Corriere della Sera, 5 novembre 2026
Midterms, in Iran si festeggia.
Lo hanno appeso martedì a piazza Enghelab, la piazza della Rivoluzione. Un Donald Trump enorme, dietro le sbarre, la testa china come un condannato in attesa della sentenza, e sotto quattro parole in inglese, perché il destinatario capisse senza traduttori: «We will kill Trump». A Teheran minacce così non stupiscono più nessuno. Da quando, il 28 febbraio, le bombe americane e israeliane hanno preso a cadere sull’Iran, i nemici parlano la stessa lingua di vendette giurate e annientamenti promessi. Ma stavolta quel cartellone sembrava annunciare un’altra morte, quella politica. E la sentenza è arrivata, poche ore dopo, dalle urne americane, che al partito di Trump hanno tolto Camera e Senato.
In una notte, la sconfitta dei repubblicani è diventata la vittoria degli ayatollah e dei pasdaran. «La guerra con l’Iran ha fatto cadere Trump», ha titolato l’agenzia di regime Irna, mentre il Tehran Times ribattezzava il raid del giugno 2025, da Midnight Hammer a «Midterms Hammer». E per una volta la propaganda non ha dovuto inventare quasi nulla. Trump ammette che la guerra ha pesato «in parte», il vice JD Vance va oltre e dice che «è il motivo per cui abbiamo perso». Perfino Donald Jr. conferma.
Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore, scrive su X che «per coscienza o per il costo della vita, gli americani hanno detto no alla guerra». Dal Cairo l’ambasciatore rispolvera il proverbio, chi semina vento raccoglie tempesta, mentre l’ambasciata in India sceglie l’ironia, con un video creato con l’AI in cui Trump finisce nel cassonetto della spazzatura. Ma più si sale verso il vertice, più l’entusiasmo si raffredda. Mojtaba Khamenei, la Guida Suprema che parla solo per comunicati, avverte che chi spera in un’America diversa «si sbaglia di grosso», e che se gli attacchi ripartissero la guerra si allargherebbe. Lunedì raid Usa hanno colpito l’isola di Qeshm, dopo che Trump aveva promesso un «colpo decisivo», salvo poi dire al Financial Times che al tavolo sta ottenendo «tutto ciò che voglio».
In questa terra di mezzo si muove la diplomazia con il Qatar in prima linea. La Cina si dice pronta a collaborare con Washington, ma con Teheran ha troppi affari per restare a guardare, e lunedì Xi Jinping ha ricevuto il sultano dell’Oman, che con l’Iran si divide le acque di Hormuz.
Fuori, nelle strade di Teheran, il vento americano arriva appena. Samira spera solo di non dover più rivedere il video della tv di Stato che insegna a sopravvivere all’atomica: stai lontano dalle finestre, non guardare i lampi, lavati con acqua tiepida e sapone. I fedeli del regime, invece, hanno ritrovato la voce davanti all’ex ambasciata americana, dove 47 anni fa gli studenti islamici presero 52 ostaggi. Ogni anno quelle mura risentono lo stesso grido, «morte all’America». Ieri, c’era anche il nome di Trump.
Attesa, timori e minacce. «Se l’America utilizzerà le sue basi europee, comprese quelle in Italia e in Germania, i missili iraniani saranno lanciati verso l’Europa», ha dichiarato Ahmad Bakhshayesh Ardestani, membro della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano.