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 2026  novembre 04 Mercoledì calendario

Sgarbo Usa a Netanyahu: "Stop agli aiuti. Israele le armi dovrà pagarle"

Nel 2016 Barack Obama firmò il più generoso accordo di assistenza militare mai concesso a Israele: 38 miliardi di dollari in dieci anni. All’epoca – e per diversi anni a seguire – si è trattato del più grande pacchetto di assistenza militare bilaterale mai concesso dagli Stati Uniti a un altro Paese, in tutta la loro storia.
Ironia della storia – e delle amicizie tra potenti In bilico – un decennio dopo, ad annunciare lo stop anticipato agli aiuti è Donald Trump, il presidente che Benjamin Netanyahu ha sempre considerato il suo migliore alleato alla Casa Bianca.
Al ministero della Difesa israeliano l’hanno scoperto dalla televisione americana: se alla dichiarazione di Trump a Fox News – che ha il sapore di uno spot elettorale last minute – seguiranno azioni formali, potrebbero dover fare a meno di quasi quattro miliardi di dollari all’anno. Bibi, che secondo il presidente americano avrebbe addirittura proposto l’operazione, non avrebbe ancora avvertito i suoi generali.
«Bibi e io abbiamo fatto un accordo: non pagheremo più Israele. Sono un Paese di successo. Non ne hanno bisogno». Le armi americane resteranno in vendita, ma Israele dovrà pagarle. «Li aiuteremo se servirà». Poco dopo, aprono i seggi delle Midterm.
E il bersaglio elettorale è Abdul El Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, contrario agli aiuti: «Perché dobbiamo farci attaccare da gente come lui?». Gaza ha incrinato il consenso bipartisan: a sinistra si contesta l’uso delle armi americane; nella destra Maga, invece, a infastidire e il costo della sicurezza di altri.
Dagli annunci trumpiani ai fatti: l’intesa firmata da Obama nel 2016, 3,3 miliardi l’anno per le armi e 500 milioni per la difesa antimissile, non scade tra due mesi, e sui fondi decide il Congresso. Netanyahu aveva sì proposto di azzerare gli aiuti, ma in dieci anni. Secondo Barak Ravid del Canale12 israeliano e del sito statunitense Axios, ne parlò a Mar-a-Lago, consigliato da Ron Dermer e contro il parere dell’ex consigliere per la sicurezza Jacob Nagel. L’intesa tecnologica sostitutiva è ancora lontana dalla firma.
Ai ministeri della Difesa a Tel Aviv delle Finanze a Gerusalemme, si dichiarano sorpresi; Netanyahu, per adesso, resta in silenzio. «Il sistema di sicurezza lo apprende dai media insieme ai cittadini», attacca il suo antagonista Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader di Yashar!: «Il premier «deve dare risposte», subito. Yair Golan, altro generale passato alla politica, parla di «colpo grave» alla sicurezza e teme che il conto ricadrà sulle tasche dei contribuenti, già provati da tre anni di guerre. E sul prossimo esecutivo. I capi dell’opposizione si sono incontrati per sostenere Eisenkot alla guida del prossimo governo, ma non hanno ancora la soluzione per il rebus della maggioranza alla Knesset. Oggi il presidente Isaac Herzog apre le due giornate di consultazioni per individuare l’incaricato a formare l’esecutivo.
Washington, che vuole tagliare i fondi per armare Israele, valuta una nuova offensiva nel Golfo. Anche il Brent, salito dopo gli attacchi su Qeshm, è sceso dopo le parole di Trump sugli aiuti. I raid su Qeshm sono definiti «difensivi» da Washington. I Pasdaran rispondono sostenendo di aver abbattuto tre droni americani su Hormuz. Il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf dice che «la palla è nel campo americano».
Mentre Riad e Teheran cercano il dialogo, gli Houthi alleati dell’Iran intensificano gli attacchi contro aeroporti e impianti petroliferi sauditi, spingendosi verso lo stretto di Bab el-Mandeb. L’Arabia Saudita bombarda lo Yemen e si consulta con Washington per contenere l’escalation. A farne le spese è anche il calcio: rinviata a dicembre 2027 la Coppa d’Asia, prevista a gennaio nel regno, dopo l’attacco degli Houthi. Mente il New York Times rivela: «L’Iran potrebbe usare armi chimiche», secondo la Cia.