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 2026  novembre 02 Lunedì calendario

Il Regno Unito vuole entrare nello schema anti-Cina dell’Ue

Londra mette sul piatto uno sconto sulle tasse universitarie per gli studenti europei: ma in cambio chiede di essere inclusa nel Made in Europe, lo schema protezionista che la Ue sta mettendo a punto per difendere le proprie industrie dalla concorrenza cinese. 
È questo il do ut des attorno al quale sta girando la trattativa in vista del vertice euro-britannico in programma per il 20 di questo mese a Bruxelles: in quella sede si punta a rilanciare i rapporti fra la Gran Bretagna e la Ue dopo la Brexit, raggiungendo una serie di intese che vanno dall’agroalimentare alle emissioni fino alla mobilità giovanile.
Ma lo scoglio più arduo nella trattativa si è rivelato proprio il tema delle tasse universitarie. Dopo la Brexit, gli studenti europei, che prima pagavano le stesse rette degli inglesi, sono stati equiparati a tutti gli altri studenti internazionali: questo significa sborsare, invece del già salato conto di 9790 sterline all’anno (circa 11.700 euro), almeno il triplo. Bruxelles chiede di tornare alle tasse pre-Brexit, ma Londra finora si era opposta: adesso invece si intravede un ammorbidimento britannico, usato però come moneta di scambio. A Londra sono infatti molto preoccupati dall’entrata in vigore del Made in Europe, perché temono che le proprie industrie, classificate come «non europee», finiscano con l’essere vittime collaterali dello scontro fra la Ue e la Cina.
Ecco dunque il movimento sulla questione delle rette studentesche, che sta moltissimo a cuore agli europei. Si stanno esaminando diversi scenari, da uno sconto parziale a una equiparazione con gli inglesi: ma specialmente in quest’ultimo caso, si stima che il costo per il sistema universitario d’Oltremanica sarebbe di oltre mezzo miliardo l’anno. Il governo promette di ripianare l’ammanco: ma ci si chiede quanto risulterà popolare il ricorso ai soldi dei contribuenti britannici per sovvenzionare, di fatto, gli studenti europei.
Manca un accordo anche sulle cifre della mobilità giovanile, in base alla quale si consentirebbe agli under 30 europei di venire a studiare e lavorare liberamente in Gran Bretagna: la Ue spingeva per 150 mila ingressi all’anno, mentre i britannici ne offrivano solo 50 mila. Ci si sta orientando verso un compromesso di 80 mila: ma anche qui la questione è politicamente delicata, perché la mobilità giovanile è vista da molti come il primo passo verso il ritorno alla libertà di circolazione e dunque all’immigrazione incontrollata, che per i britannici resta uno spauracchio.
Come confessano fonti diplomatiche europee a Londra, è probabile che si andrà avanti a negoziare fino alla notte del 19, la vigilia del summit. Ma gli stessi diplomatici europei sottolineano che quel vertice non deve essere visto come un punto di arrivo, ma come una tappa lungo un cammino: dunque alcune questioni potrebbero essere all’ultimo scorporate e demandate a un’ulteriore trattativa.
Tutto ciò si inserisce nella strategia a lungo termine di Andy Burnham, il primo ministro britannico, per riallacciare i rapporti con l’Europa, senza escludere lo stesso rientro nella Ue. 
Nei giorni attorno al summit, il premier esporrà le opzioni sul tavolo, che vanno dal rientro nell’unione doganale al reintegro nel mercato unico fino al ricongiungimento alla Ue: la prospettiva tuttavia ha spaccato lo stesso governo, con diversi ministri di peso, dal Cancelliere dello Scacchiere (ossia il ministro del Tesoro) al ministro per le Imprese che hanno espresso scetticismo rispetto al reintegro nelle strutture europee. 
Anche il partito laburista è diviso: a una larga maggioranza filo-europea fanno da controcanto le preoccupazioni dei deputati che rappresentano le regioni operaie del Nord, che dieci anni fa hanno votato largamente a favore della Brexit. E come spiegano autorevoli fonti europee a Londra, la Ue si impegnerà in una trattativa per il rientro della Gran Bretagna solo quando emergerà un «solido consenso» in questa direzione: il che resta tutto da vedere.