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 2026  novembre 03 Martedì calendario

I blocchi opposti a vigilare i seggi con lo spettro dell’Ice

Tentativi di impugnare il risultato di alcuni scrutini davanti ai giudici o di spingere i funzionari elettorali locali a sospendere lo spoglio delle schede avanzando sospetti di brogli. Azioni di disturbo ai seggi, magari schierando agenti dell’Ice davanti alle sezioni elettorali o nelle immediate vicinanze (la legge vieta la presenza di militari armati ai seggi). E, ancora, pressioni sui leader di Camera e Senato perché il 3 gennaio, inizio della nuova legislatura, non ratifichino alcuni dei risultati trasmessi dagli Stati. Fino all’opzione “nucleare”: Donald Trump che blocca tutto. Non può: la Costituzione affida solo agli Stati la gestione delle elezioni. Ma lui ha valutato anche la possibilità di dichiarare uno stato d’emergenza sostenendo che interferenze straniere sul voto creano rischi per la sicurezza nazionale tali da richiedere un intervento della Casa Bianca sul processo elettorale.
Caccia agli immigrati
Il voto di oggi negli Stati Uniti avviene in un clima tesissimo coi funzionari addetti agli scrutini tra due eserciti contrapposti: da un lato gli avvocati dei repubblicani a caccia di immigrati che cercano di votare o di elettori che non hanno le carte in regola. Team che sono già all’opera da tempo, visto che fin dall’anno scorso la Casa Bianca ha cercato di interferire sul voto con le iniziative del ministero della Giustizia che ha chiesto a tutti gli Stati di consegnare le loro liste degli elettori (richiesta respinta da 25 giudici federali, alcuni dei quali nominati dallo stesso Trump). Poi il presidente ha ordinato al Post Office, ora guidato da trumpiani, di non consegnare ai cittadini schede elettorali non certificate, sulla base di inesistenti liste. Stavolta è stata la Corte suprema a bloccare queste restrizioni al voto postale. Poi la richiesta del governo federale alla California di cancellare dalle liste elettorali 20 mila cittadini sospettati di non avere il diritto di voto. Anche qui la magistratura ha giudicato illegittima la richiesta di Washington. Restano, oggi, le azioni di disturbo e monitoraggio ai seggi coi repubblicani pronti a presentare ricorsi al minimo sospetto.
Ma, sull’altro fronte, i democratici hanno messo in piedi un’organizzazione imponente: centinaia di avvocati pronti a ricorrere ai tribunali se in qualche seggio i funzionari elettorali non certificheranno l’esito del voto. E poi eserciti di osservatori nei seggi: nei singoli Stati il partito democratico ha addestrato 10 mila volontari per scoprire e denunciare ogni irregolarità. A essi vanno aggiunti i 16 mila volontari di un’altra organizzazione progressista, Common Cause, quelli della Lega per i Diritti civili e di 300 altre associazioni della sinistra. A livello nazionale, poi, il Dnc, l’organizzazione dei democratici, ha creato una task force di esperti di cybersecurity e di ex agenti di Fbi e Cia per controllare la disinformazione fatta con l’intelligenza artificiale.
Contestazioni
Allarmi che potrebbero anche rivelarsi eccessivi: in caso di blue wave, cioè di vittoria a valanga dei democratici, sarebbe difficile, per Trump, mettere in discussione il risultato. I suoi esperti starebbero già definendo il modo in cui, se sconfitto, cercherà di continuare a governare espandendo i suoi poteri ed emettendo leggi senza passare dal Congresso.
Me se, invece dell’onda blu, ci sarà una sconfitta di misura della destra, lo scenario più probabile, oltre alla solita denuncia trumpiana di brogli, è quella di contestazioni di singoli collegi a partire da quello senatoriale dell’Alaska dove Trump chiede che sia invalidata l’eventuale vittoria della democratica Peltola, visto che il suo partito ha brigato per aggiungere al suo avversario, Dan Sullivan, un altro candidato con lo stesso nome. La magistratura gli ha dato torto, ma il governatore e il suo vice, repubblicani e titolari della certificazione, potrebbero provare a rallentare o addirittura bloccare il processo provocando ritardi. Favoriti anche dalla complessità del sistema elettorale dell’Alaska, diverso da quelli di tutti gli altri Stati, salvo il Maine.