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 2026  novembre 02 Lunedì calendario

La Francia sembra prepararsi a Le Pen (e toglie il respiro all’Europa)

Mai vista Parigi così vuota e così rassegnata, nel cuore di una crisi. Nel 1995, al tempo della grande rivolta contro il taglio delle pensioni – «la prima rivolta contro la globalizzazione» disse Edgar Morin –, la capitale brulicava di folla: con il metrò chiuso, i parigini si ingegnavano per andare al lavoro, chi in bici chi sui pattini chi in barca (non è uno scherzo, il premier Juppé requisì i Bateaux Mouches e invitò i francesi ad arrangiarsi anche con imbarcazioni private, tipo la ritirata britannica da Dunkerque).
Nel 2015, all’indomani della strage islamista del Bataclan, i parigini uscirono di casa in massa, accesero candele in place de la République, riempirono i locali per parlarsi, toccarsi, abbracciarsi. Oggi place de la République è presidiata dai blindati e da agenti con i mitra, e i locali sono chiusi o vuoti. Gli unici rumori del sabato sera sono le sirene della polizia, il brusio degli elicotteri che controllano dall’alto, e il ronzio dei trapani che fissano pannelli di legno per proteggere le vetrine, non soltanto di banche e oreficerie ma anche del piccolo negozio di famiglia. Chiuso il giardino di place des Vosges, eretto un muro di lamiera con il filo spinato a protezione del Louvre. Torna in mente Lucio Dalla: «E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra…».
Sabato sera non è accaduto nulla di irreparabile. Il solito corteo, dirottato sulla Périphérique (a Milano direbbero la tangenziale, a Roma il Gra), si è svolto pacificamente. I soliti casseurs hanno attaccato la polizia, le tv trasmettevano ogni cinque minuti l’immagine dell’agente avvolto dalle fiamme (se l’è cavata con un grande spavento e una piccola ustione a una gamba). Oggi i liceali tornano a scuola. Giovedì potrebbe andare peggio con lo sciopero generale. In ogni caso, è evidente che i disordini giovano alle estreme. A Jean-Luc Mélenchon, che se li intesta. E a Marine Le Pen, che dice: Macron non è in grado di reprimerli; ci penserò io.
Addavenì Marine
Se si votasse domani, Marine entrerebbe trionfalmente all’Eliseo. Quello che per decenni pareva inaudito sta per realizzarsi; a meno di sorprese ancora possibili. Un terzo dei francesi la vuole e la voterà fin dal primo turno. Un terzo la detesta, ma non ha la minima strategia e uno straccio di candidato da opporle. Un terzo appare rassegnato: magari non la voterà, ma pensa che sia venuto il suo turno.
Lei lo sa. E siccome non è solo la figlia di suo padre, ma un autentico talento politico, si presenta non come la candidata estremista, ma come la donna che può salvare la nazione. La Giovanna d’Arco de noantri. «Io non sono l’ala destra e non sono l’ala sinistra; sono l’uccello che vola» ha proclamato la settimana scorsa al congresso di Orléans, non a caso la città liberata dalla Pulzella. L’intuizione della campagna del 2017 è divenuta realtà. Allora disse: «La frattura non è più tra destra e sinistra, ma tra il basso e l’alto della società. Le élites hanno fallito; è il tempo del popolo». Il suo movimento si chiamava Front National, ed era già il primo partito operaio di Francia. Marine l’ha ribattezzato Rassemblement, storico nome dei neogollisti, e si proclama erede pure del Generale. E ora anche industriali, finanzieri, alti funzionari, insomma l’establishment, sembrano persuasi che l’unica alternativa al tribuno Mélenchon sia lei. Compreso Vincent Bolloré, che non l’ha mai amata, essendo più a destra di lei, come i suoi giornali. Mediapart, il coraggioso sito fondato dall’ex caporedattore centrale del Monde Edwy Plenel, ha scoperto i messaggi giovanili di Jordan Bardella, apertamente antisemiti, tipo i protocolli dei Savi di Sion e «gli ebrei controllano il mondo»; Bardella è stato rieletto presidente del partito con il 99% dei voti.
Oppositori senza leader
Una venatura antisemita è palese anche nelle parole di Mélenchon, che vezzeggia il suo elettorato arabo. Il tribuno si esprime per grida; e non solo perché è quasi del tutto sordo, e quindi abituato ad alzare la voce per sentirsi. Denuncia la violenza brutale della polizia, e non ha tutti i torti («la polizia in Francia mena molto ma molto più della nostra» spiegava Cossiga, che se ne intendeva). Si presenta come l’unica alternativa a Le Pen, e qui si sbaglia: al ballottaggio Mélenchon non andrebbe oltre il 30%. L’unica speranza che Marine non diventi presidente implica che al secondo turno il suo sfidante sia un altro. Perché, parliamoci chiaro, il programma lepenista sancirebbe la fine dell’Europa. Anche se lei non parla più di uscita dall’euro e remigrazione, la «preferenza nazionale» e la prevalenza della legge francese su quella europea abbatterebbero le colonne su cui si regge l’Unione. La Francia rischierebbe il disastro del Regno Unito dopo la Brexit.
In sintesi: se la maggioranza dei francesi non ha più nulla da perdere, allora vincerà Marine; se invece la maggioranza dei francesi ha ancora qualcosa da difendere, Le Pen sarà sconfitta ancora una volta, e salterà fuori un candidato della stabilità. Ma chi?
Il più forte al secondo turno sarebbe Édouard Philippe. Ex portavoce del suddetto Juppé, ex premier di Macron, è un centrista. Ma ha impostato la campagna a destra, puntando non tanto a riunire le forze repubblicane quanto a ridimensionare Le Pen. Il problema è che i francesi di tutto vogliono sentir parlare, tranne che di tagli alle pensioni e alla spesa pubblica. Spostandosi a destra, Philippe faticherebbe a raccogliere i voti della sinistra al ballottaggio. Sempre che ci arrivi. Secondo i sondaggi, in questo momento sarebbe fuori.
Da qui la pressione per organizzare primarie del centro e della destra. In lizza, oltre a Philippe – per ora contrario – ci sarebbero un altro ex premier di Macron, Gabriel Attal, il candidato dei Républicains (così Sarkozy ha ribattezzato i neogollisti) Bruno Retailleau, e l’astro nascente, il sindaco di Cannes David Lisnard, che è pure bello.
Poi ci sono i grandi vecchi in agguato. Si muovono ufficialmente per «aiutare a unire l’opposizione europeista e liberale a Marine Le Pen», ma sognano di candidarsi in prima persona se si presentasse l’occasione. A sinistra c’è l’ex presidente François Hollande, pronto ad approfittare delle difficoltà del candidato ufficiale Raphaël Glucksmann, forte a Parigi e non pervenuto in provincia. A destra ci sono l’ex premier di Chirac Dominique de Villepin e Christine Lagarde, che ha lasciato in anticipo la guida della Banca centrale europea. Speranze molte, possibilità quasi zero. Ricordate Marine? «Le élites hanno fallito; è il tempo del popolo».
Macron e La Douane
E Macron? Oscilla tra il mea culpa per il disastro del 17 ottobre e la retorica guerriera. Il suo fallimento è sotto gli occhi di tutti. In questi anni il presidente ha detto quasi sempre cose giuste, e ha fatto quasi sempre cose sbagliate. La costruzione europea non è avanzata di un solo passo quando c’erano lui a Parigi, il socialdemocratico Scholz a Berlino, Sánchez a Madrid, Draghi a Roma; non si vede come potrebbe avanzare oggi, se arrivassero Marine Le Pen, l’Afd e Vox. Quanto a Giorgia Meloni, si intenderebbe forse meglio con un destro moderato come Philippe che con Marine, oltretutto alleata in Europa di Salvini. Nel frattempo, in Rete spopolano spassosissimi video fatti con l’intelligenza artificiale, in cui Macron – occhiali scuri, a volte a bordo della moto d’acqua che ha effettivamente e sciaguratamente cavalcato quest’estate – esordisce con un sorridente «bonjour les pauvres!», ciao poveri, e spiega come campare a Parigi con venti euro al giorno.
Ma il nuovo idolo del web è Hamza detto La Douane, La Dogana. Un ragazzino arabo che quest’estate girava per Parigi minacciando di spruzzare i passanti con il fucile ad acqua se non cacciavano qualche euro. Nei giorni della rivolta è stato attivissimo, ad esempio nel disturbare la polizia scientifica che tentava di trovare le tracce dei casseurs. «Hamza sposta almeno il 2 per cento» si legge sui social, e magari è pure vero. Perché è diventato il simbolo del francese di seconda o terza generazione che francese non si sente per nulla. E perché è un segno dei tempi. Se giri per Parigi con una persona che ami, hai una bella casa, un buon lavoro, e ti si para davanti Hamza con il fucile ad acqua, ti fai una risata e gli dai qualcosa. Ma se sei stato lasciato dal tuo amore, sfrattato, licenziato, e ti si para davanti Hamza, come minimo voti Le Pen secco. E il problema è che in Francia oggi è molto ma molto più frequente la seconda ipotesi.