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 2026  novembre 01 Domenica calendario

Intervista a Pietro Sermonti

«Facendo questo film per la prima volta in vita mia mi sono chiesto come sarei stato se fossi nato donna e, soprattutto, chi avrei voluto essere».
Però. E che risposta si è dato?
«Claudia Pandolfi. La conosco da anni, ma non avevamo mai lavorato insieme. Dopo averla vista all’opera dalla mattina alla sera per settimane, posso dire che abbiamo gli stessi grammi di follia. È capace di tutto e non si ferma davanti a niente: ha una grande energia, è veloce e ha un umorismo irriverente. Una vera punk».
Per chi associa, e forse lo farà per sempre, il romano Pietro Sermonti, 55 anni, figlio del celebre dantista Vittorio e di Samaritana Rattazzi – quindi sua nonna era Susanna Agnelli – allo squinternato Stanis La Rochelle di Boris, non ridere dall’altra parte del telefono è un’impresa. Stavolta lui e il suo alter ego femminile sono i protagonisti di Un tranquillo funerale di famiglia, remake di Massimiliano Bruno del fortunato Funeral Party di Frank Oz del 2007, commedia molto divertente nelle sale dal 29 ottobre con un cast di fuoriclasse come Diego Abatantuono, Carlo Buccirosso, Stefano Fresi, Beatrice Arnera, Giulia Vecchio, Edoardo Ferrario, Giovanni Iovino e tanti altri.
A proposito di punk, Stefania Sandrelli a un certo punto del film sputa su un nano neanche fosse Sid Vicious dei Sex Pistols: com’è andata?
«Stefania è la più punk di tutti noi. È una donna dolce, libera e di carattere che per 65 anni ha attraversato senza filtri il miglior cinema del mondo: quello italiano. Nella scena in cui la bara con suo marito dentro si rovescia, il corpo le rotola sui piedi e vede le foto del defunto marito mentre fa sesso con un uomo “diversamente alto”, per rendere al meglio lo stupore e l’ira si è lasciata andare. E gli ha sputato».
Buona la prima?
«Sì. Massimiliano Bruno non voleva crederci. A bassa voce mi ha chiesto: “Ho visto bene? La Sandrelli ha sputato veramente addosso al nano (lo straordinario Giovanni Iovino nei panni dell’amante gay del morto che ricatta i suoi familiari minacciando di far sapere a tutti della loro relazione, ndr)?”. Poi, per stare tranquillo con la scena, Max dopo aver rivisto tutto al monitor, l’ha girata altre tre volte, fino a quando non è intervenuta la costumista: “Adesso basta con queste schifezze, mi rovinate tutti i vestiti"».
È vero che la villa sull’Appia Antica scelta per le riprese è la stessa in cui il 5 giugno 1999 Claudia Pandolfi festeggiò le sue nozze, quelle finite un mese dopo quando scappò con il vj Andrea Pezzi?
«Sì, proprio quella. La stessa dove Carlo Verdone nel 1988 girò Compagni di scuola. Claudia il primo giorno, appena è arrivata sul set, si è avvicinata e all’orecchio mi ha detto: “Il tavolo dove stavo seduta tutta vestita di bianco era dove adesso hanno messo la bara...”. Insomma, dopo venti minuti insieme, nonostante sul copione ci fosse scritto che io e lei eravamo fratelli, abbiamo deciso che saremmo stati anche gemelli».
Girando ha scoperto di avere un collega polacco uguale a lei, vero?
«Sì, grazie a dei miei amici. È il mio clone. Solo che lui è una star di film d’azione e ha una montagna di muscoli. Una specie di Schwarzenegger con la faccia di Stefano Bonaccini».
E che c’entra?
«Quando avevo la barba ero come lui. Dicevo a tutti che avrei voluto fare un film su di lui. Nessuno mi ha dato retta. Per fortuna (ride, ndr)».
Come si chiama il polacco?
«Non me lo ricordo, ma è tutto vero».
Tornando alla Pandolfi, se domani si svegliasse donna qual è la prima cosa che farebbe?
«Sarei molto arrabbiata. Non sopporterei che dei vecchi continuassero a legiferare sul mio corpo, dicendomi quello che posso fare o no. Le conquiste civili nel nostro Paese non sembrano mai definitive: ogni generazione deve ricominciare da capo».
Va bene, ma la prima cosa che farebbe da donna?
«Alla mia età? Temo di dire cazzate».
Ho il registratore pieno.
«Andrei in bicicletta. Noi maschi abbiamo tutto l’ambaradan lì sotto che ingombra e dopo un po’ ci fa soffrire, vorrei pedalare senza problemi».
Torniamo uomo. A 55 anni come si presenta?
«Pietro Sermonti, nato a Roma nel 1971, secondo semestre. Da ragazzino, quando giocavo a pallone, ci insegnavano a dire così. Sulla mia lapide, invece, ci sarà: “Pietro Sermonti, 1971, non tirò mai un pallone a un compagno piazzato meglio di lui"».
Lei da giovane giocava come trequartista nel Tor di Quinto, a Roma, e poi è passato alle giovanili della Juventus: raccomandato?
«Infatti non mi fecero quasi mai giocare... Mi ammalai di pubalgia e poi mi venne un’ernia inguinale. L’anno che passai a Torino fu un inferno».
Il suo talento calcistico l’ha trattato male?
«Malissimo. Ero bravo ma pigro, senza la forza interiore per accudire un talento. Il calcio è un mestiere che comincia a dieci anni: bisogna rinunciare a tante cose, allenarsi, andare a letto presto. Io non avevo la testa. Non facevo una vita da atleta. Bevevo gin tonic e cazzeggiavo tutte le sere».
Quando a 19 anni smise il colpo fu duro?
«Mi sentivo un cadavere che camminava. Il campo era l’unico posto in cui mi sentivo felice. Per ragioni familiari dolorose avevo bisogno di piangere, ma non lo sapevo. Quando facevo gol piangevo. Siccome dovevo piangere molto, facevo un sacco di gol. Impiegai dieci anni per capirci qualcosa e trovare la mia strada di attore».
Dolorose perché?
«Per tanti motivi. A 5 anni morì mia sorella che ne aveva 4, la separazione dei miei genitori, la solitudine...».
Da bambino rischiò anche di essere rapito, giusto?
«Sì. Però non vorrei parlare della mia famiglia: ho 55 anni...».
Il 55enne che dice: più bravo come attore o calciatore?
«Calciatore. Io sono un mistico: percepisco il mondo attraverso l’esaltazione, che per me è un gol. La cosa che mi ha salvato è che il mestiere dell’attore è un gioco, come il calcio».
Il quid di Sermonti qual è?
«Non lo so. Forse che mi piace tanto leggere. È un lascito di mio padre».
Quando da ventenne disse proprio a suo padre che avrebbe voluto imparare il cinese e lui replicò dicendole: “Figlio mio, i cinesi sono un miliardo e mezzo. Perché far sapere anche a loro quanto sei coglione?”, come reagì?
«Ahahahaha (ride, ndr). Ho adorato mio padre anche per queste battute. Meno male che ha registrato in video e in voce tantissime cose che ogni tanto posso rivedere. Oggi a lui e a tutta la mia famiglia non posso che dire una cosa: grazie. Ci ho messo un po’ di tempo, da giovane ero uno stronzo clamoroso».
Perché?
«Ero infelice e arrabbiato. Non vorrei tornare mai a vent’anni. Se avessi avuto una figlia, le avrei fortemente sconsigliato di frequentarmi».
Ha detto che anni fa dovette accettare di farsi aiutare da un analista: il punto di rottura quale fu?
«Mi svegliavo e mi chiedevo che senso avesse la vita. Non sentivo niente che mi spingesse. Oggi sono ancora ammaccato, sono migliore come giocatore e attore che come persona. Ma non sono ripugnante, sono difettoso».
Continua con l’analisi?
«Sì. Ho scoperto che faccio bei sogni: il mio inconscio è didascalico, mi dice le cose come stanno. Sogni neorealisti, niente cammelli che fanno capriole sulle astronavi».
Deve ancora emanciparsi da qualcosa?
«La capacità di amare totalmente. Me la sono tatuata sul braccio: senza amore si muore».
Quindi adesso è signorino o no?
«Non parlo di queste cose».
E la paternità? Un figlio lo farà o no?
«Argomento dolorosissimo. Ci ho pensato a lungo e poi niente».

Farà come Charlie Chaplin, diventato papà l’ultima volta a 73 anni?
«No. Mi sarebbero piaciuti dei figli non dei nipoti».

La cosa venuta meglio qual è?
«Un gol contro la Spes Montesacro da allievo del Tor di Quinto».
Come attore?
«Stanis La Rochelle in Boris. Tutti gli autori erano miei amici da una vita e solo loro potevano affidarmi un ruolo di un attore psicopatico e scemo. Io venivo dal bravo ragazzo di Un medico in famiglia. Un casting normale non mi avrebbe mai chiamato».
Il rimprovero che le fanno più spesso?
«Di essere un sòla. Nelle chat di famiglia il mio nome è quello. Nella vita sono stato un disertore, uno che scappava. Sul lavoro, invece, sono precisissimo, puntuale e attendibile. Sono un prussiano».
Un prussiano juventino: com’è essere un “gobbo” a Roma?
«Diciamo che se avessimo vinto come la Roma e io fossi stato un romanista a Torino, sarebbe stata una vita durissima».
Ha fatto la battuta.
«No, vabbè... Diciamo che ci si abitua. Io sono juventino, ma sono anche tanto romano. La frase che ho sentito di più in vita mia è: “Sei veramente un bravo ragazzo, peccato che sei daaa Juve”. E giù il coretto».