Corriere della Sera, 4 novembre 2026
Nicola Gratteri parla di sé, della carriera, di mafia
Ha già raccolto le olive?
«Sì. Il lavoro nella terra è uno degli spazi di normalità cui tengo. C’è una soddisfazione concreta nel seguire una pianta e vedere il risultato della fatica: il mio tempo è perlopiù assorbito da problemi che richiedono anni per una soluzione».
E la marmellata di limoni?
«Quella la faccio a gennaio».
Il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri è tornato in libreria con un nuovo saggio scritto per Fuoriscena con l’amico di gioventù e sodale letterario Antonio Nicaso: 50 anni di ’ndrangheta. Dentro l’organizzazione più potente d’Italia. È un libro importante, che apre gli occhi sulle ramificazioni della ’ndrangheta in oltre mezzo secolo: dai sequestri di persona al traffico internazionale di cocaina, dal primo comune sciolto per infiltrazioni mafiose al Nord alle contaminazioni emiliane dopo il terremoto del 2012, dai legami con la massoneria deviata a quelli con P2 e politica, dal welfare criminale del Covid alle inchieste Hydra e Mafia Capitale.
Al lavoro usa l’Intelligenza artificiale?
«No, ma non la rifiuto a priori. Può aiutarci a incrociare grandi quantità di dati investigativi. Ma quando è in gioco la libertà delle persone, le decisioni non possono essere delegate a un algoritmo. C’è poi un problema di sovranità digitale: non affiderei dati investigativi a sistemi privati senza garanzie su accesso e utilizzo».
E la ’ndrangheta usa l’AI?
«Nel campo delle frodi, l’AI permette di produrre messaggi credibili o imitare una voce conosciuta, rendendo più convincente una richiesta di denaro».
Suo padre guidava un Tigrotto OM. Che effetto le ha fatto la protesta dei Tir?
«In una famiglia che dipende da un mezzo di trasporto, un fermo o una spesa imprevista possono diventare un problema serio. Penso che le ragioni economiche della protesta debbano essere ascoltate e comprese».
Senza entrare nel merito dell’inchiesta, ha visto il rischio delle infiltrazioni mafiose?
«Sulle indagini in corso non anticipo valutazioni. Se qualcuno dispone di elementi su possibili condizionamenti criminali, deve trasmetterli alla polizia giudiziaria».
Il suo conterraneo Lorenzo Caffè, 27 anni, ha vinto il concorso per la magistratura: aveva letto il suo «La malapianta» alle elementari.
«È una soddisfazione che dà senso al nostro impegno con i ragazzi, ma il merito del percorso compiuto da Lorenzo è suo. Gli auguro di conservare quella motivazione assieme alla capacità di mettersi in discussione».
Il gip del Tribunale di Caltanissetta, Santi Bologna, ha riconosciuto che Falcone e Borsellino tra il 1990 e il 1992 operarono in un «clima ostile ed emarginante» nella Procura di Palermo. Si è mai sentito delegittimato?
«Sì, ne ho parlato anche a proposito dell’accoglienza trovata a Napoli. La critica è legittima. Ma il confronto sul referendum sulla giustizia, per esempio, è degenerato in attacchi personali, esulando dai temi della campagna. Quanto a Falcone e Borsellino, la loro vicenda richiede un rispetto che esclude paragoni».
Non sono troppe le 131 assoluzioni su 338 imputati nel maxi processo Rinascita-Scott? È un tema per il quale lei è molto criticato.
«Le percentuali servono ai titoli, la giustizia si misura sulle motivazioni. Il pm deve capire perché un’accusa non ha retto e trarne le conseguenze, senza considerare la decisione del giudice una sconfitta personale. Ma quelle 131 assoluzioni vanno lette con l’altro dato: 207 condanne per oltre 2.200 anni di carcere complessivi in primo grado, che confermano responsabilità accertate, in particolare sui vertici dei clan del Vibonese».
Papa Francesco accusò la mafia calabrese di adorazione del male e disprezzo del bene. Lei va mai in chiesa?
«Le parole di Papa Francesco tolsero spazio alla pretesa di conciliare l’appartenenza mafiosa con una rispettabilità religiosa esibita alla comunità. Diversi vescovi hanno interrotto consuetudini che avevano alimentato ambiguità. Io ho un rapporto personale con la fede e con la preghiera. Mi interrogo sul senso di ciò che faccio. Credere che la nostra esistenza abbia un significato più ampio può aiutare».
Vive sotto scorta da 37 anni, non tiene la contabilità degli attentati sventati. Si chiede mai perché è ancora vivo?
«So che la mia vita dipende anche dall’attenzione e dalla professionalità delle persone che si occupano della mia sicurezza, e questo mi dà un senso molto concreto di responsabilità verso di loro. Il rischio esiste e bisogna esserne consapevoli. Ma non so perché un progetto criminale sia stato fermato e altri, nella storia di questo Paese, siano arrivati fino in fondo».
Il salotto della sua casa in Calabria è in un piano seminterrato, le serrande perennemente abbassate. Cosa prova se pensa alla libertà che ha tolto anche a sua moglie e ai suoi figli?
«È la parte più difficile da accettare. Dietro i rischi che hanno corso e corrono i miei familiari ci sono rinunce quotidiane. La gratitudine verso mia moglie e i miei figli non cancella il peso di ciò che hanno dovuto affrontare».
L’ultimo concerto a cui è stato?
«A giugno 2025, per i 70 anni del grande Enzo Avitabile, sono andato a salutarlo prima che si esibisse con De Gregori e Jovanotti a Napoli. Abbiamo parlato di musica, poi mi sono seduto dietro il palco, protetto dall’auto blindata. Ma i ragazzi della scorta non erano tranquilli e dopo mezz’ora siamo andati via. È stata un’emozione indimenticabile».
Se fosse invisibile?
«Da giovane facevo il dj in una radio privata a Gerace. Talvolta in macchina ascolto la musica. Se potessi, andrei anche ai concerti».