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 2026  novembre 06 Venerdì calendario

Tra i repubblicani è già tutti contro tutti

Alla Camera entrambi gli attuali candidati nella corsa per la leadership del partito sono strenui alleati del presidente, Jim Jordan (Ohio) e Steve Scalise (Louisiana), e non hanno dato segnali di voler cambiare direzione. È un segnale che per il momento i vertici del partito – e molti dei suoi esponenti – continuano a non voler attribuire direttamente a Trump la responsabilità delle loro difficoltà, a parte alcune eccezioni come il governatore Ron DeSantis («Non c’è dubbio che le midterm siano un rimprovero al presidente e al Congresso», ha detto il governatore della Florida a Fox News). Ma i repubblicani cercano un capro espiatorio.
Per JD Vance il capro espiatorio è la guerra in Iran: lo ha detto chiaramente sui social l’altro ieri. Pare che non tutti alla Casa Bianca fossero stati preventivamente informati delle parole del vicepresidente e alcuni consiglieri l’hanno visto come una rottura con Trump, ma altri ne erano stati messi al corrente. Trump non ha criticato il suo vice, affermando che le sue parole erano «buone» anche se lui non si pente di aver fatto la guerra. Vance è stato comunque attento a notare che «anche il presidente» aveva riconosciuto che la guerra ha avuto un ruolo nel voto di midterm. Sarà significativo vedere che cosa farà Vance se Trump ordina un altro giro di attacchi.
Vance si muove in vista del 2028. Suggerire che bisogna cambiare la relazione Usa-Israele e pensare di più all’America First lo allinea a podcaster e attivisti Maga, inclusi coloro che si sono allontanati da Trump come Tucker Carlson. Lo stesso vale per DeSantis e per Ted Cruz, senatore del Texas: entrambi sono visti come possibili rivali di Vance per la nomination. Senza nominare esplicitamente Trump, Cruz ha detto nel suo podcast che la colpa del fallimento alle midterm – un ripudio del partito che ha paragonato «al Watergate» – va vista nel solco di «dazi che hanno reso tutto più costoso e di una guerra che si è trascinata troppo a lungo».
Dopo le midterm è anche riesplosa la faida tra attivisti Maga anti-interventisti da una parte e dall’altra influencer pro Israele e pro guerra come Laura Loomer, Ben Shapiro, Mark Levin: i primi accusano per il fallimento elettorale i falchi, che a loro volta accusano i primi di antisemitismo e di slealtà nei confronti di Trump. Steve Bannon non incolpa Trump, ma se la prende con gli strateghi elettorali per i risultati fallimentari; inoltre l’ex stratega della prima vittoria elettorale del tycoon nel 2016 ha chiesto alla Casa Bianca di istituire una commissione d’inchiesta sulla guerra in Iran, affermando che è necessario farlo per riconquistare la fiducia degli americani.
Nella ricerca del capro espiatorio molti repubblicani continuano a suggerire di far fuori Pete Hegseth, il capo del Pentagono, argomentando che avrebbe giocato un ruolo centrale nel convincere Trump ad attaccare l’Iran senza avere una exit strategy. Si prevede che, nel giro di pochi giorni, gli stessi repubblicani alla Camera voteranno per sconfessarlo apertamente. Eppure la fiducia di Trump nel suo segretario alla Difesa per ora non sembra vacillare: «Ha fatto un lavoro straordinario», ha detto ieri il presidente, che nutre simpatia per Hegseth e crede di doversi opporre ai tentativi di metterlo sotto impeachment. Secondo il Daily Mail, Trump avrebbe chiesto ai più stretti consiglieri se sia il caso di licenziarlo e con chi eventualmente sostituirlo. In un’intervista alla Abc, il presidente ha ammesso di aver ricevuto telefonate da alleati scontenti di Hegseth.
È comunque un momento in cui girano indiscrezioni di ogni genere: fonti britanniche dell’Independent sostengono che il segretario di Stato Marco Rubio starebbe valutando di lasciare il posto per una candidatura per le presidenziali, ma la Casa Bianca e lo stesso Rubio smentiscono. Il Daily Beast sostiene che Sergio Gor, l’ambasciatore in India, potrebbe diventare capo dello staff della Casa Bianca o segretario di Stato, ma l’interessato ha smentito la notizia.