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 2026  novembre 02 Lunedì calendario

Intervista a Fiorella Mannoia

Folgorata sulla via di De André.
«L’ho sentito per la prima volta a 14 anni, nella linea d’ombra dell’adolescenza, a quell’età in cui non siamo più bambini, ma non siamo neanche adulti. Quella voce così autorevole che mi parlava di un’umanità fino ad allora sconosciuta – drogati, prostitute, diseredati – per me è stata un imprinting: sono rimasta folgorata».
L’impressione umana di De André?
«Mi ha sempre colpito il suo grande senso dell’umorismo. Un umorismo tagliente».
Si diceva non fosse facile.
«Io penso che si dica che una persona ha un carattere non facile semplicemente perché ha un carattere. Pino Daniele era spigoloso come lo è Francesco De Gregori. Ivano Fossati no. Ivano è un po’ più simile a me». Fiorella Mannoia attraversa la musica da più di 50 anni. Ora è in tour con «Fiorella canta Fabrizio e Ivano: Anime Salve» (l’album esce il 27 novembre): «È un concerto coraggioso, perché addentrarsi nel repertorio di De André e Fossati assomiglia a un viaggio dell’anima. I teatri pieni mi commuovono: se la gente viene a sentire queste canzoni, significa che non tutto è perduto e le nostre anime sono davvero salve».
Perché Ivano Fossati è simile a lei?
«È il cantante – musicalmente e come costruzione delle canzoni – a me più vicino. Ho avuto la fortuna di godere della sua generosità, perché ha scritto per me tanti brani nel corso degli anni. Le sue canzoni non mi hanno mai fatto sudare, sono vestiti fatti su misura».
De Gregori visto da vicino com’è?
«Penso che Francesco vada a periodi, in alcuni è molto loquace, in altri si ritira. Lo conosco abbastanza bene per dire che è un uomo spigoloso, un po’ umorale. Quando la luna è storta, aspetti che passi».
Di Ornella Vanoni cosa la colpiva?
«La sua grande ironia. Soprattutto quella degli ultimi tempi, ormai diceva tutto quello che le passava per la testa. Una libertà dettata dalla sua indole e rafforzata dall’età».
Cosa le manca di lei?
«Le nostre telefonate, mi chiamava spesso. “Hai sentito che ha detto quello? Hai sentito quell’altro?”».
Ha collaborato con tutto il panorama musicale italiano. Una lite, uno scontro accesso?
«No, non ho mai litigato con nessuno. Io mi pongo sempre in maniera gentile con le persone e nessuno si è mai posto in modo aggressivo con me».
La sua gavetta come è stata?
Ride. «È passato così tanto tempo che non mi ricordo più quando è cominciata. Mi ricordo solo di aver sempre cantato. Con alti e bassi, momenti migliori e momenti in cui pensavo di lasciar perdere».
Come ha vinto i momenti in cui voleva lasciar perdere?
«Quando una passione è vera non passa mai. Per cui provavo e riprovavo. Canto da quando ne ho memoria, avevo sei anni: nella vita non avrei potuto fare altro».
Il primo Sanremo nel 1981.
«Mi sentivo dentro una centrifuga, ero parecchio frastornata. Poi non è che sia cambiato. Anzi. Oggi – con i social – è ancora peggio di allora, è un circo pieno di personaggi, un carrozzone».
Sei volte al Festival: una da dimenticare?
«Nessuna. Nessuna esperienza mi ha lasciato l’amaro in bocca, neanche quando ho sfiorato la vittoria».
Non ha rosicato quando Gabbani ha vinto con «Occidentali’s Karma» e lei fu seconda con «Che sia benedetta»?
«Erano più tristi e arrabbiati i miei collaboratori. Io non l’ho presa male. Giuro».
Fu una sfida. Dopo tanti anni di assenza, una big andava in gara.
«Posso dire di aver aperto la porta. Sono stata la prima. Non sa quante telefonate di colleghi e amici: “Ma sei matta? Non ne hai bisogno, ma dove vai?”».
Da uno a dieci quanto è competitiva?
«Sul palco zero. Sono consapevole di me. Non temo competizioni con nessuno. Sono competitiva sui giochi. A carte, alla PlayStation».
Gioca sempre a burraco online con Panariello?
«Appena siamo liberi sì».
E chi vince di più?
«Di solito pari, un po’ io, un po’ lui.
Ma quando ci sono i giorni in cui vince sempre lui, allora mi innervosisco».
Le piacciono le sfide. Ogni venerdì è in tv su Rai1 come giudice di «The Voice Senior», un abito inusuale per lei. Cosa l’ha spinta?
«Tutte le cose nuove spaventano. Infatti ero titubante, temevo di non essere all’altezza. Ma alla fine mi sono convinta perché tutti gli altri coach – Arisa, Nek, Rocco Hunt e Clementino – sono amici».
Di solito è lei a essere giudicata, ora deve farlo lei.
«Ma qui è più semplice, i concorrenti sono persone mature che fanno tutt’altro mestiere nella vita, non giochi con il futuro di nessuno. Sarei in grande difficoltà invece se dovessi giudicare un ragazzo, un giovane a cui puoi spezzare un sogno, anche perché non sono capace di mentire».
«Combattente» è il titolo di un suo album. Lei quanto lo è?
«Non ho mai voltato lo sguardo da un’altra parte quando ho visto qualcosa che non mi garbava. Ho sempre manifestato il mio pensiero, anche se certe volte mi ha penalizzato. Se mi chiamano per appoggiare una causa in cui credo, ci vado».
Ha preso tanti insulti?
«Certi insulti che, mamma mia... e poi la cattiveria. All’inizio forse mi facevano dispiacere, ma adesso mi ci diverto pure».
Lei si è sempre impegnata in tante battaglie sociali. A che punto è quella sulla violenza sulle donne?
«Si fa un passo avanti e due indietro. Hanno fatto una narrazione tutta sbagliata, hanno inculcato nella gente l’idea che si voglia andare nelle scuole a parlare di gender».
Invece?
«Sarebbe importante andare nelle scuole a parlare di rispetto e di amore per il prossimo. È una sorta di evoluzione dell’educazione civica: insegnare ai bambini il rispetto dell’altro, che sia una donna, una persona di un’altra religione o con un altro colore della pelle. Invece ancora oggi c’è chi parla di donne affidabili se hanno le gonne lunghe. Stiamo veramente delirando».
Da Elodie a Annalisa, anche il corpo delle donne sul palco è messo in discussione. Libertà che per alcuni sono una forma di femminismo e per altri un modo di assecondare fantasie maschili.
«Ma Cher ce la ricordiamo? E Madonna? Ci scandalizziamo perché una cantante ha il vestitino corto? Negli Anni ’70 eravamo molto più libere di adesso, andavamo in giro con la maglietta senza reggiseno e nessuno se ne preoccupava. Una donna gioca con il proprio corpo come vuole».
Lei non l’ha mai fatto.
«Perché non me la sono mai sentita». Ride. «E poi oggi che avrei da mostrare?».
Si è sposata solo pochi anni fa. Riteneva il matrimonio un’istituzione troppo borghese?
«No, assolutamente no. In realtà non avevo mai pensato al matrimonio: se stai con una persona, ci stai e basta».

E poi?
«Sono molto pigra, è il mio grande difetto. Il palco è la mia vita, faccio 120 date l’anno, però per il resto del tempo me ne sto a casa sul divano: non vedo quasi mai nessuno. Per cui l’idea di organizzare il matrimonio – chi devi invitare, chi si offende, i regali – è una cosa che non rientra proprio nella mia mentalità».
Così avete optato per il wedding-Covid.
«In quel periodo ci siamo detti che eravamo giustificati a invitare poche persone: facciamolo ora, sposiamoci perché sono 20 anni che stiamo insieme. Anche perché se no quando mi sposo? Al geriatrico?».
Con Carlo Di Francesco (musicista e produttore discografico) avete 26 anni di differenza: ci pensate?
«Ce lo fanno notare gli altri. Se ci avessimo pensato non ci saremmo fidanzati 20 anni fa. E ci scherziamo tanto tra di noi. Se guardiamo un film vecchio lo prendo in giro: “Ma tu che ne sai?”. Se mi faccio ripetere una cosa, lui ribatte: “Mamma mia, pure sorda mi stai diventando”. L’ironia salva la vita, sempre».
Come nacque tra di voi?
«È stato un colpo di fulmine, anche se non ci ho mai creduto. Ho sempre pensato che una persona prima la devi conoscere. Invece ci siamo incontrati sul set di un video, lui faceva il percussionista, ci siamo guardati e come due incoscienti – perché alla fine se ci rifletti è incoscienza da parte sua e da parte mia – ci siamo talmente trovati che abbiamo superato ogni barriera. Ci siamo guardati e da lì non ci siamo più lasciati».

Cosa le manca dei 20 anni?
«Niente. Se guardo indietro mi manca piuttosto l’infanzia. Anni felici in cui giocavamo per strada, senza la presenza ingombrante degli adulti di oggi, sempre a guardare quello che fanno i bambini. Eravamo felici e liberi».