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 2026  novembre 03 Martedì calendario

Alessandro D’Avenia parla di sé e dei giovani

Non è possibile.
«Ma è così».
Alessandro D’Avenia compie cinquant’anni.
«Il prossimo due maggio. Ci siamo quasi».
Il professore-ragazzo che parla ai ragazzi è diventato grande.
«Ma ho ventisei anni di insegnamento sulle spalle».
E così si è fatto un regalo.
«Sono tornato al romanzo. Esce Dove finiscono gli anni, per me quasi un divertimento dopo Resisti cuore, una riflessione su Ulisse e sul potere umano della trasformazione».
Qui si torna a Leopardi. Il protagonista, Leone Pardi, è colto in tre età differenti: la quarantina imminente, l’adolescenza e l’infanzia.
«Negli ultimi tempi ho pensato molto alle età della vita. Sarà che ci vedo meno: con un astigmatismo che ritorna e una presbiopia che avanza, ho rimesso gli occhiali».
È anche un libro di domande: ho tradito qualcuno, crescendo? Dov’è finita quella passione che divorava la vita?
«Il Leone adolescente, mentre indaga sulla morte di una compagna di scuola, vive intensamente il tempo che gli è stato assegnato e oggi, con la maturità, penso di poter dare una definizione più precisa dell’espressione “vita eterna”, che non riguarda solo i credenti».
Riguarda chi vive con pienezza ogni età?
«È così. Un esempio: noto con rammarico che i giovani sono trattati con un paternalismo irritante, come se noi adulti dovessimo sopportare i fastidi di un’età incompleta e non si fa che ripetere loro “Eh, vedrai quando sarai grande”. E non capiamo che loro sono grandi adesso».
Una cosa accomuna il Leone adulto e il ragazzo: una inesauribile sete d’amore.
«È quello che spesso non vediamo nei più giovani, impegnati come siamo a carpirne i desideri utili al marketing. O a giudicarli per le abitudini e i comportamenti. Questo è anche un libro sull’amore e sa chi lo ha capito, prima ancora che io stesso?»
Sua moglie?
«Proprio così. Qualche settimana fa le ho chiesto: “Ma tu perché ti sei innamorata di me?”. Mi ha risposto: “Ho visto un bambino che aveva uno sconfinato bisogno di amore”».

Lei ha incontrato Alice Rosati in un momento di grande turbolenza interiore. E a questo giornale ha detto con chiarezza: «Credevo che dare la mia vita a Dio vivendo nel celibato mi avrebbe messo al riparo da ogni dolore, ma non mi accorgevo che quella chiamata, seppur nobile, in me nasceva non dalla gioia bensì dalla paura».
«Mia moglie mi ha riconosciuto e mi ha salvato, non tanto da una decisione come quella del celibato che di per sé ha una sua altezza morale, quanto da me stesso, perché per me quella era una fuga, oggi lo capisco bene. Una fuga che in questo romanzo provo a raccontare in più modi. Quella del Leone adulto, che fugge dal presente, quella dell’adolescente, che fugge perché ha paura di crescere».
La condizione adulta è al centro di un dibattito molto attuale: consideriamo un adolescente abbastanza adulto per poter essere punito, ma troppo giovane per l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole.
«Intanto la scuola ha un problema: annulla i corpi dei ragazzi e delle ragazze. Li costringe per lunghe ore dietro a un banco, dimentica che la giovinezza è cosa viva, che ha bisogno di movimento, di emozioni fisiche».
La nostra è ancora una scuola ottocentesca?
«Per certi aspetti sì, perché vedo che ignora l’aspetto fisico dei giovani. Ne ignora i bisogni, anche: in questi lunghi anni di insegnamento ho visto ragazzi e ragazze martoriare il proprio corpo. Anoressia, bulimia, autolesionismo. Al di là dell’educazione sessuo-affettiva, ambito nel quale bisogna capire bene che cosa si va a insegnare, penso che il primo passo da fare è capire che gli adolescenti stiano perdendo il contatto con il proprio corpo».
In che modo?
«Ma lei lo sa che la maggior parte di loro impara la dinamica del rapporto sessuale attraverso i video porno? Ecco perché gli approcci dei ragazzi con le ragazze diventano spesso brutali: il porno segue la meccanica dello stupro, della soddisfazione cruda dei desideri. Non c’è un percorso che racconti l’amore, l’affetto, persino l’eros che è una cosa ben diversa».
Nel romanzo il protagonista è innamorato ma ha paura dell’amore.
«E lo sa che io a quasi cinquant’anni arrossisco ancora?».

Che cosa la rende felice oggi?
«La leggerezza. Una serata con mia moglie o con gli amici cari, una lunga passeggiata in montagna o al mare, la serenità di un luogo dove si possa leggere in silenzio. Pensi che mi sono anche iscritto a un corso da sommelier: non mi sono mai ubriacato in tutta la mia vita proprio perché amo bere bene».
E che cosa la spaventa?
«Soprattutto due cose: la prima è che non potrei reggere la perdita dei miei genitori, come vede il solo pensiero mi commuove. E poi, se arriverà un figlio o una figlia, l’idea che un giorno possa soffrire».
Ci state pensando?
«Certo, come molte coppie. E non le nascondo che l’idea di essere un padre già “grande” un poco mi intimorisce. Ho fatto esperienza con i miei nipoti, ai quali il libro è dedicato. Eppure non so se potrò accettare un giorno la sofferenza di una creatura messa al mondo da me».
Ma la «vita eterna» non è anche un lento lasciar andare? Cose e persone, come insegna una poeta quale Chandra Livia Candiani.
«Penso che sia la cosa più difficile. Accettare la vita così com’è».