Corriere della Sera, 2 novembre 2026
Scuse per la schiavitù? Burnham non lo esclude. Disagio del re (nei Caraibi)
Si è ritrovato in una posizione imbarazzante, re Carlo, dopo l’intervento del primo ministro britannico, Andy Burnham sulla questione dello schiavismo: il sovrano inaugurerà con un discorso, domani, il vertice del Commonwealth ad Antigua, ma è stato preso in contropiede dall’improvvisa apertura, fatta sabato dal premier, alla possibilità di offrire scuse formali per la tratta degli schiavi che ha coinvolto in epoche passate la Gran Bretagna.
Finora la posizione del governo di Londra era stata di non cedere a richieste di scuse ufficiali, che potrebbero aprire la strada a riparazioni multimiliardarie, reclamate da tempo dai Paesi caraibici e africani.
E così Carlo esprimerà il suo «sincero dispiacere», ma non andrà oltre: si è appreso che il re era stato informato delle intenzioni di Burnham, ma ha deciso comunque di non modificare il suo discorso, anche perché, spiegano da Buckingham Palace, le scuse formali spettano al governo, non al sovrano. Va detto che ultimamente la stessa famiglia reale è stata chiamata in causa direttamente, dopo la scoperta di documenti che legavano la Corona inglese alla tratta degli schiavi.
Quanto a Burnham, che arriverà pure lui ad Antigua, non pare che farà ammenda pubblica in questa occasione, ma si affiderà a un «dialogo strutturato» con quanti sono stati colpiti dallo schiavismo: nel suo intervento di sabato, il premier ha comunque escluso la possibilità di riparazioni finanziarie, preferendo proporre una ristrutturazione del debito dei Paesi interessati. Le sue parole sono state salutate con favore dai leader degli Stati caraibici, che però hanno insistito che bisogna andare fino in fondo e giungere a una forma di compensazione. Carlo si trova dunque in una posizione difficile, esposto a richieste che hanno accompagnato il suo viaggio fin dall’inizio, quando durante le prime tappe è stata accolto da gruppi – ancorché sparuti – di contestatori. Ma d’altra parte non è certo la prima volta che Burnham si lascia andare a esternazioni a sorpresa, senza considerarne appieno le conseguenze.
La sua uscita ha in ogni caso riacceso il dibattito a Londra, ma ha suscitato anche critiche: la leader dei Conservatori, Kemi Badenoch (che pure è una nera di origine nigeriana) si è chiesta perché mai si vengano a domandare riparazioni alla Gran Bretagna e non agli africani, i cui avi profittarono ampiamente della tratta degli schiavi.
Diversi commentatori hanno infatti rammentato che lo schiavismo non fu affatto appannaggio degli europei: anzi, la maggioranza degli schiavi si trovava storicamente in Asia e Africa e il loro commercio vedeva in prima linea arabi, ottomani e gli stessi africani. In particolare, la Gran Bretagna vi ha partecipato in maniera assai ridotta (solo per il 9% del totale): per di più, i britannici furono i primi fra i grandi Paesi a mettere fuorilegge il commercio degli schiavi, nel 1807, e ad abolire del tutto la schiavitù nel 1833.
Nella prima metà dell’Ottocento la Royal Navy impiegò un sesto della propria flotta per condurre una lotta senza quartiere, attraverso i mari del mondo, contro la tratta di esseri umani: in questa impresa persero la vita ben 17 mila soldati (una vicenda immortalata anche da Steven Spielberg nel suo film Amistad, che si chiude con l’epica sequenza delle truppe inglesi che danno l’assalto alla fortezza schiavista sulle coste africane).
Alla luce di questi trascorsi storici, appare abbastanza pretestuoso mettere nel mirino proprio la Gran Bretagna per vicende risalenti a secoli passati: sembra piuttosto il riflesso di un terzomondismo di comodo, che fa leva su quello che già oltre quarant’anni fa Pascal Bruckner aveva definito «il singhiozzo dell’uomo bianco».