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 2026  novembre 04 Mercoledì calendario

Il piano Usa per colpire Teheran. Eisenkot: Netanyahu è un rischio

Mentre in America si contano i voti, in Medio Oriente si contano le ore. Dalle urne di metà mandato dipende anche il destino del Golfo, ma la tensione sembra scivolare addosso a Donald Trump, che alla battuta non rinuncia mai. «Se gli americani si stancassero di me, mi trasferirei in Israele e diventerei primo ministro», ha detto ieri a Fox News. E con la stessa leggerezza ha annunciato che entro dicembre Washington chiuderà il rubinetto degli aiuti militari a Israele, i quasi 4 miliardi di dollari l’anno previsti dall’accordo firmato da Barack Obama nel 2016 e in vigore fino al 2028. Sono i soldi con cui lo Stato ebraico compra armi americane e tiene accesi i suoi scudi antimissile, e l’idea di farne a meno, giura Trump, sarebbe venuta per primo a Benjamin Netanyahu. In Israele nessuno se l’aspettava, almeno non così presto. Alla Difesa si dicono sorpresi, alle Finanze hanno già fatto i conti, e due anni senza aiuti fanno otto miliardi che usciranno dalle tasche degli israeliani. Gadi Eisenkot, il leader dell’opposizione, coglie l’occasione per attaccare: «Un cambiamento nel quadro strategico» che dimostra «quanto la condotta di Netanyahu è un pericolo».
Alla vigilia del voto i caccia americani hanno colpito Qeshm, l’isola che fa da sentinella allo Stretto di Hormuz, distruggendo il lanciatore di missili terra-aria da cui i pasdaran avevano sparato a un aereo statunitense. Trump assicura che «non è una guerra» e si vanta del «controllo totale» dello Stretto. Teheran risponde a due voci. Il presidente Masoud Pezeshkian ripete che tornare a combattere non conviene a nessuno, il portavoce degli Esteri Esmaeil Baghaei fa sapere che, per ora, il filo teso dal mediatore per antonomasia, il Qatar, non ha portato nulla di nuovo, e promette una «risposta devastante» a ogni futuro raid. Doha non smette di sperare, l’Egitto e l’Oman invocano la diplomazia. Una nuova guerra la pagherebbero per prime le monarchie del Golfo, ma il conto è già arrivato nelle case americane. Secondo Moody’s Analytics, citata dalla Cnn, a fine ottobre il conflitto era costato a ogni famiglia circa 2.147 dollari, più della metà tra carburanti e riscaldamento, e aveva sepolto la promessa con cui Trump vinse nel 2024: far scendere il costo della vita. Il Centcom, riporta il New York Times, avrebbe già un piano per riprendere i raid se dovesse ricevere l’ordine.
Anche la pace in Ucraina passa da Washington, a volte per vie impreviste. L’ufficio di Melania Trump annuncia che la first lady giovedì riunirà alla Casa Bianca rappresentanti di Mosca e di Kiev e rilascerà anche una dichiarazione sulla tregua a Oleshky, nella regione di Kherson, che secondo la Casa Bianca lei stessa ha contribuito a strappare. Il Cremlino risponde di non saperne ancora nulla. Oggi a Bruxelles i consiglieri per la sicurezza di Ucraina, Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito si siedono con la Nato e la Banca mondiale a discutere di garanzie e di ricostruzione, e il 10 e l’11 novembre toccherà ad Abu Dhabi, dove i negoziatori di Kiev e Mosca torneranno a parlarsi, con gli americani nel mezzo, di tregua sulle centrali elettriche, di Mar Nero e di prigionieri. Volodymyr Zelensky, da Berlino, spera che quei colloqui «spianino la strada» a un vertice a tre con Putin. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz avverte che al G20 di Miami, se il presidente russo ci sarà, di Ucraina non si parlerà senza Kiev.
Lontano dai tavoli si continua a morire. A Komyshuvakha, nella regione di Zaporizhzhia, lunedì le bombe russe sono cadute su una scuola diventata centro di aiuti e rifugio. Zelensky ha aggiornato il conto: 33 morti, tra loro due soccorritori e quattro poliziotti, e una cinquantina di dispersi. A Kiev gli attacchi alla rete elettrica hanno fermato le pompe dell’acquedotto, e dai rubinetti l’acqua ha smesso di scendere, «temporaneamente», assicura l’azienda idrica della capitale.