Corriere della Sera, 2 novembre 2026
Referendum su Trump, già 54 milioni al voto
Domani è in gioco il controllo repubblicano su Washington. Sono in palio tutti e 435 i seggi della Camera, 35 dei 100 seggi del Senato e le poltrone di 36 governatori. Si è registrata un’impennata del voto anticipato: 54 milioni di americani si sono già recati alle urne o hanno votato per posta, secondo Nbc News, 7 milioni in più rispetto all’ultimo midterm nel 2022. L’entusiasmo sembra più forte tra i democratici: secondo dati degli Stati che raccolgono queste informazioni, finora hanno votato 10,7 milioni di democratici, 7,8 milioni di repubblicani.
In un clima politico sempre più cupo per il presidente Donald Trump (che ha un tasso di popolarità medio del 38%) e il suo partito, con l’aumento dei costi di generi alimentari e della benzina, la guerra con l’Iran e le preoccupazioni per la corruzione governativa che fanno da sfondo al voto, i democratici hanno una seria possibilità di riconquistare sia la Camera che il Senato (l’88% e il 63% secondo VoteHub), anche se nulla è scontato e la situazione al Senato resta particolarmente incerta.
Verso il 2028
Dal suo ritorno alla Casa Bianca Trump ha privilegiato il ricorso ai decreti presidenziali rispetto al normale iter legislativo, ridimensionando di fatto il ruolo del Congresso, ma il controllo democratico limiterebbe le sue possibilità di ottenere risultati politici nei suoi ultimi due anni di mandato. Inoltre l’esito delle elezioni sarà visto come un referendum su Trump, che ha ripetutamente chiesto agli americani di votare come se il suo nome fosse sulla scheda elettorale ed è responsabile di aver portato alla ribalta alcuni candidati che rischiano di perdere, tra cui Ken Paxton per il Senato in Texas. Se i repubblicani superassero le aspettative, Trump potrebbe rivendicare di aver mobilitato la base conservatrice, grazie a una campagna elettorale a tappeto: 27 eventi in 19 Stati negli ultimi 30 giorni, più di qualsiasi presidente per il midterm. Ciò rafforzerebbe la sua influenza sul partito anche nelle primarie del 2028 e nel dopo-Trump. Se le perdite saranno gravi, invece, un numero maggiore di repubblicani potrebbe sentirsi incoraggiato a prendere le distanze da Trump mentre il partito decide come riorientarsi in vista del futuro.
La maggioranza
I repubblicani stanno lottando per mantenere il controllo risicato della Camera, ma i democratici si sentono così sicuri che da mesi si vantano di come intendono usare la maggioranza per mettere sotto pressione l’amministrazione Trump. Ai democratici bastano tre seggi per ottenere la maggioranza ma sperano di conquistarne molti di più. Si sono spinti con forza in distretti repubblicani, inclusi alcuni in cui Trump ha vinto con un margine a doppia cifra nel 2024. Con il controllo della Camera (senza il Senato), comunque, non c’è molto che potrebbero realizzare. Oltre ad approvare i cosiddetti «messaging bills» (che non hanno alcuna possibilità di essere convertiti in legge) si concentrerebbero su indagini su Trump e i suoi ministri, sulle ricchezze accumulate durante il mandato, sulla sua riorganizzazione del governo federale e la persecuzione dei nemici politici. Il margine di maggioranza alla Camera avrà conseguenze concrete. Mantenere unita una maggioranza esigua è difficile. Un piccolo gruppo di deputati di estrema sinistra si è già rifiutato di impegnarsi a sostenere il leader Hakeem Jeffries come prossimo speaker della Camera se non in cambio di concessioni.
Gop sulla difensiva
Fino a pochi mesi fa, i repubblicani erano dati per favoriti al Senato: hanno una maggioranza di 53 seggi contro 47. I democratici devono strapparne quattro (in caso di pareggio, decide il voto del vicepresidente) in Stati fortemente repubblicani. Ma in autunno i sondaggi hanno iniziato a mostrare una situazione a sfavore dei repubblicani. Oltre ai tradizionali Stati contesi come il Maine, la North Carolina e l’Ohio, il partito si trova sulla difensiva in Texas, in Alaska, in Iowa, in Kansas. I repubblicani stanno versando ingenti somme di denaro persino in roccaforti come South Carolina e Mississippi. Sulla mappa l’unica opportunità di conquista di un seggio democratico per i repubblicani è invece il Michigan, dove la frattura nella coalizione democratica (con l’endorsement ai repubblicani della ex rivale nelle primarie di Abdul El-Sayed) ha creato una nuova complicazione in una sfida già serrata. La riconquista del Senato da parte dei democratici li spingerebbe a indagare sul presidente, sulla sua famiglia e sulla sua amministrazione e forse a mettere Trump sotto impeachment (anche se per la condanna servono i due terzi del Senato, che non avranno). Cosa ancora più significativa, un Senato a maggioranza democratica renderebbe molto più difficile per Trump ottenere la conferma dei suoi candidati in posizioni chiave, come un potenziale posto vacante alla Corte suprema.
Come reagirà Donald
Da mesi i democratici lanciano l’allarme che Trump potrebbe contestare nuovamente la legittimità delle elezioni in caso di sconfitta. In Alaska, ha già ordinato preventivamente al dipartimento di Giustizia di bloccare la certificazione dei risultati qualora il senatore repubblicano in carica dovesse perdere con un margine inferiore al numero di voti ottenuti da un avversario dal nome quasi identico (reclutato dai democratici), ma un giudice ha archiviato ieri il caso e il senatore repubblicano ha detto che accetterà i risultati anche in caso di sconfitta. Comunque anche una vittoria schiacciante dei dem domani sera potrebbe rimanere impantanata in settimane di controversie e ricorsi legali.