Corriere della Sera, 6 novembre 2026
Cosa dice (e cosa no) il voto Usa
Il «blunami» delle elezioni di midterm in America è l’inizio di un riallineamento elettorale? Uno di quei momenti cruciali in cui classi sociali, gruppi etnici, appartenenze geografiche, generazioni diverse si rimescolano e danno vita a una nuova coalizione politica destinata a segnare un cambiamento profondo e duraturo? In una parola: stiamo assistendo a uno spostamento a sinistra dell’elettorato americano, e di conseguenza, prima o poi, in tutto l’Occidente? O è solo una punizione di Trump?
La vastità e la qualità del travaso di voti potrebbero far ritenere che sì, questa è una svolta. In tutte le categorie demografiche nelle quali gli analisti suddividono il voto negli Stati Uniti, i democratici hanno strappato consensi agli avversari in proporzioni massicce. I repubblicani restano in maggioranza solo tra i bianchi, i bianchi non laureati e i bianchi del sud; pur subendo anche lì grandi rimonte. La Georgia ha eletto la prima governatrice afroamericana, il New Mexico la prima governatrice nativa americana (tribù Laguna Pueblo), il Texas la prima governatrice di origine messicana, il New Hampshire il primo senatore dichiaratamente gay. E, ovviamente, il Michigan ha eletto il primo senatore musulmano. I democratici hanno portato al Congresso più di cento deputate donne: è la prima volta nella storia. I repubblicani non prendevano una botta di queste proporzioni dalle elezioni di midterm del 1974, quando si votò tre mesi dopo le dimissioni di Nixon per lo scandalo Watergate.
È vero che tutti i presidenti americani di solito perdono le elezioni a metà mandato; ma così, in queste dimensioni, di rado.
A guardare le cose dall’Europa, viene però qualche dubbio sull’ipotesi di una svolta a sinistra. Se si guarda alle due parole d’ordine con cui i democratici hanno vinto, scopriremo infatti che sono le stesse che hanno dato la vittoria a Trump due anni fa: no al carovita e all’inflazione, basta avventure militari lontano da casa (soprattutto se perdenti). Se ne deve dunque dedurre che la domanda degli elettori è rimasta più o meno la stessa, ma ha cercato (e trovato) risposte in un’offerta politica di diverso colore. Molti tra i democratici che hanno vinto possono essere definiti «populisti», seppure di conio diverso rispetto ai Maga: più moderati e rispettosi delle istituzioni repubblicane, ma non meno radicali contro l’establishment. Solo che stavolta è l’altro establishment.
Quello che è cambiato, magari, è che, come a New York, a Londra a Berlino nelle elezioni per il sindaco, si sta strutturando una nuova «sinistra sociale», molto meno interessata ai dilemmi woke e alla cultura gender, e più attenta alle disuguaglianze e al reddito. Non più dominio incontrastato della destra Maga, il mercato elettorale dei «latinos», dei giovani, dei «forgotten men», i «dimenticati» da una società sempre più diseguale, tecnologica, impersonale, ha trovato dei competitori agguerriti nei democratici.
Se ci fosse davvero una svolta ideale verso sinistra, non si spiegherebbe d’altronde come mai, in base ai dati finora disponibili, in California sembri destinata alla bocciatura nel referendum la proposta di una patrimoniale del 5% a carico dei super ricchi, presentata dal più di sinistra di tutti, Bernie Sanders. E come mai, all’opposto, in Florida sia passata a furor di popolo una riduzione delle tasse sugli immobili, lanciata dal governatore repubblicano dello Stato. In ogni caso, vedremo presto se un vento nuovo esiste davvero, e se soffia anche in Europa: oppure se, a fine mese, il partito di estrema destra Vox vincerà le elezioni in Spagna insieme con l’alleato Partito popolare, e nella prossima primavera Marine Le Pen conquisterà l’Eliseo, dopo cinquant’anni di tentativi di famiglia.
Può darsi insomma che il voto contro Trump non sia un voto di sinistra. Ma contro Trump. È però probabile che il presidente americano abbia fatto al movimento Maga ciò che in piccolo fece Renzi al riformismo in Italia: distruggerne la credibilità. Per cui anche la destra del futuro cercherà di essere diversa; lo si capisce già dai primi tentativi di JD Vance di rifondarla, separandola dalle responsabilità del fondatore, per tenere in vita le sue speranze di candidatura alla Casa Bianca.
Una novità è in ogni caso evidente nel voto americano, e sembra corrispondere a una tendenza globale: gli elettori tornano alle urne o, piuttosto, nuovi elettori vanno alle urne. Negli Stati Uniti hanno votato 12 milioni di americani in più che alle elezioni di midterm di quattro anni fa. L’affluenza in Israele, in Brasile, in Serbia è stata ugualmente altissima e ha coinvolto strati della popolazione solitamente apatici, lontani dalla competizione elettorale. La partecipazione al voto può essere ciò che gli americani chiamano un «game changer», cioè un fattore che modifica le regole del gioco. Se i movimenti giovanili che hanno preso le piazze in tutta Europa si trasformassero in voti, cosa che di solito non avviene, allora sorprese sarebbero possibili. Anche in Italia.