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 2026  novembre 05 Giovedì calendario

Si apre la guerra civile tra i Maga

Avesse vinto anche alle mid-term o incassato una sconfitta di dimensioni limitate, magari perdendo solo il controllo della Camera, Trump avrebbe potuto con ogni probabilità decidere la scelta del suo successore per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2028: una scelta ristretta al probabile candidato, il suo vice JD Vance, e al segretario di Stato, Marco Rubio. Ma, dopo lo tsunami democratico, anche se continuerà a governare per altri due anni, The Donald dovrà probabilmente rinunciare al ruolo di kingmaker: da sconfitto difficilmente riuscirà a imporre il suo volere assoluto con lo strumento usato fin qui, la paura. Mentre il «delfino» Vance esce anche lui con le ossa rotte da una campagna elettorale nella quale si era tuffato con vigore, esponendosi almeno quanto Trump.
Certo, le presidenziali sono lontane e Vance ha tempo di recuperare. Ma il disastro elettorale del 3 novembre non può non spingere a scendere in campo altre forze e personaggi del fronte conservatore, visto che da gennaio la rappresentanza repubblicana nel nuovo Congresso, oltre ad essere minoritaria, sarà composta prevalentemente da bianchi invecchiati, yes men di Trump. Questo perché i politici di rango che avevano osato dissentire da lui sono stati costretti a dimettersi o sono stati battuti alle primarie da trumpiani di stretta osservanza. Mentre i democratici, oltre a essere diventati maggioranza, ora presentano un personale politico più giovane e multietnico.
E, allora, è probabile che le primarie 2028 del Grand Old Party saranno le più aperte da diversi decenni a questa parte: potrebbero tornare in scena alcuni dei politici che sono stati emarginati o cacciati da Trump, mentre un movimento Maga ormai frammentato ha, comunque, diverse anime – giovani populisti della New Right, nazionalisti religiosi, fan della tecnocrazia – capaci di esprimere nuovi candidati. E già si agitano altre figure, come l’altro senatore del Texas, l’arciconservatore Ted Cruz. E potrebbero tornare in scena personaggi di un passato recente o remoto del fronte conservatore: dal governatore della Florida, Ron DeSantis all’ex vice del presidente nel primo mandato, Mike Pence, poi «epurato» per essersi rifiutato di bloccare la ratifica della nomina di Biden alla presidenza. Ma possono riemergere anche figure da un passato più lontano. Un nome per tutti: Paul Ryan. Fu candidato alla vicepresidenza con Mitt Romney, contro Obama, nel 2012. E dal 2015 al 2019 guidò, da speaker, i repubblicani alla Camera. Poi mollò la politica, nauseato da come era stata trasformata da Trump, ma non escluse di poter tornare qualora se ne fossero create le condizioni. Forse è il momento: è ancora relativamente giovane (un cinquantenne) ed è tornato a parlare in pubblico attaccando più volte i Maga.
Quanto a Vance, oltre alle ferite della campagna, deve assorbire la crisi dei suoi mentori: i tycoon conservatori della Silicon Valley, soprattutto Peter Thiel di Palantir, ma anche Elon Musk. Sognavano di sostituire progressivamente la democrazia liberale e i sistemi parlamentari con una tecnocrazia basata sull’intelligenza artificiale (Ai) e speravano di fare di Vance il politico capace di dare sostanza al loro progetto. La cui realizzazione, davanti a un elettorato sempre più ostile all’Ai e che sta bocciando i progetti di decine di grandi data center, è quantomeno rinviata.