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 2026  novembre 01 Domenica calendario

Talentuose e protagoniste

Quando nel 1783 torna definitivamente a Roma dopo il lungo soggiorno londinese, Angelica Kauffmann prende casa a via Sistina, vicino a Trinità dei Monti. Roma è un crocevia di artisti, antiquari e collezionisti di ogni Paese europeo in cerca di bellezza, e il suo atelier diventa presto un luogo d’ incontro per tutti gli appassionati d’arte. È qui negli ultimi giorni del 1790 che va a farle visita, appena arrivata in città, una collega illustre quanto lei, la francese Elisabeth Vigée Le Brun.
Diverse per temperamento e stile, sono entrambe delle primedonne dell’arte ed entrambe rappresentano un punto di svolta: grazie al loro talento, al loro successo e alla loro fama internazionale hanno inaugurato una nuova stagione per le pittrici, sconfiggendo quella subalternità e marginalità che, tranne pochissime eccezioni, ne aveva caratterizzato nei secoli il ruolo. Ora per la prima volta una mostra a Napoli, alle Gallerie d’Italia, mette insieme queste due figure, sottolineando attraverso un’ampia selezione di dipinti non solo la loro maestria ma anche l’importanza della loro presenza nella storia dell’arte: Angelica e Élisabeth. L’età delle donne pittrici, più di settanta opere tra dipinti, disegni e sculture provenienti da musei e collezioni italiane e straniere che raccontano un’avventura artistica di grande rilievo ma anche la storia di due donne che hanno attraversato il loro tempo con coraggio, sfidando le convenzionali regole del gioco sociale. Accanto ai loro lavori sarà esposta una selezione di quadri di altre pittrici che testimoniano quella fioritura del talento femminile che caratterizza l’epoca.
Angelica, colta e riflessiva, fu una interprete molto originale della poetica neoclassica che imperava a Roma negli anni del suo ritorno in città, unendo, nei suoi quadri di storia o mitologici così come nei ritratti, alla severa ispirazione formale la capacità di dare vita e passione ai sentimenti dei suoi eroi e soprattutto delle sue eroine, che raccontava da un punto di vista femminile: Penelope, Cleopatra, le donne di Shakespeare non più figure di contorno ma al centro della scena, protagoniste di una nuova sensibilità che prefigura la percezione romantica e insieme propone l’immagine di una forte soggettività femminile. Élisabeth, il cui successo aveva coinciso con gli sfolgoranti anni Ottanta parigini, tra il fasto dei salon e l’affermarsi dell’Illuminismo, nei suoi ritratti delle belle e dei gentiluomini del regno o degli artisti aveva messo in scena alla perfezione il famoso detto attribuito a Monsieur de Tayllerand: «Chi non ha vissuto prima della rivoluzione non sa che cos’è il piacere del vivere».
Hanno alle spalle origini e storie simili e diverse. Angelica è nata nel 1741 in una cittadina dei Grigioni; suo padre, pittore girovago del Bregenzerwald, ne capisce presto il talento, che considera anche una buona fonte di reddito, e la porta con sé nei suoi viaggi di lavoro, soprattutto in Italia perché copiando le opere dei grandi maestri affini le sue capacità. A Firenze nel giugno 1762 la ragazza per esercitarsi ottiene nel Palazzo Ducale quella “stanza tutta per sé” che molti decenni dopo Virginia Woolf auspicherà per le donne che vogliono dedicarsi alla professione artistica. Poi si dirige verso le due città che sono in quel momento i poli magnetici del Grand Tour che coinvolge l’Europa colta: Roma, la città degli artisti, e Napoli, con il continuo passaggio di appassionati dell’antico, pittori, archeologi e aristocratici in visita alla corte dei Borboni. È a Roma che decide definitivamente di intraprendere la strada più ardua e ambita: la pittura di storia, una scelta audace e insolita per le donne, che non molte pittrici si sentono di compiere. E che ha bisogno sempre di nuovi mercati: per questo nel 1766 si trasferisce a Londra, dove ottiene un successo immediato conquistando ammiratori in tutti gli ambienti colti della città, tra cui sir Joshua Reynold, gran pittore e grande esperto d’arte, che forse prova per lei qualcosa di più di stima e amicizia, tanto che i due suggellano la loro intesa ritraendosi a vicenda. Quando quindici anni dopo torna in Italia, dividendosi tra Napoli, dove lavora per la corte di Maria Carolina e Ferdinando, e Roma, dove sceglie di stabilirsi, è ormai una pittrice affermata, cui i giovani talenti dell’epoca come Antonio Canova guardano con ammirazione e di cui viaggiatori illustri come Goethe cercano l’amicizia.
Elisabeth nasce nel 1755 nella Parigi degli illuministi, dei libertini e delle grandi cortigiane, anche lei figlia di un pittore che fa appena a tempo a introdurla alla sua arte prima di morire. Giovanissima, grazie al suo talento e al suo fascino, le si aprono le porte dei salotti colti e aristocratici. Non ha avuto un vero apprendistato ma fin da subito, studiando le opere dei maestri, coltiva ciò che anni dopo nei suoi “Souvenirs” definirà «la fureur de peindre». Dotata di un istinto pronto a catturare espressioni e stati d’animo, ha inoltre una qualità che la farà diventare la ritrattista della vanitosa ma non esteticamente perfetta regina Maria Antonietta: riesce, come dirà suo marito, il collezionista Pierre Le Brun, «a trovare attrattive alla bruttezza e nuovi incanti dalla bellezza». Il favore della regina sarà prima un vantaggio poi una minaccia: dopo lo scoppio della rivoluzione nel luglio 1789 con la sua bambina deve fuggire da Parigi dirigendosi in Italia. È l’inizio di un esilio destinato a durare dodici anni, che la porterà nelle corti delle grandi capitali europee d’Austria, Prussia e impero russo, lasciando con le sue opere un preciso e ineguagliato ritratto del mondo della grande aristocrazia e dell’arte tra Settecento e inizio Ottocento, dove ogni dettaglio è eloquente: abiti, acconciature, gesti, sguardi.
Spiccano nella mostra due straordinari autoritratti, entrambi provenienti dagli Uffizi: Angelica che rappresenta sé stessa come “Musa della pittura”, casta e pensosa, ed Élisabeth che si ritrae nel fulgore della sua bellezza, pennelli alla mano. Gli autoritratti, frequenti nella produzione di queste due donne sempre indipendenti e fiere della propria libertà, fanno parte di una precisa strategia professionale: per le pittrici, in un mondo dominato dagli uomini, è necessario costruirsi una forte identità personale anche attraverso la propria immagine.