Corriere della Sera, 5 novembre 2026
Caterina Varzi racconta del legame con Tinto Brass
«Ci ha lasciato con la gioia di vivere. È questo che mi piacerebbe che tutti lo sapessero». Si è fatta un pianto. Poi le lacrime hanno lasciato il posto a una consapevolezza in Caterina Varzi, 65 anni, avvocata nella sua vita prima di incontrare Tinto Brass, diventarne la musa, la seconda moglie e la partner intellettuale degli ultimi vent’anni. Vissuti fino all’ultimo a progettare, scrivere, immaginare al motto di «Mai arrendersi, mai».
Varzi, quali sono state le ultime parole di Tinto Brass?
«Io penso che si muore per come si vive, e Tinto è arrivato gioioso a questo momento. Stamattina (ieri, ndr) sono andata da lui e gli ho detto: “Che fasi, Tinto, non ti alzi?”. E lui: “Ma è ancora notte”. Perché in effetti era nuvoloso e il sole non si vedeva. “Voglio stare”. Gli ho chiesto se voleva stare un altro po’ a letto e mi ha detto che voleva alzarsi e fare colazione. Siamo andati in cucina, qui, nella casa di Isola Farnese e quando abbiamo finito gli ho detto: “Volevi fare il furbetto, eh, non ti volevi alzare”. E lui si è messo a ridere... Poi l’ho lasciato che andava a farsi la barba, ho sentito un urlo, il badante mi ha chiamato e Tinto non c’era più. Sono contenta che non abbia sofferto minimamente. E ricordarlo con questa risata mi fa stare bene».
Ma c’erano avvisaglie?
«No, nella maniera più assoluta. Non ce l’aspettavamo: né io né il suo medico. Certo, abbiamo passato un brutto inverno: ha avuto due setticemie, siamo rimasti prigionieri in casa per la chiusura della strada dopo una frana. Ma la notizia del premio alla Mostra del Cinema aveva provocato in lui una ripresa insperata che mi ha reso felice, perché ho potuto godermi ancora un po’ il Tinto attaccato alla vita. Gli leggevo gli articoli che uscivano su di lui e diceva: “Ah, si ricordano ancora di me... E fino all’ultimo ha sperato di poter essere presente al Lido, ma non è stato possibile: il rischio era troppo alto».
Il vostro primo incontro?
«Sono andata da lui come legale di una società di produzione che voleva girare un documentario sulla sua vita. Il documentario non si è più fatto e lui si era fatto l’idea che io facessi finta di fare l’attrice perché volevo una parte nel suo film. Ci siamo rivisti dopo un anno perché volevano che gli facessi un’intervista per tirare fuori l’uomo oltre il personaggio. E da lì è cominciato un sodalizio artistico che si è trasformato in un legame profondo».
Vent’anni.
«Sì, vent’anni di questo legame fortissimo. C’era molta complicità e poi c’era il collante dell’essere io istintivamente ribelle verso ogni forma di autorità e, come lui, fuori dagli schemi e dai conformismi. Ho scritto tante sceneggiature con lui, che poi purtroppo non si sono realizzate».
Insieme avete girato il corto Hotel Courbet nel 2009 e lei doveva essere la protagonista di Ziva, l’isola che non c’è.
«Purtroppo nel 2010 è stato colpito da in ictus ed è intervenuta la malattia che però è forse stato il collante più forte: Tinto si è ritrovato con la memoria azzerata. Attraverso il suo archivio l’ho ricostruita e gli ho fatto imparare a memoria tutta la sua vita».
Lei è trent’anni più giovane. Non le è mai pesata la differenza d’età?
«No, mai. Tinto era una mente così brillante che non mi rendevo conto di questa differenza d’età. Anzi, se c’è qualcosa che mi è pesato è il fatto che stare accanto a una persona così singolare ha reso il confronto con un maschile diverso particolarmente noioso. Per me era insopportabile uscire e confrontarmi con la banalità dell’ordinarietà e ho sempre sentito il peso dell’intrattenere e dell’essere intrattenuta con chiunque non fosse come lui».
Ci sono stati contrasti con i figli del primo matrimonio, Bonifacio e Beatrice.
«Sono felice che si fosse riconciliato con Bonifacio, che è venuto a trovarlo fino a una settimana fa. Ultimamente veniva spesso e anche lui ha avuto la possibilità di vedere il padre di nuovo gioioso».