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 2026  novembre 05 Giovedì calendario

Eitan Bondì condannato a 4 mesi per percosse

Per la procura era un tentato omicidio, con l’uso improprio delle armi. Per il gip, che ha riqualificato il reato, si trattava di tentate lesioni e porto abusivo di «oggetti atti a offendere». Per il giudice che lo ha condannato, invece, Eitan Bondì ha commesso percosse. Un reato lieve, tanto che, se le vittime rimetteranno la querela, il procedimento si estinguerà. Intanto il 22enne che il 25 aprile ha sparato contro due persone che indossavano un fazzoletto dell’Anpi è stato condannato a quattro mesi con rito abbreviato. Escluso anche il reato legato alle armi: il fucile ad aria compressa è stato considerato un oggetto ludico, mentre l’arsenale trovato nella camera del ragazzo era detenuto legalmente.
Ma questa è una storia che va oltre le accuse. Perché Bondì ha colpito due persone che indossavano il fazzoletto dell’Anpi. E lo ha fatto il 25 aprile, ai margini di Parco Schuster, punto d’arrivo del corteo per la Festa della Liberazione. Per questo l’Anpi è stata ammessa come parte civile. «Non mi scorderò mai che ho fatto un gesto vergognoso – dice adesso il ragazzo – e mi porterò per sempre il peso e la vergogna che mi ha fatto provare questa situazione che ho causato io. Chiedo scusa».
Quel giorno Bondì è arrivato in scooter, con il volto nascosto da un casco integrale. Ha alzato il braccio, puntato e sparato con un fucile ad aria compressa, ferendo al collo e al braccio le due vittime. «Un’azione programmata, dagli effetti volutamente eclatanti, considerata la scelta del giorno e del luogo», aveva detto il gip Paola Della Monica.
Prima l’agguato. Poi il ritorno al lavoro, per completare le consegne di Glovo. E infine a casa. Una sequenza che aveva colpito la Digos, coordinata dalla pm Lucia Lotti e dal procuratore Francesco Lo Voi.
Nell’abitazione, tra pareti decorate con stampe di fucili da guerra e attestati di corsi di autodifesa, Bondì custodiva un arsenale: quattro pistole, tre fucili, mille munizioni e diversi caricatori. E poi zaini e kit medici, «attrezzatura specifica di pronto uso in uno scenario di guerra», un pugnale con lama di 19 centimetri, e un coltello a serramanico con lama di 12 centimetri.
Tutto detenuto legalmente. Ma comunque «allarmante», secondo il gip. Il fucile usato nell’agguato, invece, non è mai stato recuperato: «Non ricordo in che cassonetto lo ho gettato», aveva detto il ragazzo. E sul movente: «Non so come poter spiegare un gesto del genere».
Per la presidente dell’Anpi Roma, Marina Pierlorenzi «è stata una sparatoria a due nostri iscritti che avevano il problema di indossare il simbolo dell’Anpi – dice la donna – La nostra costituzione di parte civile testimonia che si è trattato di un’aggressione alla Resistenza». Di altro avviso la difesa, che ritiene la «sentenza aderente alla norma e agli argomenti della difesa». «Abbiamo tentato di trovare una soluzione fuori dall’aula. Se si riuscisse ad arrivare a una conciliazione il procedimento si estinguerebbe – dicono gli avvocati Gianluca Tognozzi e Cesare Gai – Per il ragazzo è stata un’esperienza devastante di cui ha fatto tesoro perché è stato un fatto esecrabile».