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 2026  novembre 01 Domenica calendario

Sembra un cannibale ma non lo è

Le immagini e le statue, si sa, non possono parlare. E dunque non possono nemmeno rispondere alla più semplice delle domande: “Chi sei?” Per questo è stato spesso stato frainteso il soggetto di rappresentazioni che arrivavano dal passato, e di cui si era ormai perso il riferimento. Ritratti romani del sanguinario imperatore Caracalla, nel medioevo, erano stati scambiati per san Pietro. A Costantinopoli, un gruppo che rappresentava Eracle che riceveva i pomi d’oro delle Esperidi veniva interpretato come Adamo nel Paradiso Terrestre insieme a Eva, alle figure allegoriche di Fame e Abbondanza, e alla mela proibita. Persino una statua equestre di Teodosio, con il braccio levato nel gesto tradizionale che chiedeva silenzio prima di un discorso, era diventata Giosuè che fermava il sole. Ma non bisogna neppure andare tanto lontano, nel tempo e nello spazio: il “Babuino” che dà il nome alla via di Roma è una statua che in origine non raffigurava una scimmia, ma un più mitologico satiro.
Il problema del fraintendimento del senso di un’immagine (quella che, tecnicamente, si chiama “iconotropia”) si presenta ancora più acuto quando quest’ultima arriva solo in frammenti. E di ciò ne sanno qualcosa archeologi e storici dell’arte.
Tra questi si annovera anche Véronique Dasen, che ha dedicato un libriccino fresco di stampa a uno dei puzzle più enigmatici che ci siano arrivati dal mondo antico. Un puzzle composto dai pezzi di una scultura di marmo, risalente all’epoca imperiale e rinvenuta nel 1678 nei resti di una lussuosa villa romana nei pressi di Grottaferrata. All’epoca venne incamerata nelle collezioni dei Barberini, dove fu classificata come “uno schiavo che morde un braccio umano”. E in effetti, i frammenti superstiti effigiano proprio un giovane seduto per terra, vestito in maniera rozza, che afferra un arto e sembra addentarlo di gusto. Per questo venne intesa come la rappresentazione, certo inedita, di un “cannibale”. Più complicato capire di chi si trattasse. Certo, il mito classico conosce vari casi di figure che si trovano a mangiare carne umana, ma in genere non lo fanno volontariamente: basta pensare a Tieste e Tereo, che banchettano ignari con le carni dei propri figli. C’è poi il caso di Tideo, uno dei Sette contro Tebe, che prima di morire assaggia, in un impeto di furia bestiale, il cervello del proprio avversario ucciso. Si può osservare, incidentalmente, che uno dei Bronzi di Riace è stato identificato con Tideo proprio per il particolare dei denti che scintillano, minacciosamente, da sotto i baffi; ma la statua di Grottaferrata non ha nulla a che fare con questo mitologico guerriero. Insomma, non si sapeva chi mai fosse questo misterioso antropofago ma, forse anche per la suggestione del passo dantesco sul “fiero pasto” del conte Ugolino, per molto tempo la sua classificazione non venne messa in discussione.
A ribaltarla ci pensò Johann Joachim Winckelmann, che si accorse di un particolare cruciale: nella mano appartenente al braccio morsicato era stretto un astragalo, uno di quegli ossicini di capre e pecore, dotati naturalmente di quattro facce, che nell’antichità erano usati come dadi. Questo cambiava tutto, e rendeva tra l’altro evidente un dettaglio fino a quel momento trascurato: il braccio addentato non era una sorta di taglio di carne, ma prima che la statua finisse in pezzi era attaccato a un corpo vivente, evidentemente il secondo personaggio della scena. L’antiquario inglese che acquistò la scultura dai Barberini, per questo motivo, ebbe buon gioco a identificarlo con una scultura di Policleto di cui parlano le fonti antiche, i Giocatori di astragali. E grazie a quest’escamotage riuscì a venderla a un prezzo esorbitante al collezionista Charles Townley, da cui poi agli inizi dell’Ottocento passò al British Museum, in cui si trova ancora adesso.
In realtà, come mostra Dasen, non è all’arte posata e razionale di Policleto che bisogna guardare, ma all’estetica elegantemente scomposta, allusiva e non priva di ironia dell’epoca ellenistica, se non oltre. Ed ecco che emergono gli altri riferimenti utili per contestualizzare quest’opera che risulta veramente unica.
Non miti arcinoti dall’allure tragica, ma episodi più minuti e circoscritti che raccontano la passione smodata che il gioco degli astragali, associato o meno a consistenti puntate di denaro, scatenava nei giocatori. In particolare i versi civettuoli e ironici delle Argonautiche in cui Apollonio Rodio rappresenta Eros che sull’Olimpo, barando sfacciatamente, surclassa un imbronciato Ganimede. Ed è in contesti accalorati di gioco infantile che si trovano paralleli letterari e iconografici del morso: non un raptus dettato dalla fame, o il pasto goloso di un cannibale, ma un gesto incontrollato e ridicolo di stizza del giocatore che perde nei confronti dell’avversario che l’ha battuto o lo sta per battere. Altro che Tieste, o il conte Ugolino: i frammenti del British Museum sembrano usciti da una scena esagitata di un film di Totò.