Corriere della Sera, 3 novembre 2026
Intervista a Elisa (Elisa Toffoli)
Elisa è una delle più importanti cantanti italiane. Ha venduto milioni di dischi in tutto il mondo, ha vinto il Festival di Sanremo, ha cantato per Morricone in un film di Tarantino. È stato presentato in questi giorni un suo mediometraggio e il 27 novembre sarà in vendita il suo nuovo album. Portano lo stesso titolo: Kintsugi. Musica, immagini, danza, corpo, dolore, ferite indelebili, consapevolezza, rinascita, libertà. Tutto insieme.
«Questo progetto, il disco e il film, nasce dal bisogno di raccontare sinceramente una crisi individuale, il suo attraversamento verso un grandissimo cambiamento. Ho vissuto un dolore profondo, come persona. Non come artista, non avevo infatti la protezione del ruolo, ero io, nuda di fronte a un terremoto. Il mio lavoro mi ha dato la possibilità di descriverlo, e di descrivermi, nella forma più brutale, più autentica, meno levigata. Ho dato forma al senso di una rivoluzione interiore».
Lei si è separata da suo marito, dopo tanti anni e due figli. Lavorate insieme e siete riusciti a salvaguardare la discrezione di questo momento per mesi e mesi.
«Nella dimensione pubblica, perfino spudorata, nella quale la società digitale imprigiona le vite di tutti, non siamo più abituati a fare i conti con i dolori e le gioie della vita in privato. Tutto è pubblico, tanto più per un artista. Nel disco e nel film volevo parlare con tutta onestà del dolore e del ruolo trasformativo che può avere. Parlare, perché le parole sono importanti. Nominare i sentimenti è una forma di emancipazione. È quello che fanno i bambini, crescendo».
Dunque «Kintsugi» è una forma di autoanalisi?
«Sì, è il racconto di un viaggio in un cambiamento necessario, desiderato. La rottura tra mio marito e me è avvenuta a settembre dell’anno scorso, dopo diciassette anni vissuti insieme. Ci sono dei figli, era un legame fortissimo che non avevo messo in preventivo di chiudere, mai. Questo sovvertimento mi ha portato a guardami dentro spietatamente, a farmi domande che non mi ero mai posta. E questo si è riversato in Kintsugi. So parlare solo di sentimenti veri, so scrivere solo quello che sento, le emozioni che mi attraversano».
Quanto profonda è stata questa crisi?
«A un certo punto ho pensato anche di ritirarmi, di farmi una nicchia al riparo del mondo. Non riuscivo a scrivere cose nuove, perché non volevo toccare certe verità. Quando poi ho deciso di far cadere i recinti, tutto si è riaperto, ho ritrovato energia e libertà. Personale e creativa».
Nel film ci sono dei suoi intensi monologhi e lei si è fatta inquadrare più volte intenta a scrivere. Sembrano fogli di diario, testi molto personali, quasi imbarazzanti, per chi ascolta, tanto evidente è la sincerità di quello che si dice.
«In realtà sono proprio fogli di diario. Da tutta la vita tendo a scrivere e raccontare a me stessa la mia vita. Ho iniziato in quinta elementare e non ho mai smesso. Ho dei grandi bauli che li contengono. Un giorno ho provato ad aprirli e ho riempito tutta casa con quei quaderni scritti fitti fitti. C’è tutta la mia vita lì dentro. Anche le ferite più profonde».
Se vuole affrontiamole.
«Ho scelto di parlarne attraverso questo film. L’ho condiviso attraverso l’arte perché penso che raccontarlo possa essere utile a tante persone che hanno vissuto quello che ho conosciuto io. Da piccola ho subito un abuso sessuale».
Piccola quanto?
«Avevo otto anni. Non piccola abbastanza da poterlo dimenticare, ammesso sia mai possibile. Il tipo di esperienza umana che segna la vita di chi ha vissuto la violazione del corpo è qualcosa di molto difficile da nominare. Mi ha segnata per sempre».
Questa fase di autoanalisi l’ha aiutata a razionalizzare quello che le è accaduto in quel passaggio drammatico della sua vita?
«Sì, moltissimo. Sto imparando a non colpevolizzarmi. Sto facendo un lavoro di pulizia, certi ingombri non si rimuovono, ma si può sistemarli nel posto giusto, cambiare loro posizione e destinazione. Non lo avevo mai fatto. Da un po’ di tempo ho iniziato un percorso di terapia psicologica e questo mi sta aiutando molto. I pezzi del mosaico si stanno ricomponendo: i fogli del diario, la voglia di raccontare, la decisione di non nascondere più l’amore che ho sempre avuto per la danza, che per me è stata come una cura. Mi sono liberata dentro e fuori di me».
Chi ha subito un abuso sessuale spesso tende a colpevolizzarsi. È qualcosa che ho trovato anche in chi è sopravvissuto ai campi di sterminio.
«Mio nonno tornò da Buchenwald, era un partigiano, aveva partecipato alla Resistenza. Non so del suo senso di colpa, perché lui non parlava mai di quel tempo. Tornò a casa che pesava la metà di quando era partito. Io uso le parole come rammendo delle ferite, mi fanno tenere il filo delle cose, mi impediscono di alterarle, mi aiutano a ricordarmi chi sono stata, in questo senso mi aiutano anche a comprendere meglio i miei figli. Il senso di colpa del quale lei parla è proprio il motivo per cui oggi ho deciso di parlarne. Voglio cercare di essere utile alle tante ragazze e donne, e ai tanti ragazzi, che hanno subito abusi. È una missione collettiva, liberarsi da questo assurdo, straziante, senso di colpa per una violenza subita. Lo faccio con il mio lavoro, con queste parole, sostenendo il movimento di donne di “Una, nessuna centomila” che ho contribuito a fondare».
C’è bisogno degli altri, come sempre nel dolore…
«Chi, come me, l’abuso l’ha conosciuto da bambina, perde fiducia nel prossimo, smette di pensare che gli adulti ti proteggano, il tuo mondo si popola di mostri e di pericoli. Quel dolore si va a insediare in anfratti che ogni tanto rigurgitano. È un peccato, perché ti toglie tempo di vita, che nessuno ti restituirà. Io vorrei che nessuno aspettasse a parlarne, io ho atteso molti anni prima di confessarlo a mia mamma e sono dovuta arrivare a 48 anni per cercare l’aiuto di un terapeuta. Il dolore si deve nominare per processarlo. Una persona abusata non ha mai nessuna colpa».
In uno dei monologhi del film lei dice che il suo obiettivo è trasformare il dolore in bellezza.
«Sì, è così. Quando la vita ti sbatte la porta in faccia, devi cercare dentro di te le virtù rivoluzionarie del tuo carattere. È un passaggio da un tempo a un altro. È l’occasione per comprenderti meglio. Diventi più vulnerabile, si acuisce la sensibilità, forse sei persino migliore. È una trasmigrazione totale, diventi un migrante, cambi paesaggio e devi ritrovarti. Kintsugi è il racconto di questo viaggio. È il nome di una disciplina giapponese che consiste nel riparare gli oggetti senza nascondere le rotture, ma valorizzandole e facendole divenire nuova luce».
In uno dei monologhi lei dice che si sentiva di non valere niente.
«I successi nella vita artistica non necessariamente corrispondono ai successi dell’anima. Milioni di dischi venduti non automaticamente hanno a che fare con le tue relazioni umane o con il tuo stato interiore. Ci sono zone d’ombra che persistono e richiedono un altro tipo di attenzione e di cura. Le mie ferite, legate all’infanzia, mi hanno fatto crescere con poca autostima e poca capacità di darmi un valore. E questo è necessario per restare in piedi, per resistere alle sconfitte o bilanciare un successo. Non si vive né sentendosi onnipotenti, né pensando che piova sempre su di te».
Nella sua vita è anche mancata una figura paterna.
«Sì ho sempre zoppicato in molti ambiti, anche in quello sentimentale, perché ho una storia turbolenta e dei traumi legati anche alla figura del padre. Da bambina mi sono sentita rifiutata e quell’esperienza fa sì che anche i piccoli “no” sembrino montagne definitive perché li connetti ai tuoi antichi buchi neri. Il presente allora si precipita nel passato, senza fare giri».
Non le sembra che quello dell’autostima sia diventato un problema tanto diffuso da configurarsi come una questione sociale?
«Sì. È una specie di Covid silenzioso, un virus che non risparmia nessuno. È l’ansia da prestazione che ci viene costantemente richiesta, questo essere sempre in vetrina, giudicati, senza zone di protezione. Una nevrosi legata a una società piramidale, tipica di un capitalismo sfrenato che chiede sempre di vivere a mille all’ora. In questo momento mi conforta che i ragazzi si stanno rendendo conto che non è la velocità a cui è giusto vivere, e che l’acceleratore sempre premuto porta a non gustare i paesaggi e a godere gli attimi. I ragazzi ci stanno dicendo che successo e vita non sono la stessa cosa. Difendono la qualità del tempo. È importante».
«L’interconnessione ci ha sconnessi» è un’altra frase dei suoi monologhi in «Kintsugi»…
«È una manovra fatta dall’alto. Renderci dipendenti del bisogno di essere visti, illuderci che frequentare i social significhi avere relazioni sociali, confondere mondo virtuale e mondo reale, in questo grande minestrone che si «scrolla» ogni giorno. Sono mutazioni profonde, di tipo antropologico. Lo strumento di difesa è la cultura, la conoscenza, la coscienza di quello che sta accadendo attorno a te. La cultura sveglia, impedisce di farsi addormentare».
Uso ancora le sue parole: «Chissà se troverò la pace». L’ha trovata? Il disco e il film sono l’alba di un suo nuovo tempo?
«Ma sì, la mia pace è stata abbandonarmi ai pensieri nella loro libertà, senza autocensure. La consapevolezza dei dolori vissuti, il saperli nominare, ti rende più forte di fronte alle prossime sfide. Non nascondi le rotture, ma le rispetti perché ti hanno insegnato tante cose, appunto “kintsugi”. È da tutte quelle crepe che esce la tua luce».