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 2026  novembre 01 Domenica calendario

Teatro Brancaccio, è battaglia sull’eredità

Il sipario sul teatro Brancaccio rischia di aprirsi su una battaglia giudiziaria da 24 milioni di euro. Non c’è un copione, ma un’eredità contesa, una principessa morta a 107 anni e una lontana parente decisa a rimettere in discussione la destinazione della sua fortuna.
Dodici anni dopo la scomparsa di Fernanda Ceccarelli Brancaccio, il patrimonio della nobildonna torna al centro di uno scontro che coinvolge anche lo storico teatro di via Merulana, calcato da leggende come Aldo Fabrizi, Anna Magnani e Jimi Hendrix.
Maria Luisa Bottini, 79 anni, rivendica una quota dell’eredità e ora chiede ai giudici di sequestrare gli immobili lasciati alla Fondazione Marcantonio Brancaccio, amministrata dal sindaco di Roma.
Il motivo? Teme che, mentre la causa si trascina nelle aule di tribunale, le spese della Fondazione finiscano per consumare parte del patrimonio. Una preoccupazione che l’avvocato di Bottini ha tradotto in una richiesta alla Corte d’appello di Roma: affidare temporaneamente gli immobili a un custode indipendente, incaricato di amministrarli e incassare gli affitti.
In alternativa, congelare beni e disponibilità finanziarie della Fondazione fino a 5 milioni di euro. Ma su cosa si fondano le pretese della settantanovenne? A legarla alla principessa è sua zia Ofelia, cugina di primo grado della nobildonna. Una parentela sulla quale Maria Luisa Bottini ha costruito la sua battaglia per ottenere una parte dell’eredità.
Nel 2023 il Tribunale di Roma aveva riconosciuto che esistevano elementi sufficienti per consentirle di contestare le disposizioni testamentarie. Questo, però, non significava riconoscerle il diritto a ereditare. E infatti, quando la causa è entrata nel merito, il giudice di primo grado ha respinto la sua richiesta.
Bottini, però, non si è arresa. Ha presentato appello e la causa, secondo le previsioni della sua difesa, potrebbe trascinarsi almeno fino al 2029. Altri tre anni durante i quali, sostiene, il patrimonio rischierebbe di assottigliarsi. Da qui il nuovo ricorso, presentato contro un’ordinanza del 7 ottobre della settima sezione della Corte d’appello, per ottenere una misura di protezione immediata.
A preoccupare la donna sono soprattutto i conti della Fondazione. Sulla carta, al 30 novembre 2025, l’ente possedeva immobili ereditati per 23,8 milioni di euro. In cassa, però, risultavano appena 46.804 euro, a fronte di debiti per circa 2,7 milioni. E anche gli affitti, che rappresentano la principale fonte di entrata, secondo la difesa non sembrerebbero garantire un margine sufficiente a mettere al riparo il patrimonio.
Nei primi undici mesi del 2025 la Fondazione ha incassato complessivamente circa 1,3 milioni di euro, una media di 112.700 euro al mese. Ma il funzionamento della struttura ha costi importanti: circa 250mila euro per il personale e altri 500mila per i servizi. Alla fine, il bilancio del periodo si è chiuso con una perdita di 31mila euro. Nei documenti compare anche un fondo di 300mila euro destinato alla beneficenza, senza che, secondo quanto riportato nel reclamo, siano indicate specifiche somme effettivamente distribuite attraverso quel fondo.

Attenzione, però nessuno di questi numeri, da solo, dimostra che il patrimonio sia stato gestito in modo illecito. Lo riconosce lo stesso avvocato di Bottini, che esclude di poter ricavare dai conti la prova di frodi o distrazioni di denaro. Il suo ragionamento è un altro: se buona parte degli affitti serve a mantenere in piedi la struttura e la liquidità è così ridotta, cosa potrebbe accadere nei prossimi anni?
È questo il rischio che Bottini chiede ai giudici di scongiurare, affidando a un soggetto terzo la gestione degli immobili fino alla conclusione della causa.
Ma nella battaglia per l’eredità c’è anche un’altra questione. E potrebbe rivelarsi persino più importante dei conti. La difesa della settantanovenne mette infatti in discussione il diritto stesso della Fondazione Brancaccio a essere considerata erede universale della principessa.
A offrire lo spunto è una sentenza della Corte d’appello di Roma del 2 ottobre, relativa a un’altra controversia nata attorno alla fortuna della nobildonna. Protagonista, in quel caso, era l’avvocato Giancarlo Pizzoli, che aveva chiesto 5 milioni di euro per l’assistenza legale prestata alla principessa e per il lavoro svolto come suo amministratore di sostegno. I giudici hanno respinto il ricorso, ritenendo che compensi di quella portata non potessero essere concordati senza il via libera del giudice tutelare.
Si trattava, secondo la Corte, di operazioni troppo importanti dal punto di vista economico per essere considerate normale amministrazione, anche se la principessa conservava una residua capacità di intendere e di volere.
Ed è qui che la difesa della Bottini intravede uno spiraglio. Se per impegnare somme così elevate serviva il permesso del giudice tutelare, perché non avrebbe dovuto essere necessario anche per costituire una Fondazione destinata a ricevere l’intero patrimonio della principessa? È la domanda che il legale della Bottini pone alla magistratura, sostenendo che anche la nascita dell’ente avrebbe richiesto quella autorizzazione.Un ragionamento ancora tutto da verificare, che non significa affatto che la Fondazione sia stata costituita illegittimamente. Ma che, se trovasse conferma nel giudizio sulla successione, potrebbe mettere in discussione uno dei presupposti su cui si regge l’assegnazione dell’eredità.Per il momento, però, la questione più urgente è un’altra: chi deve occuparsi dei beni mentre la causa va avanti?
La Bottini vorrebbe sottrarne temporaneamente la gestione alla Fondazione. Quest’ultima, intanto, resta l’erede designata della principessa, dopo che la pretesa della lontana parente è già stata respinta in primo grado.La prossima parola spetta alla Corte d’appello. E così, a più di un decennio dalla morte della principessa Fernanda Ceccarelli Brancaccio, il destino della sua fortuna resta al centro di una disputa che intreccia legami familiari, milioni di euro e la storia di uno dei teatri più amati della Capitale.