Corriere della Sera, 4 novembre 2026
Chigi: «Troveremo una sintesi». Meloni, la scelta di non essere al summit pro truppe a Kiev
I fronti si affastellano. Sono interni ed esterni: Manovra e Ucraina. Dossier diversi, certo, sui quali Giorgia Meloni adopera la stessa strategia. Non interviene, osserva le reazioni, fa trapelare il giusto.
Le opposizioni – Pd e M5S – l’attaccano su Kiev. La chiamano la «grande esclusa». Oggi e domani il formato E-3 (Germania, Francia, Gran Bretagna) si metterà seduto al tavolo con gli emissari di Nato, Usa, Banca Mondiale e Kiev. L’Italia non ci sarà per un motivo semplice: non fa parte del formato europeo che sulle garanzie di sicurezza, per arrivare alla pace, spinge per l’invio delle truppe, al contrario di Roma. Non a caso, dal 9 al 22 novembre si terranno in Polonia, guidate da Londra e Parigi, le prime esercitazioni militari della Forza multinazionale per l’Ucraina, il braccio militare dei Volenterosi.
Meloni si è già espressa sul ruolo dell’E-3: la sua opinione non sembra cambiare a seconda dell’agenda. La presidente del Consiglio da tempo ripete che in questa fase «serve una sola voce dell’Europa per Kiev». Che altrimenti si rischia di dividere la diplomazia, senza raggiungere alcun risultato. Il timore di vedere il Vecchio Continente «in ordine sparso» è ormai nei fatti per Palazzo Chigi. Un concetto che Meloni ha ripetuto in Parlamento durante le ultime comunicazioni in vista del Consiglio europeo, ma anche commentando la telefonata della scorsa settimana tra Jonas Gahr Store (Norvegia) e Alexander Stubb (Finlandia) con Vladimir Putin. Colloqui bollati, al netto dei buoni propositi dei due protagonisti, come l’ennesima conferma che «in Europa non si è ancora trovato un accordo su chi debba rappresentare gli interessi del continente nel processo di pace: è proprio questo vuoto a spingere le singole nazioni a muoversi su base nazionale».
Meloni punta a un inviato legittimato da tutti i 27. Obiettivo complicato in vista del valzer di tavoli che si susseguiranno nelle prossime settimane tra il vertice di Abu Dhabi (10 e 11 novembre) e il G20 a Miami, dove il padrone di casa Donald Trump sarà reduce dalle elezioni di midterm. Per non rompere con il formato E-3 la premier ha dato comunque la sua disponibilità a partecipare alla riunione dei Volenterosi convocata dal cancelliere tedesco Merz il prossimo 19 novembre. Se in presenza o in collegamento, è ancora da vedere. Per il momento la prima ipotesi sembra avere più possibilità.
Lo scetticismo sul fronte ucraino in queste ore fa il paio con le beghe dentro la maggioranza per la Manovra. L’assalto di Matteo Salvini su scuola e pensioni trova la risposta diplomatica di Palazzo Chigi: «Sono dinamiche normali: arriveremo a un punto di caduta come abbiamo sempre fatto». Agli atti la linea di Fratelli d’Italia è quella espressa da Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera. Ovvero: nessun patto tradito, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è espressione della Lega, quindi Salvini sa a chi deve rivolgersi. Dietro alla rudezza di FdI c’è anche la consapevolezza che qualche concessione dovrà arrivare in sede di conversione della Manovra. Claudio Durigon, vicesegretario del Carroccio, è convinto (o meglio: si augura) che con emendamenti mirati riuscirà a raddrizzare la barca. Da via della Scrofa sono pronti a pochissime concessioni, a partire da Quota 64 per le pensioni. Il braccio di ferro è appena iniziato.