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 2026  novembre 06 Venerdì calendario

No degli ultraortodossi a Netanyahu. Eisenkot ha i numeri

No, Tony, oggi no. A un certo punto delle consultazioni per il nuovo governo israeliano, quando dalla residenza brutalista del presidente Isaac Herzog esce la delegazione degli ebrei ultraortodossi ed entra quella dei partiti arabi, proprio davanti alle grandi vetrate dipinte da Reuven Rubin s’infila sorridente e sornione «il Cheshire Cat» della politica mediorientale, come lo chiama la stampa londinese: Tony Blair, che su questi rami s’appollaia sempre, uguale allo Stregatto di Alice nel Paese delle meraviglie. L’ex premier inglese deve vedere Herzog. E parlargli delle meraviglie del Board of Peace for Gaza. Ma non è giornata e gli concedono solo qualche minuto di cortesia: gli haredim lituani han detto che non sosterranno più Netanyahu, gli arabi han ripetuto che loro ci stanno solo se non ci sarà Netanyahu e insomma perfino le sette vite del gatto Netanyahu, stavolta, sembrano assottigliarsi.
Bibi è più debole. E se non è una fiaba, Gadi Eisenkot vede già la fine del rivale e il lieto fine per sé. Al secondo round di colloqui coi determinanti partiti minori, sotto gli occhi dei familiari di soldati caduti a Gaza e venuti qui a contestare, le posizioni si fan più chiare. 67 deputati sono pronti a votare Gadi, solo 46 per Bibi. Herzog deve ricevere ancora i playmaker – il Likud del premier e lo Yashar dello sfidante —, ma non aspetterà la scadenza di mercoledì: «Domenica ci sarà il nome» dell’incaricato, e quindi un’alleanza purchessia. Vietato rivotare, dice il presidente, «chiunque abbia buon senso, osservando le nostre lacerazioni, comprende l’enorme responsabilità che grava».
A lacerare, è innanzi tutto Netanyahu: un’anatra zoppa, nel suo presente da premier di transizione; un’anatra in gabbia, con un futuro senza i coloni, i nazionalisti e i religiosi che gli han consentito d’essere il premier più longevo della storia israeliana. Il colpo basso è arrivato dai rabbini di Ebraismo della Torah Unito, 7 seggi alla Knesset che rappresentano gli ultraortodossi askenaziti: ieri a Herzog non hanno fatto nomi, e dunque si sono sfilati da un possibile incarico a Bibi. Una botta dura. Temuta, ma inattesa. Che poche ore dopo ha mandato il premier alle corde con l’uno-due degli arabi. Gli 8 deputati della Lista Araba Unita sconfessano la lotta armata di Hamas e promuovono il Board per Gaza, questo sì, ma poi confermano l’appoggio a Eisenkot. Fanno lo stesso gli altri tre partiti palestinesi, che hanno 11 parlamentari: «Non chiediamo ministeri, ci basta cambiare governo». Quello arabo è un endorsement traballante e appeso ai sospetti: «Si può dire – commenta Herzog – che dopo il 7 ottobre, in cui ci sono state molte vittime arabe, anche il mondo arabo ha attraversato il Rubicone d’un processo d’israelizzazione, diventando parte integrante dello Stato». «Di sicuro c’è stata empatia verso il dolore collettivo israeliano – gli ha risposto lo storico leader arabo Ahmed Tibi, più cauto —, ma c’è un altro aspetto: il nostro elettorato ha parenti a Gaza e in Cisgiordania, io stesso ho perso due bambini della mia famiglia nella Striscia. Ci hanno tolto il diritto di piangere le nostre vittime. E perciò sono fiero di questi arabi che, nonostante tutto, hanno esercitato il loro diritto democratico di voto».
E dunque. Baciare il rospo e convincere Eisenkot ad allearsi con gli arabi? O investire nell’usato sicuro dell’unità nazionale, con una staffetta Bibi-Gadi? Herzog sembra preferire quest’ultima ipotesi. Anche se le distanze fra il premier e l’ex generale restano enormi e con la disfatta di Trump – dicono diversi possibili alleati, da Yair Lapid a Naftali Bennett – pure Netanyahu può diventare kryptonite. Dopo il Midterm Usa, il contesto è cambiato. Il presidente Herzog ammette che i 4 miliardi d’aiuti militari, cancellati di colpo da The Donald, sono «un fulmine a ciel sereno». E altre nubi s’addensano: l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon, va in tv a chiarire che Bibi non c’entra col crollo di Trump, «la decisione d’attaccare l’Iran è stata degli Usa, troppo facile dare la colpa a noi». Lo stesso Eisenkot affila le lame: la prima cosa che farò da premier, confida, sarà una commissione che indaghi sul 7 ottobre e su Netanyahu.
Lui, Bibi, si difende come sempre: alzando la temperatura. E insistendo sui soldi del Qatar ai partiti arabi. E domandando, tramite il ministro Ben-Gvir, l’arresto di Tibi e compagni. «Il suo è un tentato golpe», scrive duro l’autorevole editorialista Ronen Bergman: Bibi ha fiuto e sente che l’aria può farsi pesante, ha già chiesto ai servizi dello Shin Bet una scorta a vita per sé, per la moglie Sara e per i figli. Anche (e soprattutto) se non fosse più premier.