato un dispiacere scegliendo di studiare musica. Anche se è stata lei ad avviarmi. Notò presto che ero un bambino iperattivo e con una spiccata attitudine musicale, così a 4 anni mi regalò una batteria. Divenne la mia ossessione: tornavo a casa e correvo in soffitta a suonarla. Un giorno salii e non la trovai più. Mamma l’aveva buttata perché i vicini si lamentavano, e mi aveva preso una chitarra. Per due anni l’ho sognata tutte le notti... Un trauma che non ho dimenticato e che tiro fuori ancora alle cene di famiglia. Mamma avrebbe voluto chiamarmi Pierpaolo in omaggio a Pasolini, ma a papà, spirito pragmatico della famiglia, non piaceva. Più per ragioni estetiche che ideologiche».
Lei come ha chiamato suo figlio?
«Sono padre da 11 mesi, si chiama Alessandro, come il patrono di Bergamo».
Ora si sposa?
«Al momento no. Sono una persona che guarda al futuro, ma il futuro non mi ha ancora svelato i destini coniugali».

Diventare papà le ha cambiato la vita?
«Nel nuovo disco “Replay” si sentirà in più punti. Canto sempre della mia vita, e siccome è stata sconvolta da questo evento tutte le canzoni avranno a che fare con l’idea di lascito, di eredità. Il disco è tripartito fra passato, presente e futuro, ma in equilibrio fra le tre componenti. Un eccesso di passato scade in nostalgia; troppo presente diventa moda; un eccesso di futuro porta allo scientismo o a un positivismo cieco».
Oggi esce una canzone che anticipa «Replay»: «Nella borsa di Anna».
«Parla di una storia vera che nasce dalla consapevolezza dell’avere un figlio. Non bisogna fare figli con la persona con cui pensi di stare per sempre, ma con quella con cui pensi che possa anche andare male ma bene. Una ballad che parla delle cose che restano anche quando tutto attorno finisce».

È già in crisi con la sua compagna?
«Non c’entra la mia vita privata, al momento impeccabile; è la storia di un amico».

La sua adolescenza?
«Non capivo il mondo attorno a me, ma avevo la sicurezza dei ragazzini che pensano di avere il mondo in mano. Ero un metallaro perché vedevo nell’estremismo il modo per darsi un’identità di persona interessante. La vita mi ha insegnato che è più difficile essere sobri e ho abbracciato l’idea di essere uguale a tutti».
I Pinguini Tattici Nucleari sono visti come simbolo di normalità. Quelli che suonavano alle feste della birra o all’oratorio.
«Qualcuno ha usato quelle definizioni come insulto, ma mi sembra che risponda a un’idea classista della musica, che non ci appartiene. Il nostro obiettivo è sempre stato arrivare a più persone possibile. Per farlo ci siamo sporcati le mani ovunque, e ci siamo anche divertiti, dal centro sociale all’oratorio all’aperitivo nel locale fighetto. Trovo bellissima la normalità se è inclusiva; la normalità usata per escludere mi fa paura».
A proposito di normalità, i Pinguini sono spesso paragonati agli 883 e a Max Pezzali.
«Nelle sue canzoni c’è un modo di vedere la realtà diverso dal nostro: lui la racconta come una bellissima didascalia della sua vita, parla dello specifico; io tendo a essere più universale. Con Max c’è vera amicizia. Ci aveva intercettati quando eravamo degli sconosciuti: suo nipote era venuto a vederci a una festa della birra dalle sue parti, gli ha parlato di noi e ci ha invitati a casa sua a cena la sera dopo per una pizza».
Voi Pinguini siete visti come il volto sorridente di una generazione ribelle e disperata.
«Siamo una generazione che deve reimparare un’idea comunitaria. Un tempo si falliva insieme, oggi il successo è individuale. In realtà, nessuno può avere successo da solo. La nostra vita è scandita dalle crisi: l’11 settembre, la Lehman, il Covid... Siamo in svantaggio numerico: siamo pochi rispetto agli anziani. Però, se ci date fiducia, noi ce la prendiamo. Ci rimbocchiamo le maniche. E possiamo farcela».
Cosa pensa delle proteste degli studenti e delle manifestazioni finite con le vetrine rotte?
«Trovo triste che faccia più rumore una vetrina rotta che non le migliaia di giovani che fuggono all’estero perché non trovano spazio in Italia; del resto fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Bisognerebbe capire quei giovani pacifici, e allo stesso tempo indagare su eventuali regie dietro ai violenti. I decreti del governo mi sono sembrati una pezza e non una vera soluzione, misure di pancia, un correre dietro alla cronaca, un indice dell’incapacità di capire le radici del problema. Ci vorrebbero soluzioni politiche, non coercizione e divieti».
Si parla di vietare i social ai minori. Lei come si comporterà con Alessandro?
«I miei problemi al momento sono la scelta delle canzoni: L’elefante con le ghette o La mucca Carolina? Io ci sono cresciuto coi social, in terza media mi sono iscritto a Facebook senza che i miei lo sapessero. Quelle piattaforme mi hanno dato molto, anche per la band, ma i problemi che avrebbero creato in termini di dipendenza e altro erano intuibili da subito. Vietarli non mi sembra la strada giusta. Se allora se ne fosse parlato a scuola, forse oggi sarebbe diverso».
Voterà alle primarie?
«Non capisco i movimenti del campo largo... Conte e Schlein mi sembrano brave persone. Lui fece un errore con il Superbonus; lei mi sembra concentrata su battaglie che non sono sentite dalla pancia dell’elettorato».
E Giorgia Meloni?
«Politicamente non sono vicino alla premier e alle sue battaglie ideologiche. Gli ultimi anni di governo mi sembrano caratterizzati da un immobilismo che non si può ridurre solo agli scompensi geopolitici internazionali».
De Gregori dice che non vuole dare lezioni né prenderne, tantomeno da un cantante.
«Argomento complesso. Ognuno ha il dovere di farsi un’idea e ognuno ha anche il diritto di non renderla nota. Io ho optato per comunicare quello che penso. Pasolini diceva che un artista ha il dovere di parlare e anche il diritto di sbagliare».
I Pinguini sono una democrazia o una monarchia illuminata?
«È più facile stare in una band che in coppia. In due l’equilibrio è difficile: o c’è consenso bulgaro o sei 50 e 50. Nella band anche una maggioranza risicata è frutto di diplomazia. Le decisioni più importanti le prendiamo da Lin, un ristorante cinese alle porte di Bergamo. Invece della leva obbligatoria bisognerebbe istituire la band obbligatoria: si impara molto stando insieme e vivremmo in una società meno polarizzata. Noi vorremmo essere una band non polarizzante, ma identitaria».
Crede in Dio?
«A fasi alterne. So che lui crede in me, e vivo come ci fosse un Dio. Nel nuovo disco Replay ci sarà un brano, “Ho incontrato il diavolo all’una”, che chiarisce il mio pensiero: è una scusa facile pensare che il diavolo sia il tentatore, quello che ci attira verso il basso a livello gravitazionale. Dobbiamo dare più responsabilità all’uomo».
Come si immagina l’aldilà?
«Un grande concerto... con i biglietti troppo costosi».

Un tema attuale, quello del caro-ticket. Prima di tornare negli stadi quest’estate, a fine novembre avete in programma quattro date in piccoli club... Prezzo?
«Trentadue euro, 32 come i miei anni, o anche come una cena in trattoria».
Marco Mengoni ha detto che i suoi concerti in un piccolo club con prezzi da 115 a 230 euro sono «una cena stellata»... Frecciata?
«Non conosco i prezzi degli altri colleghi e non so se siano giusti o sbagliati. Per noi è un modo per tornare al nostro passato. Suoniamo in quattro locali che sono stati fondamentali per la nostra esperienza. Ed è anche un tentativo di accendere i riflettori su spazi dimenticati da una musica che proietta subito gli artisti verso dimensioni grandi. Ma se non ci fossero stati quei posti piccoli, tanti come noi non sarebbero dove sono ora».
Lei è il primo cantante che ha dedicato una canzone a Bergamo.
«Volevo difendere Bergamo dai pregiudizi di chi la vorrebbe razzista, bigotta, chiusa. Perché non è vero».
Della tragedia del Covid cosa le resta?
«Avevamo appena fatto Sanremo: un altro trauma. La nostra comunità è quella che ha sofferto di più. Ne è nata una coscienza politica, su quanto sia importante la sanità pubblica. Resta una ferita non rimarginata per la mia generazione».