la Repubblica, 4 novembre 2026
Bobby Sands. Quaderni dal carcere tra guerra e fame
Ci sono sempre visitatori davanti al murale di Bobby Sands, a Belfast. Dipinto sulla parete di una casa lungo Falls Road, la strada che attraversa il quartiere cattolico, repubblicano e separatista, l’immagine ritrae un giovane uomo sorridente dai capelli lunghi, contornato da catene spezzate. I turisti si fermano a fotografarlo o a farsi un selfie.
Quel nome è diventato celebre in tutto il mondo, sinonimo del sacrificio supremo per una causa di libertà. Sands morì 27enne, nel 1981, dopo sessantasei giorni di sciopero della fame, rinchiuso nel Maze (Labirinto), com’era soprannominata la prigione britannica in cui scontava una condanna a 14 anni: un digiuno a oltranza, indetto per protesta contro il trattamento disumano a cui erano sottoposti i detenuti dell’Ira, l’Irish Republican Army, l’esercito clandestino che lottava per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito e per la riunificazione con la repubblica d’Irlanda, che l’indipendenza dall’Impero britannico l’aveva ottenuta, dopo un guerra civile, nel 1922.
Nell’introduzione a Diario e altri scritti dal carcere, il libro del coraggioso attivista nordirlandese pubblicato ora in Italia da Nutrimenti, raccolta di riflessioni in prosa e di poesie, due delle quali inedite, Riccardo Michelucci descrive Bobby così: “Avvolto completamente nudo in una coperta, si trascina nei pochi metri quadrati della cella cercando di scansare i vermi e gli escrementi ammucchiati negli angoli del pavimento, reso scivoloso dall’urina. Le narici sono assuefatte all’odore nauseabondo di quel piccolo spazio chiuso, dal quale non esce quasi mai. Si ferma, gratta la lunga barba e inizia a scrivere su uno spicchio di muro.
Stringe tra il pollice e l’indice la ricarica di una penna a sfera dalle dimensioni minuscole, che teneva nascosta all’interno del corpo. Resta in allerta, le orecchie tese, per captare ogni minimo rumore. I secondini possono piombargli in cella in qualunque momento, confiscargli i preziosi strumenti di scrittura e picchiarlo a sangue. Non appena riuscirà a tornare in possesso di una cartina di sigaretta o di un pezzo di carta igienica ricopierà quanto ha scritto e cercherà di farle arrivare all’esterno”.
Sembra incredibile che qualcuno abbia potuto scrivere in condizioni simili e fare poi uscire, con ogni tipo di stratagemmi, quelle striscioline di carta dalla galera.
Può sembrare altrettanto incredibile che condizioni del genere siano state imposte non all’interno di un lager nazista, non nel Gulag sovietico, bensì in un democratico Paese europeo, e che tutto questo sia avvenuto poco più di quattro decenni or sono. “Il corpo non accetta la mancanza di cibo, soffre per la tentazione di mangiare”, scrive Sands nel suo diario dal carcere. “Ma alla fine tutto dipende dalla mente. La mente è la cosa più importante.
Da dove nasce questa forza mentale? Dal desiderio di libertà. Se non riescono a distruggere il tuo desiderio di libertà, non riusciranno a spezzarti. E dunque non mi spezzeranno, perché ho il desiderio di libertà nel cuore”.
Non era consentito scrivere, leggere, comunicare con altri detenuti, dentro al Labirinto creato dalle autorità di Londra allo scopo di distruggerli. Prima di smettere di cibarsi, Sands e compagni (ne sarebbero morti di fame nove) avevano organizzato altre forme di protesta dentro a quel “girone infernale”, come lo chiamavano. Il rifiuto di indossare le uniformi da carcerati: restando piuttosto nudi, nonostante il gelo. Il rifiuto dei servizi igienici: accettando di vivere nella sporcizia. “Difficilmente si lascerebbe vivere un animale in tali circostanze, meno che mai un essere umano”, affermò l’arcivescovo cattolico di Armagh, dopo una rara visita. “Sono un prigioniero politico”, scrive Bobby. “Sono vittima di una guerra perpetua che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero che rifiuta di andarsene dalla nostra terra”.
Solo nelle poesie lascia affiorare l’angoscia: “Cara mamma, lo so, ci sei sempre, ad aiutarmi e guidarmi col tuo amore, mi hai allevato e nutrito e reso forte, per andare incontro al mondo col suo male”. E ancora: “Un odio così intenso mi fa paura, un giorno i giovani diventeranno padri e lo trasmetteranno ai figli”. Il miracolo è che, dopo un conflitto durato trent’anni, quel feroce sentimento sia stato vinto. “Gente che si odiava, ora governa insieme”, ricorda nelle sue memorie Tony Blair, il premier britannico che nel 1998 mediò la pace. Ma questo libro ci ricorda che odio e orrore possono sorgere ovunque: non solo nei lager di Hitler e Stalin, nella Russia di Putin o a Gaza, anche nella nostra democratica Europa.