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 2026  novembre 04 Mercoledì calendario

Intervista a Dacia Maraini

Dacia Maraini, qual è il suo primo ricordo?
«La neve. Stavamo a Sapporo, sull’isola di Hokkaido. Avevo due anni. Uscivamo dalla finestra perché la porta era completamente sepolta dalla neve».
Come mai in Giappone?
«Papà aveva vinto una borsa di studio per osservare e raccontare una popolazione arcaica del Nord del Giappone. Aveva litigato col padre, Antonio, fascista della prima ora, che aveva creduto in Mussolini, in quella specie di fascismo un poco socialista degli inizi, in sintonia con il futurismo, il mito della macchina, degli aerei, della velocità».
Com’era suo nonno?
«Una persona colta, intelligente, piuttosto intimidita dalla vita. Penso che sia stato molto deluso, perché aveva creduto che l’Italia, dopo la Grande Guerra, fosse in un momento di grande ripresa e splendore. Aveva dato a mio padre una tessera del fascio come facilitazione per trovare lavoro. Lui gliela stracciò davanti agli occhi».
E con lei?
«Lo ricordo quando tornammo dal Giappone. Mi diceva: “Tua nonna sì che è bella, tu no, perché hai la plica mongolica”. Credo intendesse dire la palpebra che nasconde un poco l’occhio, come i cinesi e i giapponesi».
La mamma, Topazia Alliata, com’era?
«Mia madre era una donna di un coraggio leonino. Nel 1943 il Duce pretese che tutti gli italiani che si trovavano nei Paesi alleati, come il Giappone, firmassero l’adesione alla Repubblica di Salò. I giapponesi non ci vedevano come nemici».
È vero che una volta scappò di casa?
«Avevo sei anni. Mio padre mi aveva accusato di avere sporcato e rovinato un libro antico, ma io non l’avevo fatto. Non mi credette. E io, per la rabbia e l’offesa di quella mancanza di fiducia, scappai di casa e mi misi a camminare per le vie di Tokyo. Verso sera arrivò una telefonata da un posto di polizia che stava dall’altra parte della città: “C’è qui una bambina bionda, italiana, che dice di chiamarsi Dacia”. Loro si precipitarono. Questo poi me lo ha raccontato mia madre: “Abbiamo aperto la porta del posto di polizia. Tu stavi seduta sul tavolo, intorno a te c’era un mare di poliziotti. E tu, in perfetto giapponese, dicevi a quei giovanotti che non saresti più tornata a casa e saresti rimasta lì con loro a fare la poliziotta”».
Il ricordo più brutto?
«Il giorno che ci hanno messo su un camion e ci hanno portato al campo, a Nagoya. Tutta la famiglia dentro una stanza con un solo tatami. Non era un campo di sterminio, ma ci stavano uccidendo con la fame. Per mancanza di proteine e vitamine abbiamo cominciato ad ammalarci di beriberi, di scorbuto, di anemia perniciosa. Perdevamo i capelli e i denti, i muscoli non rispondevano più. Poi il freddo d’inverno e il caldo d’estate, i parassiti...».
Cosa mangiavate?
«Né carne, né pesce, né uova, niente. Solo un pugno di riso».
Poi ci fu il famoso gesto di suo padre...
«Capì che stavamo morendo di fame e un giorno si arrabbiò. Disse: “Ma le bambine non sono prigioniere politiche, dovete dare loro da mangiare”. Loro risposero che non meritavamo niente come figlie di traditori della patria. Pretendevano che gli altri prigionieri dessero ciascuno un cucchiaino di riso per noi bambine. Mio padre prese un’accetta, si tagliò un mignolo sul ceppo e lo gettò addosso al capo dei carcerieri, Katsuya. Nella cultura samurai giapponese questo rito si chiama yubikiri. L’atto dimostra che hai coraggio e ottieni un certo rispetto».
Cosa accadde?
«Lì per lì, il finimondo. Katsuya prese a calci il povero Fosco che sanguinava. Il sangue schizzava da tutte le parti. Mia madre cercava di fermare l’emorragia con uno straccio. Dopo una settimana, però, questo Katsuya arrivò con una capretta, che faceva 200 o 300 grammi di latte al giorno. La capretta ci ha salvato la vita».

Dove eravate?
«Alla periferia di Nagoya. Poi, siccome gli alleati avevano bombardato la città e per i terremoti era quasi crollata la struttura, che poi erano gli spogliatoi di un campo da tennis, ci presero e ci portarono in campagna, nel tempio buddista di Kosai-ji. Lì c’erano meno bombe, perché era più defilato dalla città, però i parassiti erano ossessivi: pidocchi, pulci, vermi».
E la liberazione?
«Fu un momento anche buffo. Il campo era piccolo, in un posto isolato di campagna. Passavano gli aerei e non ci trovavano. Finché mia madre, straordinaria – non si è mai lamentata, non ha mai pianto, e, pur avendo le gambe paralizzate, cuciva o rammendava le camicie per i guardiani per ottenere un uovo, una patata —, ebbe l’idea di cucire una bandiera italiana bella grande, con un lenzuolo. La mettemmo sopra una collinetta. Ci videro. Arrivarono i grandiosi aerei americani e gettarono bidoni di viveri per 300 persone: Coca-Cola che scorreva sulle rocce, farina di piselli che volava, sigarette, cioccolata».
Un’abbuffata.
«Però dopo tanta fame lo stomaco è contratto: se mangi molto rischi di morire. Noi stavamo lì a guardare queste meraviglie senza poterle mettere in bocca. Mangiavamo un pezzetto per volta».
Come avete saputo della fine della guerra?
«Vedemmo arrivare una folla di contadini e un po’ ci siamo preoccupati. I guardiani erano scappati via. Loro si sono avvicinati, hanno fatto l’inchino, e il più anziano: “Vogliamo dirvi che la guerra è finita, l’imperatore ha fatto un bellissimo discorso. Noi abbiamo capito la prima parte, ma il resto no, perché ha parlato in antico giapponese”. Questo fatto era grottesco. I giapponesi che prima ci avevano considerati nemici ora venivano dagli studiosi italiani, perché nel campo c’erano soprattutto intellettuali, anche un prete, a chiedere cosa avesse detto l’imperatore nella loro lingua antica. Mio padre, che conosceva bene il giapponese antico, e altri prigionieri spiegarono il discorso della resa».
E cosa aveva detto?
«Che bisognava arrendersi. I militari non volevano. Teorizzavano la mistica della vittoria o della morte. L’imperatore fu molto amato dal popolo proprio perché prese posizione contro la prosecuzione della guerra. C’erano state le due bombe atomiche, non volevano più morti».
Poi siete tornati in Italia?
«Dopo un anno, perché non c’erano navi, per cui siamo rimasti a Tokyo. Mio padre insegnava giapponese. Mia madre essendo pittrice faceva l’esperta di oggetti d’arte per gli alleati. Ci nutrirono, ci curarono. Finalmente arrivò una nave e tornammo in Italia. Passammo per Parigi, perché la nave andava in Francia, a Le Havre. Ricordo la meraviglia di vedere dal vivo l’Europa, che era stata fino ad allora un sogno raccontato dai miei».
In Italia dove andaste?
«Prima a Firenze, però mio padre e mio nonno non andavano d’accordo. Infatti ci siamo spostati in Sicilia. A casa dei nonni materni, dove c’era la temibile nonna Sonia Ortuzar, cilena».
Come mai una cilena aveva sposato un siciliano?
«Perché mio nonno Enrico Alliata – garibaldino, filosofo, vegetariano, un aristocratico completamente fuori dalle regole – amava il canto, per cui era andato a studiare con Caruso alla scuola della Scala di Milano. Lì ha conosciuto mia nonna, figlia di un ambasciatore cileno a Parigi. Anche lei era a Milano a studiare canto. Si sono innamorati, e quando lui è tornato a Palermo lei l’ha seguito e si sono sposati. Però io mi ricordo che lei, dopo decenni in Sicilia, ancora diceva “perro” invece di cane. Aveva una voce bellissima, da soprano lirica, ed era frustrata perché avrebbe voluto cantare sul palcoscenico ma non glielo hanno mai permesso. Non mio nonno, che era liberale e di idee moderne, ma la famiglia e l’ambiente in cui viveva. Una donna sul palcoscenico era considerata una prostituta».

E il nonno?
«Mio nonno Enrico era tolstojano, lavorava coi contadini, leggeva libri di filosofia, era generoso e di spirito ribelle. Mia madre lo adorava e certamente ha preso da lui».
Ma Topazia era un nome di famiglia?
«No, il nome Topazia era una invenzione del padre. I nomi ereditari erano Signoretta, Felicita, Orietta, Gaspara e Melchiorra, che erano stati due eroi della famiglia Alliata. Dacia pure è un nome della tradizione. A Pisa c’è un quadro del martirio di San Dacio. Gli Alliata nel Quattrocento stavano a Pisa, erano imparentati con i Della Gherardesca, ma poi un ramo si è spostato in Sicilia dove prese a coltivare le vigne e a fare il vino».
La famiglia del Conte Ugolino?
«Sì. Da ragazzina mi faceva impressione quel cognome.
Non so perché abbiano lasciato Pisa. Forse perché un trisavolo aveva scoperto le vigne straordinarie della campagna siciliana e aveva portato la propria conoscenza enologica in quelle zone, inventando il sofisticato e intenso vino Corvo di Salaparuta».
Marianna Ucrìa è un personaggio di fantasia?
«No. Era un’antenata che aveva vissuto a Bagheria
. Io l’ho scoperta in un quadro. Mi colpì la solennità del suo portamento e la tragica espressione del suo sguardo. Ho chiesto chi fosse e mi hanno risposto che si chiamava Marianna ed era sordomuta. Poi ho saputo dalle cronache della famiglia che era stata sposata allo zio. C’era del mistero in quel matrimonio famigliare; solo indagando ho scoperto che c’era uno stupro di cui non si poteva parlare. Non è stato facile ricostruire l’atmosfera di quella Sicilia del Settecento. Ci ho lavorato per 5 anni».
Lo considera il suo capolavoro?
«È il mio romanzo più popolare, se ne sono vendute un milione di copie, è stato tradotto in 27 Paesi. Io mi stupisco ogni volta, ma arrivano tuttora richieste di traduzioni in Paesi lontani. L’anno scorso l’hanno tradotto in Thailandia».

Quanti ne ha pubblicati?
«Non lo so... Non li ho contati».
Tutti questi viaggi non la stancano?
«No, perché il viaggio è parte della storia familiare. La mia nonna paterna, inglese di origine polacca, era una grande viaggiatrice. Aveva sposato un inglese, e aveva due figli, ma quando si è innamorata di un altro uomo, è andata via. Avrebbe voluto portarsi i figli ma allora la legge non lo permetteva, quando una donna se ne andava i figli rimanevano al padre. A mia nonna piaceva viaggiare, ma non era ricca, infatti si metteva lo zaino in spalla e partiva, andava da sola, con il battello, col treno, su un mulo, a piedi. Tornando dalla Persia si fermò a Firenze, incontrò mio nonno e si sposarono. Ha avuto due figli: Fosco, mio padre, e il fratello Grato».

Qual è il segreto della longevità?
«Non lo so. C’è qualcosa del Dna forse. Mia madre ha vissuto 102 anni».
Fa sport?
«Sì, ho fatto sport tutta la mia vita: nuoto, cavallo, bicicletta, sci».
E mangia poco.
«Non ho mai fatto una dieta, ma il campo di concentramento mi ha insegnato a mangiare poco. Non bevo, non ho mai fumato. Sono vegetariana come mio nonno, come mia madre».

Non le va di mangiare gli esseri viventi?
«Ero bambina in Sicilia, avevo dieci anni. Ero amica di due bambine, due sorelle molto allegre con cui giocavo. Un giorno queste ragazze mi dicono: “Andiamo a trovare papà”. Papà era un macellaio, io non lo sapevo. Entro in questo macello e vedo il giovane uomo che stava sgozzando una pecora tenendola stretta fra le ginocchia. L’animale strillava e scalciava disperato ma lui non mollava. È stata un’esperienza terribile. E ho capito che non avrei più mangiato carne».
Davvero mai?
«L’ho mangiata quando ero in collegio a Firenze, dai 10 ai 13 anni. Poi sporadicamente in momenti di sconforto. Ma ormai da trent’anni mai».
In quale collegio?
«A Firenze, alla Santissima Annunziata. Un vecchio collegio laico risorgimentale. Ascoltavamo le canzoni che raccontavano le gesta di Garibaldi, di Mazzini, dei fratelli Bandiera. Leggevamo De Amicis, Silvio Pellico, Ippolito Nievo».
E l’università?
«L’università non l’ho fatta per niente, perché a Roma sono stata bocciata al liceo, al Mamiani, dove ero approdata dopo il liceo Garibaldi di Palermo. L’esame di maturità fu traumatico, perché questo esaminatore aveva una Divina Commedia piccolissima. “Leggi, commenta”. Io ho letto, commentavo, ma non gli andava bene niente, mi trattava male. Mi sono talmente arrabbiata che ho detto: “Non faccio più gli esami, studio da me”. E così ho fatto».
Qui iniziano i primi lavori?
«Sì, ho fatto la hostess di terra per la Pan American. Poi la segretaria per una giornalista inglese».
Chi era la giornalista inglese?
«Si chiamava Judith, lavorava per la Reuters. Poi ho fatto l’aiuto fotografa, sempre di una giornalista inglese. Per fortuna l’inglese l’ho sempre parlato bene».
Nel 1959 il matrimonio.
«Con il pittore milanese Lucio Pozzi. Ma ho continuato a lavorare. Facevo anche molto cinema, traduzioni di sceneggiature, doppiaggio. Ho curato il doppiaggio di quattro film con Pasolini».
Lucio Pozzi come l’ha conosciuto?
«Sinceramente non ricordo mai come ho conosciuto le persone che ho amato. Improvvisamente le trovo nella mia vita e neanche mi stupisco».
Il matrimonio finì presto.
«Doveva nascere un figlio. Invece poi è morto, al settimo mese. Lì è finito il matrimonio».
Perdu, di cui parla in Corpo felice?
«Lui. Infatti è un libro autobiografico. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto vederlo crescere accanto a me e così l’ho raccontato come se fosse vivo».
Finito il matrimonio, il primo viaggio con Alberto Moravia e Pasolini in Africa.

«Erano gli anni Cinquanta. Gli intellettuali si conoscevano, erano una comunità solidale e unita. Ci si vedeva per stare insieme senza darsi appuntamento, solo per il piacere di incontrarsi e scambiarsi le idee. Oggi purtroppo questo non succede più. Oggi ci si vede solo nelle occasioni pubbliche».
Cosa ha amato di Moravia?
«La sua infantile allegria, la sua sapienza, la sua generosità. L’ho amato come si ama un padre ma anche un figlio perché lui era padre e figlio nello stesso tempo».
Con Pasolini che rapporto c’era?
«Prima è stato un rapporto di discreta amicizia. Poi quando lui mi ha chiesto di collaborare alla sceneggiatura delle Mille e una notte è diventata una amicizia molto intensa e profonda».
Perché finì la storia con Alberto Moravia?
«È durata 18 anni. Credo che l’amore come passione e sesso finisca sempre. L’importante è che rimanga la stima e l’amicizia. Lui si è innamorato di Carmen e io ho avuto altri amori. Ma siamo rimasti molto vicini e profondamente legati».
Come avete fatto a rimanere amici fino alla fine?
«È la stima reciproca che tiene uniti, la voglia di vedersi comunque, di fare progetti insieme, di sentirsi quasi ogni giorno, di scambiarsi le idee. Comunque l’amicizia è inclusiva e quindi libera da gelosie, mentre l’amore passione è esclusivo e tende a chiudere la coppia».
Ci sono stati altri amori importanti?
«Certo. Ho avuto una lunga relazione con il violinista Rodolfo Bonucci e poi un bellissimo rapporto con Giuseppe Moretti, attore, regista e musicista. Morto purtroppo giovane di leucemia».

Se facciamo questi nomi femminili: Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Anna Maria Ortese, Anna Banti, Laura Betti, Piera Degli Esposti. Cosa le viene in mente?
«Elsa, Natalia, Lalla, Anna Maria, Anna sono state le mie madri letterarie. Ho capito tante cose frequentandole e le ho amate e ammirate. Laura Betti era come una sorella di Pier Paolo ma aveva un pessimo carattere. Piera è stata una carissima amica di cui ho apprezzato il talento e l’ironia che metteva in tutto quello che faceva e diceva».
E Maria Callas?
«È stata la compagna di un felice viaggio in Africa con Alberto e Pier Paolo. L’avevo vista sul palcoscenico e la consideravo una diva potente. Quando Pier Paolo mi ha detto che sarebbe venuta con noi in Mali ho avuto paura: come si fa a viaggiare con una diva? Invece, quando l’ho vista arrivare con i blue jeans e una maglietta semplice, i capelli stretti in un laccio, ho capito che mi ero sbagliata. Ho avuto modo di conoscerla bene e l’ho scoperta bambina, una bambina greca innamorata della musica: un drago sul palcoscenico ma fragile e indifesa nella vita. Mi ha fatto tenerezza e mi ha ispirato molto affetto. Pier Paolo l’ha amata, ho assistito al loro amore, anche se era solo platonico. È stata una vacanza veramente ricca di esperienze sorprendenti».
E questi nomi maschili: Giuseppe Berto, Goffredo Parise, Federico Fellini, Carlo Emilio Gadda, Enzo Siciliano?
«Berto è stato offensivo con me, ma io non porto rancore. Goffredo era un amico caro, a volte tagliente ma sincero e generoso. Fellini era un affabulatore meraviglioso. Mi chiamava Dacina. Gadda era timido e scorbutico, ma candido e infantile. Enzo Siciliano era un amico pieno di curiosità e di sapienza. Ma voglio ricordare Lorenzo Tornabuoni, che ci ha fatto scoprire Sabaudia, Bernardo Bertolucci con la sua ironia, Schifano generoso e sensibile... Però mi fermo perché gli amici sono stati tanti e li porto tutti nel cuore».
Che rapporto ha con il tempo che passa?
«Il tempo non esiste. Ce lo inventiamo noi e ogni volta in maniera diversa. Certo, per una che ha sempre guardato al futuro con allegria, ora vedo un muro e mi rattrista».
Ha paura della morte?
«Non ho paura della morte. Mi dispiace solo lasciare la vita che amo. Mi fa paura la malattia e il non essere indipendente».
Oggi cosa la rende più felice?
«Sentirmi rispettata e spesso amata. Quando qualcuno mi dice: “I suoi libri mi hanno tenuto compagnia”, mi sento in armonia con la vita».
Ha rimpianti?
«Mi dispiace non avere potuto conoscere quel figlio che se ne è voluto andare troppo presto».

Cosa le fa più paura?
«Ve l’ho detto: la malattia e la non indipendenza».
Cosa le fa più rabbia?
«La menzogna, l’egocentrismo, l’aggressività, il potere visto come licenza di sottomettere e dominare, tutte cose che vediamo furoreggiare in questi giorni».
Ha ancora un progetto da realizzare?
«Un libro sulla famiglia. Forse su mia madre, che è stata un esempio di coraggio e generosità».