la Repubblica, 2 novembre 2026
Kansas, il candidato predicatore dem Hamilton va a caccia del miracolo
Il popolo di Adam Hamilton si ritrova alle 10 del mattino davanti ai locali ormai vuoti di Jalisco, un tempo il ristorante messicano più popolare dei sobborghi di Kansas City, che messo in ginocchio dalla crisi economica è stato costretto a chiudere a maggio dopo 60 anni di attività. Il candidato democratico al Senato si ferma appena 15 minuti con il suo bus per stringere le mani dei volontari pronti a passare il resto della mattinata a far canvassing, ovvero campagna elettorale nell’area solidamente repubblicana a est della città. Inizia con una preghiera, termina con una benedizione.
«Il Nuovo testamento ha tutte le risposte», dice tirando fuori una Bibbia tascabile: «Io lo leggo ogni giorno». D’altronde, da 36 anni guida la United Methodist Church of the Resurrection, la più grande congregazione metodista di tutti gli Stati Uniti, da lui fondata nel 1990: nove location sparse per il Sunflower State, oltre 24mila membri attivi. «Il mio obiettivo è far conoscere il messaggio di Cristo alla gente», insiste il predicatore, celebre anche oltre i confini del suo Stato, per i suoi oltre 30 libri (il più famoso è Making Sense of the Bible, dare senso alla Bibbia) e per essere stato chiamato nel 2013 da Barack Obama a tenere il sermone del suo secondo insediamento presso la National Cathedral di Washington.
«Ho deciso di correre perché ciò che ho visto nell’ultimo anno e mezzo non somiglia alla volontà di Dio che predico da tutta la vita», afferma con tono pacato: «Non sono qui a chiedere il vostro voto, ma le vostre preghiere, affinché Dio continui a guidarmi e darmi forza, trasformandomi, se mai sarò eletto, nel suo strumento per respingere le tenebre nel Paese». «Amen», gli fanno eco i fedeli, pardon, i volontari, che mentre lo avvicinano per l’immancabile selfie chiedono anche la benedizione.
Sì, è una sfida decisamente anomala, quella lanciata dal pastore Hamilton al senatore uscente repubblicano Roger Marshall. Qui l’ultimo democratico ad aver vinto un seggio al Senato fu George S. McGinley nel 1932: ben prima che Victor Fleming ambientasse proprio in Kansas il suo Mago di Oz, con Judy Garland protagonista. Un film che nella sua surrealtà celava temi sociali ancora attuali: Dorothy rappresenta infatti l’americano medio, lo Spaventapasseri gli agricoltori affamati del Midwest, l’Uomo di Latta gli operai dell’industria pesante già in procinto di arrugginirsi: e il Leone codardo la classe politica vigliacca davanti alle crisi. Mentre il Mago incarnava il capo del Partito repubblicano Marcus Hanna, che governava con illusioni e trucchi senza avere soluzioni concrete.
Ebbene, quasi un secolo dopo, Hamilton potrebbe rompere l’incantesimo: secondo i sondaggi può davvero riconsegnare quel seggio al Senato all’“asinello”. Colpa delle politiche di Donald Trump che hanno avuto un impatto terribile sul Kansas, lo stato delle tre F, “Farming, Family, Faith” (agricoltura, famiglia e fede). Il prezzo del diesel, cruciale per i macchinari agricoli, è alle stelle. I dazi sulla carne bovina danneggiano gli allevatori. E i raid dell’Ice negli stabilimenti di lavorazione della carne di molte città rurali a sud-ovest hanno messo in crisi la produzione. Trump ha pure minacciato di vietare i jet prodotti da Bombardier: azienda canadese, certo, ma con sede a Wichita. Tutte politiche sostenute dal senatore ed ex ginecologo Marshall: criticato anche per aver denunciato oltre 700 sue pazienti che non avevano saldato le parcelle, facendone arrestare ben 81. «Avevo un’attività da mandare avanti», si è difeso durante un comizio: e il suo pubblico lo ha fischiato. Perché il Kansas repubblicano ha una forte anima indipendente, emersa già nel 2022 quando, dopo l’abolizione del diritto d’aborto a livello federale, il referendum con cui si mirava a vietarlo fallì: è ancora legale.
Hamilton per i dem è praticamente un miracolo: già solo per aver reso lo gara competitiva. I sondaggi lo mostrano in testa 49 a 45. Quanto basta e rendere il Kansas una delle sfide più importanti di queste elezioni, possibile ago della bilancia in Senato. Certo, c’è chi teme che il predicatore, capace di combinare attivismo sociale e evangelismo progressista, una volta eletto possa assumere posizioni poco consone ai compagni di partito, soprattutto quelli vicini ai Democratic Socialists. Lui afferma di voler «costruire ponti e ricucire divisioni politiche. Il mio superpotere è ascoltare». Sottolineando pure l’eterogeneità della sua mega-church: «Il 40 per cento dei fedeli è repubblicano, un altro 40 democratico e il 20 indipendente». Anche lui lo era: «Mi sono iscritto ai dem solo di recente». Il metodismo, si sa, attraversa tutti gli spettri: fede di Nelson Mandela e Hillary Clinton, ma anche di George W. Bush che ne fece la base del suo “conservatorismo compassionevole”. E pure di un’altra celebrity locale: Clark Kent alias Superman, che i disegnatori ebrei Jerry Siegel e Joe Shuster collocarono in una famiglia metodista di Smallville, Kansas appunto, proprio per dare radici solide ai suoi valori civici e comunitari. Su questo Hamilton è chiaro, il suo slogan è: «Leading from the Middle», governare dal centro.
Finora proprio fede e pastori evangelici trumpiani hanno aiutato i repubblicani a mantenere la presa sul Kansas. «Questo rende ancor più interessante la sua corsa», ci dice Josiah Kidwell, prof di Sociologia della religione alla Unlv: «In queste elezioni sta emergendo una nuova classe politico-religiosa che si oppone al nazionalismo cristiano della destra e a figure radicali e teocratiche che vorrebbero imporre limiti al voto delle donne e sostengono il “gospel della prosperità”, secondo cui i ricchi sono più cari al Signore. È a loro che si oppongono figure come Hamilton e Talarico, mirando a riportare la fede in linea con quanto Cristo ha detto su poveri, deboli ed emarginati. Al modello imposto dall’alto ne oppongono uno ecumenico aperto, la ricerca di un terreno comune basato su valori cristiani e dignità dell’essere umano. I valori religiosi come ispirazione e non dogma».
Anche per questo Trump e Marshall dipingono Hamilton come un estremista radicale: «Un woke che sostiene aborto e gender», dice uno spot mandato in loop sulle tv locali. La questione è per lui più complessa: «Ho parlato con donne abusate, povere, senza casa: lo Stato non può decidere del loro corpo», afferma Pastore Adam. Spiegando che lui, però, è “pro-life”: «Quando venni concepito, mia mamma aveva 16 anni, mio padre 17. Mio nonno voleva farla abortire, lei rifiutò. Me lo dice ancora: “Sono grata a Dio per non averlo fatto. Come sarebbe il mondo senza di te?”. Piango ogni volta». Nessun dubbio sul resto: «Ci sono solo due generi, uomo e donna. Ma non capisco perché bullizzare chi si sente nel mezzo». Alla giornalista che gli chiede per chi voterebbe Gesù, risponde senza esitare: «Diceva: “Ero straniero e mi avete accolto”. La mia corsa è guidata dalle sue parole. Per chi voterebbe?».