Corriere della Sera, 5 novembre 2026
Trump si rifugia. nella sua sala da ballo. Vance: «Colpa della guerra in Iran»
Quando si sente isolato, Donald Trump spesso parla con i giornalisti per sfogarsi. E così è stato nella notte della batosta elettorale e nella giornata di ieri. Tra le tante cose, detto: «Le persone sono d’accordo con quello che sto facendo in Iran, ma non vogliono davvero sopportare le conseguenze a breve termine di pagare di più per la benzina». Ha affermato che può lavorare con i democratici su «molte più cose di quante non creda la gente» e che «hanno fatto un buon lavoro» ma se lo mettono sotto impeachment di nuovo, «sarà la fine del partito democratico». Nella notte elettorale il presidente era in diretta in una lunga telefonata con Fox News in cui diceva di non considerare quella del midterm una sconfitta personale («Non c’ero io sulla scheda»), fino a poco prima che James Talarico in Texas e gli altri candidati in tutto il Paese iniziassero i loro discorsi della vittoria.
Poi ieri Trump ha invitato i giornalisti nel luogo in cui si sente a più agio, il cantiere della sua sala da ballo, ha firmato l’ultima trave prima che gli operai la erigessero e ha parlato per venti minuti del progetto senza nemmeno menzionare lo tsunami che ha travolto i repubblicani. Quando alla fine ha aperto alle domande, che erano sulle elezioni, ha insistito: «Se ci fossi stato io sulla scheda avrei vinto». Ha ribadito che tanti americani lo amano. Peccato che «non siamo riusciti a trasferire quell’amore ai candidati». Mentre Trump ha escluso di avere alcuna responsabilità, il partito misura la portata di una sconfitta che il governatore della Florida Ron DeSantis ha definito un evento «vicino al livello di estinzione per i repubblicani in tutto il Paese» e con ripercussioni per oltre un decennio. E la Florida è uno dei pochi stati in cui i repubblicani hanno comunque vinto le due corse a livello nazionale (per la poltrona di governatore e per il Senato) seppure con un vantaggio più ridotto del previsto.
JD Vance è stato molto più netto, pur affermando che «anche Trump» ha detto che la guerra ha avuto un peso: «La ragione per cui abbiamo perso è la guerra», ha scritto il vicepresidente sui social. Dopo aver difeso per mesi il conflitto a cui era sempre stato contrario, Vance ha ammesso che «i nostri elettori sono andati a votare... ma molti per i democratici» perché volevano la fine della guerra, volevano riportare l’attenzione sul costo della vita, sull’inflazione, sull’America First, e «cambiare il rapporto con Israele». Ha aggiunto: «A queste persone furiose che vogliono dirci: “Ve l’avevo detto”, rispondo che avete ragione, ce l’avevate detto. Ora usate quell’energia per eleggere repubblicani che condividano la vostra visione del mondo». Secondo i media americani, la sua risposta ha sorpreso e infastidito alcuni consiglieri di Trump. Ma il figlio del presidente, Don Jr., che come Vance era contrario al conflitto, ha rilanciato le parole dell’amico sui social. Per Vance prendere le distanze dalla guerra è questione di sopravvivenza politica, se vuole correre per la Casa Bianca nel 2028. Ai giornalisti che hanno chiesto a Trump che cosa ne pensi del discorso sull’Iran del suo vicepresidente, lui ha replicato: «Penso che fosse buono». Gli hanno chiesto se intenda sostituire il segretario della Difesa Pete Hegseth: «No, credo che stia facendo un ottimo lavoro». E poi: «La cosa in Iran la dovevamo fare e continueremo a farla... Non potevano avere un’arma nucleare».