Corriere della Sera, 3 novembre 2026
La guerra ibrida anticipa la violenza
Prepariamoci: dopo la guerra ibrida verrà, se saremo fortunati, la pace ibrida. Questo ci spiega, con ampi riferimenti ad un passato anche remoto, un illustre studioso di Storia bizantina e Storia militare antica, Gastone Breccia, in Né guerra né pace. L’era dei conflitti ibridi di imminente pubblicazione per i tipi de il Mulino. Ogni giorno di ogni settimana di ogni mese dell’anno noi europei siamo sotto attacco, constata Breccia. Quasi sempre «riusciamo a parare i colpi», raramente «siamo in grado di individuare l’aggressore», quasi mai «puntiamo il dito contro i responsabili». Siamo «bersaglio di azioni ostili che non sono ancora guerra nel senso tradizionale del termine ma non sono più la pace a cui eravamo abituati e a cui sarebbe legittimo aspirare». Le allusioni implicite o esplicite alla guerra d’aggressione russa all’Ucraina sono molteplici. E molteplici sono anche i riferimenti alla situazione in cui è venuta a trovarsi l’Europa negli ultimi cinque anni. Laddove a Breccia appare chiaro che «noi europei, nonostante tutto ancora ricchi, liberi e felici, se paragonati a nove decimi della popolazione mondiale, ci sbandiamo alla sola prospettiva di dover combattere non per proteggere il nostro castello assediato, ma per fare in modo che le conquiste di secoli, costate lacrime e sangue alle generazioni che ci hanno preceduto, vengano trasmesse a chi verrà dopo di noi. Anche oltre i nostri confini. Non tradite e dimenticate in una nuova epoca dominata dalla forza e non dal diritto».
Si parte dall’antichità. La guerra ibrida non è, certo, una novità. Prendiamo le mosse da uno dei casi più celebri dell’età antica, quello del «decreto megarese» su cui si sofferma Victor Davis Hanson in Una guerra diversa da tutte le altre. Come Atene e Sparta combattevano nel Peloponneso (Mondadori). Il decreto, riferisce Tucidide, fu emanato (nel 432 a.C.) da Atene per punire la città di Megara, rea di averle voltato le spalle quattordici anni prima ed essersi alleata con Sparta. Ora, con il decreto, Megara era accusata di aver coltivato illegittimamente terre di confine e aver dato rifugio a schiavi fuggitivi ateniesi. E veniva per questo sanzionata. Sparta protestò ma Atene tenne duro. Atene, osserva Breccia, non attaccava militarmente Megara, cosa che avrebbe potuto costituire un’aperta violazione della pace trentennale stipulata nel 446 a.C. e con ciò un atto impopolare tra gli uomini e offensivo verso gli dèi. Ma utilizzava «un provvedimento giuridico efficace all’interno della propria sfera egemonica» per infliggere a un alleato di Sparta un costo economico sensibile. Sparta mandò ambasciatori per chiedere, ad evitare una guerra, la revoca del decreto. Pericle invitò i suoi concittadini a respingere l’ultimatum. Un modo per mettere alla prova la determinazione di Sparta. Determinazione nell’affrontare i rischi di un conflitto su vasta scala per tener fede agli impegni con un’alleata. E quindi «saggiare la solidità della Lega peloponnesiaca nella certezza che il conflitto fosse ormai inevitabile».
Alla guerra ibrida, osserva Breccia, «si ricorre spesso proprio per indebolire la coesione politico-militare degli avversari in attesa di un inasprirsi del conflitto». E dunque «per passare alla guerra aperta in condizioni più vantaggiose». Il «decreto megarese» accorciò i tempi dello scontro che Atene era pronta ad affrontare, perlomeno secondo Pericle che riteneva Sparta più riluttante e divisa al suo interno. Quindi – se questa interpretazione è corretta, precisa Breccia – si può sostenere che il «decreto megarese» fu coronato da successo, dal momento che «conseguì l’obiettivo strategico per cui era stato concepito». A prescindere dalle imprevedibili vicende successive di quella che è stata definita «una guerra come nessun’altra», destinata a cambiare per sempre il mondo ellenico.
Da tremila anni (ma anche da prima) l’arma sempre più sofisticata di ogni conflitto è quella in grado di produrre un’alterazione della percezione comune della realtà. E oggi? Ogni giorno «siamo bersagli più o meno consapevoli di manovre ostili basate sulla disinformazione ed è sempre più difficile distinguere il vero dal falso nella messe di notizie che ci raggiungono». Notizie «rese ancora più insidiose dalle possibilità di manipolazione visiva e sonora garantite dai programmi di intelligenza artificiale». La confusione informativa è diventata uno degli elementi strutturali dei nostri tempi. Non si tratta semplicemente della diffusione di notizie false o di voci isolate, scrive Eleanor K. Bradford in Le guerre ibride. Armi invisibili, impatti reali. Il conflitto che ridefinisce il XXI secolo (L’Oliveto Publisher). Bensì «di un ecosistema di manipolazione che disorienta le società, genera incertezza permanente e indebolisce la capacità collettiva di distinguere tra verità, propaganda e interpretazioni interessate». In questo contesto, scrive Bradford, «l’informazione smette di essere una risorsa per la deliberazione democratica e si trasforma in un’arma strategica capace di modellare percezioni, indurre comportamenti e frammentare i consensi sociali fondamentali». La quantità, aggiunge Breccia, «uccide la qualità, producendo un rumore di fondo e una nebbia in cui i fatti essenziali, e i rapporti accertati di causa-effetto, rischiano di perdersi a vantaggio di opinioni infondate, ripetute più spesso o più ad alta voce di altre, prevalentemente sostenute con appropriati investimenti da una delle parti in lotta».
Secondo Bradford «uno degli effetti più corrosivi di questa dinamica è l’erosione della nozione stessa di verità pubblica». Quando circolano versioni contraddittorie su fatti di rilevanza cruciale per le scelte politiche e militari che uno Stato deve compiere e nessuna di queste versioni riesce ad affermarsi con autorevolezza sulla base di dati concreti, la cui veridicità e il cui significato siano accertati oltre ogni ragionevole dubbio, quando accade tutto questo allora assistiamo impotenti alla creazione di un «vuoto cognitivo» nel quale i fatti perdono peso di fronte a pregiudizi ideologici, emozioni, legami identitari, percezioni soggettive. Tale disorientamento – diffuso tra strati sempre più ampi dell’opinione pubblica – non può che favorire «gli attori che cercano di indebolire le democrazie attraverso la paralisi delle risposte collettive, in modo da ridurre l’efficacia dei meccanismi tradizionali di gestione delle crisi».
Come ci si può difendere? Nel 1681 un monaco benedettino della congregazione riformata di San Mauro, Jean Mabillon, stabilì in De re diplomatica alcune regole fondamentali per l’analisi dei documenti di età medievale. Regole che nel loro insieme costituivano un primo coerente metodo di indagine scientifica. Fu una rivoluzione. Quello che separa Tucidide, Tacito o Guicciardini da Ludovico Antonio Muratori, per fare un esempio, non è «la capacità di comprendere gli eventi del passato» e tantomeno il genio letterario «ma l’impiego consapevole di un metodo di analisi delle fonti». Avremmo di nuovo bisogno di quel monaco scrive Breccia. Ma «il suo erede dovrebbe essere ancora più abile, forse troppo per le possibilità di un singolo essere umano». Questo perché l’autore del De re diplomatica aveva a che fare con un numero ristretto di tipologie documentarie mentre oggi le fonti e i mezzi della loro diffusione si sono moltiplicati a dismisura. La maggiore complessità e il ruolo strategico delle pubbliche opinioni nel decidere la sorte dei conflitti, rendono ancora più pressante il bisogno di distinguere il vero dal falso.
Manca dunque un nuovo Mabillon. Che ci renda capaci – scrive Franz Gustincich in La fabbrica delle opinioni. Interviste di Franz Gustincich sulla guerra cognitiva e la manipolazione dell’infosfera (F&Co. Edizioni) – «di leggere con lo stesso rigore la disinformazione contemporanea». Gli strumenti per analizzare contenuti generati dall’intelligenza artificiale, sostiene Gustincich, esistono. Ma «non sono ancora diffusi e sistematici come è diventata nel tempo la critica delle fonti medievali».
La conseguenza è – scrive Alessandro Curioni in Guerre diffuse. La dimensione cyber del conflitto contemporaneo (Mimesis) – che «un Paese può essere formalmente in pace e, nello stesso tempo, vivere in un conflitto continuo che si dispiega in forme minime». Le sue infrastrutture «degradano» a intermittenza, prosegue Curioni, «le sue reti vengono sondate, le norme si stringono in nome della sicurezza, l’economia si contorce per una dipendenza improvvisamente diventata coercizione, l’opinione pubblica si polarizza per una sequenza di stimoli che non sembrano mai coordinati e lo sono proprio perché non devono esserlo». Non ci sono sirene che chiamano ai rifugi, nessuna esplosione, ma solo un costante attrito. Giorno dopo giorno, conclude Curioni, succede che «non siamo più nel tempo della guerra ma in quello del conflitto come orizzonte permanente». In un contesto, fa notare Breccia, nel quale sta diventando sempre più difficile tenere fede al patto tra governo e cittadini «perché questi ultimi non hanno la percezione dei pericoli esterni, e sono quindi più riluttanti – o, in una percentuale non trascurabile, del tutto contrari – a dare il proprio contributo alla difesa comune».
Arturo Di Corinto in Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti (Luiss University Press) mette ben in risalto queste trasformazioni. La guerra ibrida in cui siamo coinvolti, scrive Breccia, dovrebbe mantenerci in allarme, pronti a riconoscerne le minacce e reagire. Ma una delle armi più sottili, utilizzate con grande abilità da chi la combatte, «è la negazione della sua stessa esistenza». Una «trappola in cui è facile cadere». Un «bel sogno – essere ancora al riparo da pericoli esistenziali esterni, perché nessuno vedrà mai colonne corazzate attraversare i nostri confini». Un sogno da cui il risveglio tardivo potrebbe essere non soltanto brusco e doloroso. Ma gravido di conseguenze irreparabili.
Le nuove sofisticate tecnologie «nutrono l’illusione di conflitti asettici, scientifici e soprattutto a rapida conclusione», scrive Alessandro Arduino in La guerra è cambiata. Droni, IA e mercenari (Einaudi). Oggi, prosegue Arduino con un evidente riferimento al celeberrimo libro di Cristopher Clark I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra (Laterza), «il ciclo storico che nel Medioevo e nel Rinascimento occidentale vedeva i mercenari come protagonisti essenziali di ogni conflitto è tornato drammaticamente attuale». Tuttavia «le sue profonde implicazioni geopolitiche – che vanno ben oltre le immediate preoccupazioni per la sicurezza – restano ancora in gran parte sottovalutate». Sicché, afferma Arduino riprendendo concetti e parole usate da Clark, «ci muoviamo come sonnambuli pigri, vittime di un’inerzia che ci spinge a scegliere l’escalation della violenza, senza riflettere sulle sue conseguenze». Pronti a innescare nuovi scontri con la stessa disinvoltura con cui «ignoriamo la pace». Ma davvero il problema sta nel fatto che ignoriamo la pace? E in che senso la ignoriamo?
Von Clausewitz non immaginava neanche una guerra ibrida. Pensava a conflitti dichiarati e combattuti. Ma, sostiene Breccia, ci insegna comunque qualcosa. Quando Carl von Clausewitz in Della guerra (Mondadori) scrive che «un pronto e vigoroso passaggio all’offensiva, il lampo della spada vendicatrice, è la parte più brillante della difesa» si presta, secondo Breccia ad essere parafrasato così: «Un pronto e vigoroso passaggio all’uso della forza militare, è la parte più brillante della guerra ibrida». Non dobbiamo farci illusioni, prosegue Breccia, sperando che un conflitto ibrido, senza ricorso alla violenza, possa continuare senza scosse. Possa andare avanti come un fastidio cronico ma non realmente minaccioso per la sopravvivenza dell’organismo. La verità è che la fase ibrida di «costante attrito» è concepita e condotta come preliminare del «lampo della spada vendicatrice». Nel caso della guerra tra Russia e Ucraina, l’attacco convenzionale è arrivato dopo otto anni perché Vladimir Putin si è illuso che il logoramento subito dall’avversario a partire dal 2014 sarebbe stato sufficiente. Nel caso di una futura guerra tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan – come si evince tra le righe del libro di Kerry Brown Perché Taiwan conta. Breve storia di una piccola isola che decide il nostro futuro (Einaudi) – la fase ibrida potrebbe durare molto più a lungo. E rivelarsi tanto efficace (o la sproporzione di forze potrebbe risultare a tal punto incolmabile) da rendere inutile un attacco aperto. Comunque, ricorda Breccia, non dobbiamo mai dimenticare che la guerra ibrida, nella maggior parte dei casi, è soltanto l’ouverture che precede l’apertura del sipario. Ed è un sipario che si apre su lutti e rovine.