Corriere della Sera, 6 novembre 2026
Il no ai data center fa precipitare i titoli AI. La bolla del tech minaccia l’America
Il nome di Donald Trump non era sulle schede delle midterm, come lui stesso ha ricordato dopo la sconfitta. Ma i data center dell’intelligenza artificiale, sì. E hanno subìto una sconfitta che si legge nelle quotazioni di quasi tutte le società della filiera fisica dell’intelligenza artificiale, per il secondo giorno di seguito.
Riflesso in Europa
Solo che stavolta la violenta correzione non è rimasta confinata ai soli titoli delle società direttamente coinvolte. Queste sono le aziende che garantiscono la pesante, costosa infrastruttura di una nuova tecnologia che si presenta al consumatore come puro software immateriale. Sono le società di semiconduttori come la californiana Nvidia, il gruppo a maggiore capitalizzazione del mondo, che ha bruciato circa 500 miliardi di dollari di valore in due sedute di Borsa. Sono aziende che consegnano data center pronti per l’uso come CoreWeave del New Jersey, che in un mese di ascesa nei sondaggi e poi vittoria dei democratici ha dimezzato il suo prezzo e ora tratta sui mercati del debito come fosse a un passo dal default. Sono colossi come SpaceX di Elon Musk, che ha trovato un nuovo business nell’affitto di capacità computazionale, ma ha bruciato circa 560 miliardi di dollari di capitalizzazione in questo ultimo mese (con un crollo dell’8% solo ieri). E sono, naturalmente, anche le aziende europee della nuova filiera. L’italiana Prysmian, che fa cavi anche per data center, ieri ha perso il 4% a Piazza Affari; l’altra italiana Carel, che fa sistemi di raffreddamento, ha perso il 3,5%; la svizzero-svedese Abb, che fa sistemi elettrici, ha ceduto il 4,2%.
Fragilità
Solo che, appunto, i tremori attorno ai data center non sono più un evento per specialisti. Sono un fenomeno sistemico, perché quei nuovi simboli dell’era di Donald Trump sono al cuore di un edificio finanziario da tempo fragile. I costi di sviluppo delle infrastrutture dell’intelligenza artificiale determinano infatti la sostenibilità finanziaria dell’intero ecosistema cresciuto attorno alla nuova tecnologia. E la sostenibilità finanziaria dell’ecosistema dell’AI determina, a sua volta, quasi tutto per l’economia americana. All’uscita delle elezioni di midterm, i titoli legati all’intelligenza artificiale valevano almeno il 45% della capitalizzazione dell’S&P500. E quest’ultimo, il principale indice di Borsa di Wall Street, valeva ormai poco meno di due volte e mezzo il prodotto lordo americano. Si tratta di un livello mai raggiunto prima: persino all’apice della bolla di internet di un quarto di secolo fa, l’S&P500 valeva meno del doppio del prodotto lordo. Oggi una correzione di appena il 10% di Wall Street – niente di inconcepibile – spazzerebbe via patrimoni che pesano per circa un quarto del fatturato degli Stati Uniti, con il rischio di una brusca frenata dei consumi che potrebbe portare in recessione la prima economia del pianeta.
Per questo oggi i data center sono così essenziali. Gran parte del castello economico-finanziario dell’America negli anni di Trump dipende dalla tenuta delle società dell’intelligenza artificiale, che a loro volta dipendono proprio dal costo dei data center.
Il peso del debito
Un’analisi della banca JpMorgan stima che la costruzione di queste infrastrutture implichi investimenti per 5 mila miliardi di dollari fino al 2030, dei quali 2 mila miliardi a debito. Costruire un singolo data center americano in media oggi costa 41 miliardi di dollari e ne sono annunciati poco meno di un centinaio. Le grandi case di Silicon Valley come Meta e Alphabet, così come le nuove piattaforme Anthropic e OpenAI, stanno ormai facendo costruire tutta questa capacità computazionale in buona parte a debito. Solo Alphabet quest’anno moltiplica per sette le sue emissioni di bond a 75 miliardi di dollari. Da tempo gli investitori pensano che la scommessa sia già ai limiti della sostenibilità, od oltre. I rendimenti dalla vendita di servizi di AI per ora non giustificano queste spese colossali, proprio come accadeva agli investimenti in strade ferrate a metà dell’800.
Ostilità agli sconti
È qui che si innescano le midterm e il voto per il governo di molti Stati federali. In Texas, Ohio e Georgia – 39% della capacità di data center annunciata in America – hanno portato al potere democratici ostili ai privilegi per i costruttori. Ad Austin, la nuova governatrice Gina Hinojosa ha già promesso di fermare ogni nuovo permesso. Ovunque cresce l’ostilità agli sconti sulle tasse sui terreni di cui beneficiano i data center o al modo in cui quelli scaricano sulle bollette delle popolazioni locali i costi delle reti elettriche più potenti che servono loro per funzionare. Tutti sono bravi a fare i tycoon delle tecnologie con i soldi della gente comune. Ma se ora i nuovi potenti del partito democratico ritireranno questi privilegi, i data center diventeranno ancora più costosi; quindi i conti dell’AI rischiano di non tornare proprio più. E se quelli non tornano, anche Wall Street non si sentirebbe tanto bene. A metà mandato, l’America di Trump avanza su ghiaccio sottile.