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 2026  novembre 04 Mercoledì calendario

Dopo la sconfitta alle urne rischia il «guerriero» Hegseth

A Donald Trump restano due anni alla Casa Bianca, e saranno complicati. Aveva chiesto agli americani di votare come se sulla scheda ci fosse il suo nome, nonostante un tasso di approvazione attorno al 38%, e un Paese deluso lo ha ascoltato sfilandogli la maggioranza al Congresso: il midterm, del resto, è un referendum sul presidente in carica.
Gli errori con cui si è presentato alle urne erano tanti, così come le promesse infrante: il costo della vita – a cominciare da beni alimentari e benzina – che non è riuscito a domare; i raid scenografici e violenti dell’Ice che hanno inquietato il Paese; la gestione dei file di Epstein che lo hanno danneggiato con parte dell’elettorato; soprattutto il conflitto in Iran, vissuto da molti sostenitori come un tradimento dell’impegno a chiudere le guerre infinite degli Stati Uniti.
Non sarà lui a pagare, per lo meno non direttamente, ma qualcuno dovrà pur farlo. Dopo una sconfitta elettorale, Trump ha sempre bisogno di un capro espiatorio: nel 2018 toccò al procuratore generale Jeff Sessions, poi lasciò anche il segretario al Territorio Ryan Zinke. Quest’anno, il principale indiziato a pagare le conseguenze della sconfitta elettorale sembra essere il segretario alla Difesa – o alla Guerra, come ama farsi chiamare – Pete Hegseth.
Scelto da Trump per guidare il Pentagono fra lo scetticismo generale, accusato di molestie e soprattutto di scarsa preparazione per guidare il secondo più grande datore di lavoro al mondo – 2,91 milioni di dipendenti, superato solo dal ministero della Difesa indiano – Hegseth era stato confermato a fatica dal Senato a gennaio 2025, con il voto contrario di tre pesi massimi repubblicani come Susan Collins, Lisa Murkowski e Mitch McConnell e quello favorevole del vicepresidente JD Vance necessario a rompere la parità.
Con un Congresso a trazione democratica, l’ex presentatore di Fox & Friends è destinato a subire una guerra d’attrito condotta da parlamentari di entrambi gli schieramenti. Del resto, il suo mandato al Pentagono è stato funestato dalle controversie, cominciate con i piani d’attacco agli Houthi rivelati in una chat su Signal e proseguite con le purghe dei «generali woke» cacciati dall’esercito, arrivando a sfiorare la fucilazione in diretta streaming per l’autore della strage di Fort Hood.
La sua gestione muscolare ha portato ai raid contro le barche dei narcotrafficanti nei Caraibi, poi è sfociata nella guerra in Iran: una cordata bipartisan guidata dal deputato democratico Hakeem Jeffries e dal senatore repubblicano Thom Tillis ora vuole addossargliene la responsabilità. Un passo in più lo ha fatto il deputato uscente Thomas Massie, repubblicano del Kentucky in rotta di collisione con Trump, che vorrebbe arrivare all’impeachment prima di lasciare il Congresso a gennaio. Hegseth mantiene però il sostegno del presidente: «Sta facendo un gran lavoro», ha detto nei giorni scorsi il presidente. «È un guerriero».
La sua potrebbe non essere l’unica testa a rotolare. Le voci sulla possibile uscita della chief of staff Susie Wiles si rincorrono da settimane. La sua assenza al momento della nomina della portavoce Katie Zacharia – restata in carica cinque giorni – era stata vista come una perdita di autorità, i problemi di salute e la soglia dei due anni a gestire le operazioni letti come una data di scadenza imminente. La Casa Bianca ha smentito seccamente ogni ricostruzione dei media sulla sua eventuale uscita. «Ci sono zero possibilità”, ha confermato Trump.
Un altro indiziato è il segretario all’Energia Christ Wright: a lui è toccato gestire le conseguenze economiche della guerra in Iran, ora potrebbe lasciare l’amministrazione e cercare lavori più redditizi nel settore energetico. Un’altra smentita – quella del suo ministero – non è bastata a placare le voci. A rischio, infine, c’è il capo del National Institutes of Health Jay Bhattacharya: persone a lui vicine dicono che tema di pagare lo scontro pubblico con Russ Vought, potentissimo capo dell’ufficio gestione e bilancio, con cui si è conteso il controllo dei fondi dell’agenzia.