Corriere della Sera, 2 novembre 2026
Netanyahu sente Trump sull’Iran
I tempi non tornano. Donald Trump annuncia che gli bastano dieci minuti. Gli ayatollah rispondono che la guerra sarà lunga. Benjamin Netanyahu teme che non lo sia abbastanza. Le lancette dell’incertezza e dell’ansia battono in sincrono solo sulla data: da domani in avanti gli abitanti della regione devono cominciare a preoccuparsi. O a preoccuparsi ancora di più, perché da quando il presidente americano ha dichiarato il cessate il fuoco agli inizi di aprile le battaglie non sono terminate ma andate avanti a intensità variabile.
Dopo le elezioni di domani negli Stati Uniti per rinnovare la Camera e un terzo del Senato: questa è la deadline passata dagli americani ai regnanti e ai diplomatici nel Golfo per un eventuale decollo dei bombardieri. Il termine nacque durante la Guerra Civile e indicava la linea della morte tracciata per terra a delimitare il campo dei prigionieri, oltre si rischiava un colpo dalle sentinelle. Oltre si rischia di tornare al conflitto aperto e totale in Medio Oriente. È quello che vuole Netanyahu, ha addirittura cercato di convincere l’amico Donald a riprendere i raid prima del voto in Israele di una settimana fa. I due leader si sono sentiti al telefono tra sabato e domenica proprio per parlare di un possibile attacco congiunto.
Gli obiettivi però di discostano. Trump è convinto che ci siano ancora «uno o due siti nucleari da colpire», dove potrebbero essere tenuti quei 441 chilogrammi di uranio arricchito sufficienti ad armare una decina di testate. In campagna elettorale il primo ministro israeliano è tornato invece a parlare di «cambio di regime» e ha usato immagini apocalittiche generate con l’intelligenza artificiale come quella di un fungo atomico che si innalza tra i palazzi di una Tel Aviv devastata dall’esplosione. Il Qatar sta cercando di rilanciare i negoziati tra la Casa Bianca e Teheran, anche gli altri Paesi del Golfo sperano che le trattative possano evitare il ritorno alla guerra, in primavera sono stati i più bersagliati dai pasdaran. Che avvertono: «Saremo noi a dettare la durata dello scontro».
Mercoledì il presidente israeliano Isaac Herzog avvia le consultazioni con i partiti per decidere a chi affidare il primo tentativo di mettere insieme una maggioranza. L’opposizione denuncia che «Netanyahu non ha il sostegno del Paese per riprendere il conflitto». Teme che il premier sfrutti l’emergenza bellica per rinviare la convocazione della nuova Knesset. Perché Gadi Eisenkot e gli alleati hanno pronto il blitz per smontare le leggi autocratiche votate dalla coalizione di estrema destra e per cambiare il presidente del parlamento. La commissione elettorale sgonfia quasi del tutto il caso attorno a sospette influenze straniere, soldi dal Qatar, per spingere l’affluenza araba – «il voto è regolare, i risultati non sono stati compromessi» – e gli analisti calcolano che Herzog dovrebbe incaricare Eisenkot.
I partiti arabi hanno offerto l’appoggio all’ex capo di stato maggiore, che non l’ha ancora accettato ufficialmente almeno per formare il governo: quei voti sono benvenuti per far passare le norme alla Knesset. I rabbini di un partito ultraortodosso stanno valutando di non indicare alcun nome a Herzog: il blocco di Netanyahu scenderebbe così in questa conta a 46 mandati contro i 48 dell’ex capo di stato maggiore (più 19 dagli arabi). Eisenkot ha incontrato Avigdor Lieberman per la prima volta dalla chiusura delle urne, è lui quello da convincere, l’ex ministro della Difesa ha proclamato: «Non siederemo mai allo stesso tavolo con i sostenitori del terrorismo». Allo stesso tempo il più «falco» nella coalizione del cambiamento ripete di voler spodestare Netanyahu.