Domenicale, 1 novembre 2026
De Roberto: lettere (con poco fuoco) al Corriere
Gran nevrotico, per tutta la sua vita Federico De Roberto cercò alibi per non scrivere i capolavori che ci si attendeva da lui dopo I Viceré, tassello intermedio di una trilogia che giunse a compimento solo a due anni dalla morte, con l’ammirevole (ma assai provvisorio e a tratti appena abbozzato) L’Imperio. Rispetto ad altri narratori nella sua stessa condizione, De Roberto si scelse un alibi alto, e che lo impegnava comunque a macinare parole su parole, a ritmo continuo, ritardando però il confronto con le imprese maggiori. C’erano le pagine culturali del «Corriere della Sera» da alimentare e il direttore Luigi Albertini non poteva fare a meno di lui. Dunque al lavoro! Anche se questo voleva dire rimandare a un domani sempre più incerto le prove di maggiore impegno. Lo spirito di servizio (e l’amore per i libri, cioè il desiderio di accumularne sempre di più grazie alle recensioni) come autoassoluzione.
L’epistolario tra De Roberto e Albertini, curato da Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla (dopo una prima edizione delle epistole dello scrittore catanese al giornale edita dalla sola studiosa nel 1979), è un oggetto da decifrare più che da leggere. Se gli scambi con la sua amante Ernesta Valle detta Renata, pure editi qualche anno dagli Zappulla, offrono un campione esemplare di carteggio adulterino di primo Novecento, tra lirismi, menzogne, autoinganni e una buona dose di cinismo da tutte e due le parti, questo volume aiuta a fare luce su un altro genere di rapporti complicati. I quattro termini, peraltro, si applicano perfettamente anche al suo sodalizio professionale col «Corriere della Sera».
Sulla copertina figurano i nomi di tutti e due i corrispondenti, ma a giungerci è quasi quasi solo la voce di De Roberto. È senza dubbio un effetto della differenza tra l’archivio di un quotidiano, che serba traccia di tutte le missive in arrivo, e la casualità con cui prendono forma le raccolte di lettere dei privati. In questi scambi però deve aver contato anche il peso diverso dei messaggi dell’uno e dell’altro. De Roberto si dilunga, argomenta, fa progetti, non lesina parole e prove di affetto al suo «caro amico Luigi» o addirittura al «caro Gigio». Albertini è invece assai più sobrio e sbrigativo col «caro De Roberto»: sì, no, forse, verifico.
In gran parte la materia del volume, concentrata tra il gennaio 1903 e il novembre 1905 (per ben 174 lettere su 226) colpisce per la sua trivialità: refusi non corretti, soldi non arrivati, titoli da concordare, tempi di consegna, i pericoli delle recensioni incrociate («L’articolo intorno a Oliva è meglio che porti il pseudonimo; perché soltanto pochi giorni addietro Oliva lodava me; ora, lodando io lui col mio nome, il Corriere potrebbe parere una società di mutuo incensamento»). La banale routine degli scambi tra giornali e collaboratori, ieri come oggi.
Le missive più elaborate letterariamente sono le prime. De Roberto, che chiaramente ambisce a essere arruolato in una posizione di rilievo dal quotidiano milanese, si mette in scena davanti ad Albertini, e per affascinarlo ricorre a una prosa assai più turgida di quella dei suoi romanzi, in una sorta di iperstilizzazione non priva di goffaggini. Ecco per esempio come racconta al direttore del giornale che a Catania con il comune amico Giovanni Verga si fanno delle grandi conversazioni: «Per fortuna è tornato Verga, col quale ci paghiamo orgie di chiacchiere». Quando però il legame si stabilizza, la scrittura si fa più misurata, un poco come, in tutt’altro campo, gli succederà con Renata (cui pure, giudiziosamente, fino all’ultimo De Roberto non negherà comunque il minimo sindacale di estasi e sospiri).
Solo occasionalmente le lettere di De Roberto si accendono davvero, per esempio quando lo vediamo commentare la pubblicazione dell’ultimo romanzo di D’Annunzio: «Del Fuoco si potrebbe dire, con una lieve modificazione del titolo: Al fuoco». Si tratta tuttavia di lampi abbastanza eccezionali. Per i lettori, più modestamente, l’interesse viene da ciò che gli scambi dei due uomini ci permettono di intuire della macchina del giornale. De Roberto commenta infatti le scelte editoriali, le diverse collocazioni possibili di un pezzo, i motivi che spingono a privilegiare una soluzione rispetto a un’altra, la competizione tra le testate per coprire tempestivamente un tema di improvvisa attualità. Proprio nella loro apparente banalità, queste notazioni permettono insomma di comprendere qualcosa del sistema letterario italiano del primo Novecento che altrimenti ci sfuggirebbe. Qualche volta, purtroppo, mancano le informazioni minime per intendere il motivo di una lettera di giubilo o di delusione, ma si spera che nuove ricerche, illuminando il contesto, rendano in futuro più chiari i riferimenti che allo stato attuale rimangono criptici.
Come con Renata, anche qui il carteggio si interrompe quasi del tutto per un susseguirsi incomprensioni che nel 1911 portarono a una rottura con Albertini, nonostante negli anni successivi De Roberto continuerà comunque a collaborare saltuariamente al quotidiano e ai suoi supplementi con qualche racconto e non farà mancare al suo Gigio le proprie opinioni sulla linea del giornale (in particolare per manifestare il proprio dissenso nei confronti del sostegno del giornale all’entrata in guerra nel 1915). Ma questo è forse solo il segno che per De Roberto anche quella con «Il Corriere della Sera» fu anzitutto una tormentata storia d’amore.