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 2026  novembre 03 Martedì calendario

Foscolo, un poeta senza pace (specialmente dopo la morte)

È il 10 settembre del 1827, Ugo Foscolo, originario di Zante, poeta, militare, viaggiatore, seduttore e spirito inquieto muore a quarantanove anni in povertà, in un sobborgo di Londra. Non c’è niente di romantico in questo finale: due disperati interventi di paracentesi, praticati inutilmente dai medici Gaetano Negri e George Collier, ore di coma con un corpo che si sfascia e si riempie di liquido, poi la morte. Le ultime parole vergate e dedicate alla figlia non hanno niente di letterario. Il personaggio più celebre di Foscolo, quasi un alter ego letterario, ovvero Jacopo Ortis, esce dal mondo scrivendo: «Fa che io sia sepolto, così come sarò trovato, in un sito abbandonato, di notte senza esequie, senza lapide, sotto i pini del colle che guarda la chiesa. Il ritratto di Teresa sia sotterrato col mio cadavere». La vita vera è più scabra: «Il denaro è pagato; lasciane lire 50, al nostro amico Signor Roberts, perché egli rimborsi sé stesso, e paghi qualche conto dovuto. E conserva il resto per te. Tuo padre».
Ma con la morte del poeta che in Inghilterra forse aveva trovato libertà ma certo scarsa fortuna economica, anche per il suo carattere decisamente poco adatto ai compassati salotti britannici, inizia una storia diversa, la storia di santificazione di un feretro. È quella che racconta Giovanni Battista Magnoli Bocchi in L’esilio del poeta. L’avventurosa storia delle spoglie di Ugo Foscolo (Carocci, pagg. 184, euro 20). Il corpo di Foscolo inumato nel cimitero di Chiswick non gode della solitudine e della dimenticanza auspicata da Ortis. Viene prima ricoperto da una lapide con indicazioni piuttosto erronee, poi, nel 1862, sovrastato da un monumento molto pomposo,, pagato dal banchiere Hudson Gurney e realizzato da Carlo Marochetti. Nel frattempo sono iniziate le visite commosse e Ugo Foscolo è stato trasformato nell’immaginario collettivo nel poeta esule in fuga dagli austriaci, il primo dei grandi Italiani del Risorgimento. A promuovere cotanta visione in primis Giuseppe Mazzini e a seguire Giuseppe Garibaldi che si reca con la guancia rigata da una lacrima in pellegrinaggio sulla tomba. E intanto in Italia inizia a carburare la grande macchina letterario burocratica che riporterà il corpo di Foscolo in Patria, correndo l’anno 1871.
Da morto Lui, il Foscolo, era diventato molto più maneggevole che da vivo, molto più adattabile al Risorgimento che abbisognava più di eroi e di padri letterari che di generali. Anche perché ogni Nazione deve arrangiarsi con quello che ha e l’Italia non brillando per generali e ammiragli. E la storia del maneggio di questi resti sia nella pratica, sia nella metafora, è proprio quella che ricostruisce Magnoli Bocchi. Nel 1871 si andò a scavare a Chiswick avendo grandissima cura di procurarsi (sotto terra non si sa mai) le ossa giuste, con gran pompa di discorsi, interrogazioni di testimoni dell’inumazione, e riscontri materiali ben fotografati. Ma se per le ossa e il cranio saponificato di Foscolo, ancora ben cinto dei suoi famigerati capelli rossi e basettoni, si fu così maniacali, per il Foscolo vivente si usò minor cura. Si trascelse l’eroico e si fece sparire l’uomo. Ad esempio Foscolo secondo Walter Scott: «Si chiamava Ugo Foscolo, un frequentatore della bottega di Murray e dei ricevimenti letterari. Brutto come un babbuino, e intollerabilmente presuntuoso, borbottava, sbraitava e discuteva senza neanche conoscere i principi su cui gli uomini di buon senso basano le proprie ragioni, e urlava come un maiale quando gli tagliano la gola».
Non bisogna per forza dar ragione a Scott, gli scrittori spesso tra loro sono molto malevoli, ma il ritratto al vetriolo dei patimenti dell’esule dà un altro quadro, a Londra avrebbe potuto prosperare ma come altre volte fu stroncato dal suo carattere. Anche dalla biografia vergata da Giuseppe Pecchio, che di Foscolo fu amico emerge un ritratto diverso. Un grande scrittore che si sentiva molto greco e che in Grecia avrebbe voluto tornare e che con i patrioti anti asburgici aveva avuto anche delle tensioni, soprattutto prima di lasciare Milano per puntare verso la Svizzera prima e Londra poi. I parenti di Foscolo e il mondo mazziniano di questa biografia avrebbero volentieri fatto cenere da mettere sotto il tappeto. Ed in buona misura ci riuscirono. Si passò dallo studio dell’uomo e del letterato al santino nazionale da monumentalizzare in Santa Croce. E anche sul monumento si pasticciò alquanto, sino ad averne due. Ma del resto che dire: Foscolo forse non fu un profeta del Risorgimento, almeno non del tutto. Ma di quanto contassero i Sepolcri lo è stato di sicuro. Un vaticinio valido anche per il suo di sepolcro.