Corriere della Sera, 2 novembre 2026
La mobilitazione globale per tassare i super ricchi
Nessuno fa i soldi da solo. Ovunque nel mondo gli imperi economici si costruiscono grazie al lavoro di migliaia di dipendenti (spesso sottopagati), agevolazioni a carico degli Stati, infrastrutture costruite con risorse pubbliche, competenze e specializzazioni fornite dalle Università. Nel campo tecnologico il contributo della spesa pubblica è un motore fondamentale che finanzia la ricerca di base, sostiene l’innovazione industriale e accelera il processo di digitalizzazione. Hanno attinto a questa fertile prateria anche i 56 mila super-ricchi a livello mondiale che, secondo l’ultimo rapporto del World Inequality Lab, possiedono oggi un patrimonio personale di almeno 254 milioni di euro ciascuno. Una ricchezza tre volte superiore a quella di metà degli abitanti del pianeta. Tra il 1995 e il 2025, i loro patrimoni sono cresciuti in media del 4,9% all’anno. Quanto restituiscano alla società dipende dal sistema fiscale del Paese in cui risiedono. Nelle economie avanzate, i paperoni (lo 0,001% della popolazione) hanno un prelievo fiscale medio pari al 20-35% del loro reddito: una percentuale inferiore a quella sostenuta da qualsiasi altra fascia di popolazione, anche da chi guadagna meno. Succede perché la parte più consistente del loro patrimonio deriva da redditi da capitale (azioni, obbligazioni e fondi comuni) sui quali viene applicata un’aliquota molto bassa, e in alcuni casi pari a zero. Di fronte all’aumento di disuguaglianze innescate da crisi economiche e sociali, da salari troppo bassi rispetto al costo della vita, dalla difficoltà degli Stati a garantire un welfare dignitoso, a sostenere i costi provocati dal mutamento climatico e quelli per contrastarlo, cresce il consenso sull’idea che debbano essere proprio i super-ricchi a contribuire con un prelievo maggiore. Gli economisti hanno elaborato diverse proposte. Vediamo le 3 più dibattute.
La tassa sui miliardari californiani
Domani 3 novembre, insieme al voto di midterm, i cittadini della California saranno chiamati al referendum sulla Billionaire Tax Act. La proposta prevede l’introduzione di una tassa una tantum del 5% sul patrimonio di 246 persone che detengono una ricchezza pari a 2.200 miliardi di dollari, quasi metà del Pil dello Stato. Secondo lo studio realizzato nel 2025 dal National Bureau of Economic Research (Nber) i miliardari americani pagano un’aliquota fiscale effettiva del 24%, contro il 30% dell’intera popolazione e il 45% dei benestanti. Il referendum, lanciato dal sindacato sanitario SEIU-West, ha raccolto oltre 1,5 milioni di firme, e i promotori stimano un maggiore gettito di circa 100 miliardi di dollari. Il 90% delle risorse raccolte sarebbero destinate al sistema sanitario per compensare i tagli federali dell’amministrazione Trump, il resto a istruzione e welfare. La tassa si applicherà a tutti coloro che risultavano residenti in California il 1° gennaio 2026. I diretti interessati sono ovviamente divisi, per esempio Jensen Huang, Ceo di Nvidia, si è detto pronto a pagare, mentre Sergey Brin, co-fondatore di Google, ha trasferito la residenza in Nevada e ha speso ben 102 milioni di dollari per finanziare il comitato per il no.
Francia, la proposta Zucman
Il direttore dell’osservatorio fiscale europeo presso l’École d’économie di Parigi Gabriel Zucman propone in Francia una tassa minima del 2% su chi detiene patrimoni oltre i 100 milioni di euro. La misura coinvolgerebbe circa 1.800 famiglie e potrebbe generare fino a 20 miliardi di euro di gettito all’anno, necessari a rimpolpare le casse pubbliche e ad abbassare le tasse alla classe media. Il professor Zucman evidenzia come le classi popolari in Francia paghino un’aliquota effettiva complessiva di circa il 45%, i ceti medi del 50%, mentre i super-ricchi versano appena il 25%. La concentrazione della ricchezza è cresciuta in modo vertiginoso negli ultimi 30 anni: dal 1996 al 2024, la quota detenuta dalle 500 famiglie più facoltose è passata dal 6% al 42% del Pil. L’imposizione si applicherebbe per cinque anni, anche dopo eventuali trasferimenti all’estero. Un disegno di legge ispirato alla tassa minima di Zucman è stato presentato l’anno scorso dalle forze di sinistra, ma è stato bocciato dall’Assemblée Nationale. Tuttavia la misura, appoggiata da sette premi Nobel, sarà uno dei principali terreni di scontro nella prossima campagna elettorale.
Milionari in Italia
L’Italia è un Paese dove la distanza tra chi ha molto e chi ha poco si è allargata negli ultimi decenni: abbiamo tra gli stipendi più bassi d’Europa. Lo studio congiunto fra la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca evidenzia che 25 milioni di adulti vivono con meno di 13 mila euro all’anno, mentre i 50 mila italiani più facoltosi guadagnano oltre un milione di euro all’anno e in media incrementano il proprio patrimonio del 5% (sempre su base annua). L’Irpef è di fatto l’unico tributo che risponde al criterio della progressività: le aliquote aumentano in proporzione al reddito. Resta invece fissa al 26% quella sui redditi finanziari e al 12,5% quella sui titoli di Stato. Inoltre se i milionari convogliano i dividendi delle loro aziende nelle holding, si può ridurre la base imponibile fino al 95%, con enorme abbattimento del carico fiscale. Siccome la maggior parte del patrimonio è formata proprio da redditi da capitale, la tassazione complessiva effettiva dei 50 mila italiani più ricchi si ferma al 32,6%. Imposte indirette incluse. Per i lavoratori dipendenti del ceto medio invece la tassazione complessiva (Irpef, più Iva sui consumi, accise, tassa sui rifiuti, addizionali, contributi) arriva in media al 45%, quella delle classi popolari al 40%. Per riequilibrare il sistema, Oxfam Italia propone l’introduzione di una tassa extra dell’1% per chi ha un patrimonio compreso tra 5,4 e 8 milioni di euro, del 2% tra 8 e 20,9 milioni, e del 3% oltre i 21 milioni. In sostanza a quanto ammonterebbe la tassazione aggiuntiva per chi ha un patrimonio di 8 milioni di euro? 26mila euro, che equivale all’1% sulla differenza fra 5,4 e 8 milioni. Il gettito stimato è di circa 13 miliardi annui da destinare a sanità, scuola, supporto ai salari e interventi contro il cambiamento climatico. La quota più consistente dovrebbe essere pagata dai 3.100 italiani che secondo il recente rapporto Global Wealth possiedono un patrimonio superiore a 100 milioni di dollari.
Le obiezioni
I critici ipotizzano conseguenze disastrose se questa misura venisse adottata. Il timore più diffuso è la fuga dei capitali all’estero. Tuttavia studi recenti condotti nella Ue e in particolare nel Regno Unito dopo la revisione del regime fiscale per i non domiciliati (non-dom) ridimensionano le previsioni: i contribuenti più facoltosi che hanno scelto l’esodo non superano lo 0,5% del totale e il loro impatto su investimenti e occupazione risulta trascurabile. La seconda obiezione riguarda la doppia tassazione sulla stessa ricchezza: prima quando viene prodotta e poi come patrimonio accumulato. E questo sarebbe ingiusto. In realtà, come abbiamo detto, il patrimonio dei super-ricchi deriva principalmente da reddito da capitale, agevolato fiscalmente.
I 120 milionari di Londra
Un tassa sui super-ricchi potrebbe ridurre almeno parte delle disuguaglianze del nostro tempo. Ne sono convinti anche 120 milionari che a luglio hanno chiesto al governo di Londra di aumentare il prelievo fiscale sui grandi patrimoni. Il principale ostacolo resta però l’applicazione: la complessità dei patrimoni, spesso detenuti tramite trust e strutture societarie opache, riduce la base imponibile effettivamente tassabile. Va però detto che l’abolizione del segreto bancario, gli accordi di scambio automatico di informazioni e gli strumenti digitali rendono meno complicato scovare le grandi ricchezze. Volendo.