Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  novembre 05 Giovedì calendario

Intervista a Giuseppe Dellantonio

La prima volta che ha accompagnato qualcuno in montagna?
«Agosto 1949. Si chiamava Giuseppe Rossi, di Bologna, siamo saliti sulla Marmolada. Confesso che ero un po’ emozionato, è andato tutto bene».
Giuseppe Dellantonio, 103 anni lo scorso marzo, conosciuto da tutti a Moena come Bepi Tasin, allora era ancora un «portatore», sarebbe diventato guida alpina tre anni dopo. Il presidente del suo gruppo, i prestigiosi Ciamorces de Fasha, i Camosci della Val di Fassa, ha chiesto in giro: non ha trovato nessuno più anziano, è lui la guida più longeva d’Italia. Si dice che il bravo alpinista è quello che torna a casa. Lui sorride: «È proprio così, una volta arrivati in cima bisogna anche pensare a scendere. E spesso è più complicato che salire».
Quando è nata la sua passione per la montagna?
«In seconda elementare. Il maestro, Cristiano Vadagnini, che seguiva tutte le grandi scalate di quel periodo – Marmolada, Sassolungo, Latemar – ci parlava delle Dolomiti, di queste nostre montagne meravigliose che milioni di anni fa sono nate dal mare. Io ero affascinato e incuriosito. Mi chiedevo: se vado fin lassù, chissà cosa c’è dall’altra parte...».
Ed è andato a vedere...
«Avevo 9 anni, ero in quarta elementare. Allora c’era il sabato fascista, in genere si marciava. Una volta abbiamo detto all’insegnante, si chiamava Carlo Ganz, che eravamo stufi e allora lui ci portò a vedere l’aquila di bronzo che c’è sulla Roda di Vaèl. Tutto a piedi fino al passo di Costalunga, non c’erano ancora gli impianti. E poco dopo, con dei ragazzi più grandi, salii anche sulla Torre Finestra, è stata la mia prima vera scalata».
E i suoi genitori?
«Mio padre era muratore, mia madre casalinga. Loro non volevano che io frequentassi la montagna».
Per paura?
«No, per loro era solo una perdita di tempo. Mio padre mi ripeteva: di montagna non si mangia, le scarpe che io ho faticato a comprarti tu le consumi per andare in gita. Anche da parte del parroco c’era un controllo molto rigido».
Perché?
«In genere si saliva la domenica, ma lui voleva che fossimo presenti a messa. Spesso seguivamo quella delle 5 del mattino e poi partivamo. Il problema è che lui ci voleva anche alla predica di mezzogiorno e alla dottrina nel pomeriggio. Facevamo tutto di nascosto, nascondevamo le corde nel fienile. Poi quando arrivò don Eliseo Zorzi cambiò tutto».
Chi era?
«Un cappellano amante dell’alpinismo. Convinse il parroco che potevamo partire il sabato, la domenica avrebbe detto lui messa in quota».
Nel 1941 lei compie 18 anni. Andò in guerra?
«Arrivò la cartolina e mi chiamarono per la visita. Io volevo fare l’alpino, ma ero molto magro e il medico mi disse: lo zaino armato pesa 40 chili, tu ne pesi 50, non è possibile. Mi assegnarono al genio pontieri. Andai prima a Piacenza, poi sull’Adda, dopo l’8 settembre riuscii a tornare a casa. C’erano ancora i tedeschi, trovai lavoro in una miniera e così evitai di essere nuovamente arruolato».
E dopo la guerra?
«Ripresi a lavorare come falegname e docente negli istituti tecnici. Potevo studiare da maestro, c’era pure una borsa di studio ma mio padre fu categorico: “Devi imparare un mestiere e aiutare i tuoi cinque fratelli più piccoli”».
E la guida?
«Mi ero messo d’accordo con il datore di lavoro, mi lasciava andare quando c’era qualcuno che voleva salire. Fare la guida è sempre stata un’opzione, non è mai stato il mio lavoro principale».
Quando andava?
«Soprattutto d’estate. Poi ho rallentato quando mi sono sposato nel 1958. Ho conosciuto mia moglie Fleride a Cortina, lei faceva l’istitutrice per una famiglia milanese. Abbiamo avuto tre figli, ho ripreso ad andare quando sono diventati grandi e sono andato in pensione».
Un ricordo tra tutti?
«Milano, 1954. Andammo ad accogliere la spedizione italiana che tornava dal K2. Ricordo Ardito Desio che si prendeva tutta la scena. E un concerto alla Scala, tutti vestiti con i pantaloni di fustagno e le corde al petto».
Momenti difficili?
«Ero molto prudente, per questo mi sceglievano volentieri. Se non ero in giornata, non mi vergognavo a tornare indietro. L’ho fatto più di una volta e non me ne sono mai pentito. L’imprevisto può sempre capitare: una volta ero con mia figlia e con dei suoi amici quando è venuta giù una frana dal monte Colac. Ho avuto la prontezza di farli riparare dietro una roccia».
Ha mai pensato di non farcela?
«No, perché quando ti trovi in certe situazioni si pensa solo a come uscirne. Solo dopo rivivi quei momenti e capisci il rischio passato».
Incidenti?
«Non in montagna, in città a Trento. Avevo 93 anni, una signora in auto mi ha investito mentre attraversavo sulle strisce. Mi ha procurato diverse fratture».
L’ultima volta in vetta?
«Poco prima dell’incidente. Mia moglie era già morta. Ho fatto da solo il giro dei rifugi sul Catinaccio d’Antermoia fino al Passo Principe».
Il segreto della sua longevità?
«Non saprei dirlo. Ho sempre mangiato tutto ma con moderazione. Vino non tutti i giorni, ma di dolci sono molto goloso».
Come ha visto cambiare la montagna?
«Alcune torri non ci sono più, sono franate molte vie classiche, molto belle. Sulla Marmolada, il ghiaccio dove facevamo lo sci estivo si è ridotto quasi a zero».
A proposito della Marmolada, quando nel 2022 ha saputo della tragedia, 11 morti, cosa ha pensato?
«Passavamo sempre da lì, era il posto più sicuro, i cambiamenti climatici provocano questi disastri. Sono morte delle guide, anche molto brave, ma non erano del posto. Io penso che solo chi conosce bene una zona può comprendere meglio degli altri come la natura sta cambiando».
È stato tentato da una grande impresa alpinistica?
«Non faceva per me, per la mia struttura. Bisogna adattarsi al proprio fisico, sapere quali sono i propri limiti».
Mai attratto dall’Himalaya?
«La voglia di avvicinarmi a questi grandi ghiacciai c’era, ma non ho mai avuto l’idea della competizione».
Cosa rappresenta per lei la montagna?
«È bella ma può essere pericolosa, deve essere studiata e soprattutto rispettata. Adesso molti si avventurano affidandosi al telefonino, se si trovano in difficoltà chiamano subito i soccorsi. C’è molta più gente che sale e tanti non sono preparati».
Qual è il rapporto che si crea con i clienti?
«Non mi piace chiamarli così. Quando uno si affida a te, alla tua corda, alla tua esperienza, non è più un cliente che paga e lo accompagni, è un amico. Perché dopo si ricorda di te, ti scrive, magari ritorna dopo tanti anni, come è successo spesso anche a me. Rimane la confidenza e anche un po’ di affetto».