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 2026  novembre 02 Lunedì calendario

Assedio alla privacy Ue: le pressioni delle lobby con centinaia di incontri

Tra il 2025 e il 2026, mentre l’Ue scriveva le nuove regole sui dati personali digitali, Big Tech – da Meta a Google, da Apple a OpenAI – ha incontrato eurodeputati e governi centinaia di volte, nel tentativo di annacquare il Gdpr, l’attuale regolamento Ue sulla privacy. Lo rivela l’Ong belga Corporate Europe Observatory. All’Europarlamento, 655 incontri di lobbisti, per l’83% con imprese che hanno interessi sul Digital Omnibus, il pacchetto di modifiche proposto dalla Commissione von Der Leyen a novembre 2025. Per l’Ong, finora ci sono riuscite.
Nel solco del rapporto Draghi del 2024, il pacchetto promette meno oneri alle imprese e un’IA europea meno dipendente dagli Usa. Per Bram Vranken, coautore del dossier di Corporate Europe, è invece “il regalo di Natale della Commissione” all’amministrazione Trump perché indebolisce le tutele sui dati personali e ne facilità l’uso per le aziende. Lo scorso 21 ottobre, nel suo parere negoziale, il Consiglio Ue ha accolto molte delle proposte della Commissione criticate da associazioni e garanti della privacy: riconosce alle aziende il “legittimo interesse” di usare senza consenso i nostri dati per addestrare l’IA e l’esclusione dal Gdpr dei dati “pseudonimizzati”, quelli con i nomi sostituiti da codici ma la cui identità è ancora ricostruibile con informazioni aggiuntive. La proposta di poter rifiutare una volta per tutte, dal browser, i cookie che ci profilano online, era stata invece già cancellata a giugno.
Nella prima metà del 2026 il Consiglio, a presidenza cipriota, aveva infatti iniziato a smontare le modifiche più controverse, inclusa la nuova definizione di dato personale, legata non più alla persona, ma alla capacità di chi perde i dati di risalire o meno all’identità. Tanto da allarmare le aziende: a marzo Martin Ruby di Meta scriveva a un funzionario danese: “Abbiamo sentito che il Consiglio sta ridimensionando alcune proposte della Commissione sul Digital Omnibus. Ha tempo per parlarmi…?”. Il compromesso, però, non ottiene il sostegno necessario: a giugno la Germania forma una minoranza di blocco e fa rinviare il voto, con Italia e altri sei Paesi. A luglio, la presidenza passa all’Irlanda. Il negoziato riapre e il 21 ottobre il Consiglio approva un mandato negoziale che resuscita varie disposizioni precedentemente ridimensionate. È il testo su cui il Parlamento potrà intervenire prima che, nel 2027, si arrivi all’approvazione finale dopo i negoziati con Consiglio e Commissione. Stando ai documenti riservati ottenuti da Corporate Europe, tutto il processo del Digital Omnibus ha subito una massiccia attività di lobbying da parte delle Big Tech..
L’eurodeputata Aura Salla(Ppe) conta ad esempio 110 incontri. Ex lobbista di Meta, diventa relatrice del Digital Omnibus in commissione Industria proprio a febbraio. Ha detto a Politico che il Gdpr deve subire “cambiamenti brutali”. Un portavoce ha spiegato al Fatto che “i 110 incontri non erano coi lobbisti di Big Tech” e che Salla “ha lasciato Meta nel 2023, quando è stata eletta al Parlamento finlandese e da allora non ha ricevuto pagamenti dall’azienda”. Subito dopo, con 70 incontri, c’è Sebastian Tynkkynen, relatore ombra dei Conservatori e riformisti europei (estrema destra), condannato tre volte in Finlandia per incitamento all’odio etnico. “Pare che Google ha incontrato Tynkkynen 4 volte – si legge nel dossier – più di qualsiasi altro eurodeputato” in “una tendenza più ampia di contatti crescenti tra Big Tech ed estrema destra”. Per Noyb, Ong austriaca sulla tutela della privacy, gli emendamenti più radicali sono di Ppe e Conservatori.
In Irlanda,sede di Google, Meta&C., da maggio 2025 Meta ha contattato 41 politici, 9 dei quali per “ottenere il sostegno alla semplificazione della regolamentazione digitale a livello Ue”. A febbraio, quattro lobbisti di Meta hanno cenato col ministro delle Imprese Peter Burke dall’ambasciatore Usa a Dublino, discutendo di come “annacquare le norme digitali durante la presidenza irlandese”, riporta Corporate Europe. Burke respinge le accuse: “La presidenza irlandese opera con assoluta imparzialità”, ha detto e il Digital Omnibus “non mira a indebolire le tutele”, ma a semplificare le procedure per le imprese e favorire l’innovazione, salvaguardando privacy e diritti”. Eppure a luglio un gruppo di accademici, tra cui Mariana Mazzucato, chiedeva all’Irlanda di astenersi dal guidare i negoziati sul digitale, per i suoi “insormontabili conflitti d’interesse” con le Big Tech extraeuropee.
La Germania è un altro snodo della pressione. Già a ottobre 2025 Berlino propone di limitare il diritto di sapere quali dati conservano le piattaforme: uno “sforzo sproporzionato”, come aveva scritto Google due mesi prima in un documento inviato al governo. Interviene anche sui dati pseudonimizzati. A settembre 2026, a una conferenza sponsorizzata da Amazon, Google e Meta, un funzionario rivendica: “Siamo lieti di aver potuto portare a Bruxelles così tante delle nostre preoccupazioni condivise. La semplificazione che speravamo è in arrivo!”. Tra maggio 2025 e settembre 2026 il governo conta 85 appuntamenti con 11 imprese tech extra-Ue, 103 contatti aziendali: 28 con Google, 18 con Microsoft, 16 con Amazon e 11 con OpenAI. Il ministro Karsten Wildberger ne ha avuti 18. Sam Altman, capo di OpenAI, ha incontrato cinque volte in quattro mesi il cancelliere Friedrich Merz e il vice Lars Klingbeil, tre volte Wildberger.
Tra le repliche pervenute, Apple prende le distanze e ritiene che “la privacy sia un diritto umano fondamentale” e che “da tempo sostiene pubblicamente il Gdpr”. Google contesta invece che il “legittimo interesse” sia una concessione alle lobby: “Le argomentazioni più forti a favore di regole chiare e applicabili sono arrivate dalle autorità di regolamentazione europee, non da Google”. Per l’azienda, nel 2024 il Comitato europeo per la protezione dei dati ha riconosciuto che il legittimo interesse può già essere una base giuridica ai sensi del Gdpr e che inserirlo esplicitamente nella legge darebbe certezza giuridica, senza eliminare le tutele. Nel frattempo, Max Schrems, fondatore di Noyb, avverte del rischio di approvare il testo così com’è: “È una svendita totale dei dati europei alle multinazionali”.