la Repubblica, 1 novembre 2026
Antonio Rezza e Flavia Mastrella parlano della loro carriera
Il fenomeno c’è, fa parlare di sé da almeno 40 anni e continua a lavorare, a coltivare vecchi e nuovi territori, dal teatro al cinema, in una marginalità per niente appartata visto che cattura ogni anno centinaia e centinaia di spettatori. Il fenomeno è “rezzamastrella” e sono Antonio Rezza e Flavia Mastrella, lui attore, lei scenografa, fragorosi e travolgenti in scena, dolcissimi nella vita. Sono reduci dall’Asia, una tournée applauditissima tra Hong Kong e Tokyo, e prima a Lisbona. Ora si apprestano a celebrare i quattro decenni di attività in un lungo calendario che “parte a giorni e andrà avanti fino a metà del 2028” preannunciano: dal 5 novembre Metadietro l’ultimo surreale e satirico lavoro sulle derive individualiste di oggi è all’Elfo Puccini a Milano dove l’8 Rezza presenterà il nuovo disco Il pianto del centauro edito da Betty Wrong. Poi anche con altri spettacoli del repertorio, c’è la tournèe a Roma a dicembre e gennaio, Napoli, Genova, Venezia, via via fino a Bologna a maggio, e col progetto poi di una mostra antologica alla Milanesiana.
Da una mostra fotografica iniziò nell’87 anche il vostro connubio. Come si sopravvive a se stessi per così tanto tempo?
Mastrella: “All’epoca ero un’artista visiva. Ero bravina, vincevo premi, ma era difficile arrivare alle gallerie. Andava l’informale come pittrice non era il mio tempo. Quando per caso ho incontrato Antonio, mi è piaciuto, non era il solito attore posone. Se siamo ancora qui è perché abbiamo capito che l’unione dei nostri cervelli è rarissima”.
Rezza: “Io volevo fare il pilota di Formula 1, ma i corsi costavano troppo. Ho ripiegato sul teatro, pensando di tirar su qualche soldo e ci sono rimasto incastrato. Poi ho visto gli habitat di Flavia e ci sono rimasto davvero”.
All’inizio c’era una storia d’amore fra di voi?
Mastrella: “Vabbè, è normale. Ma ad amarsi sono capaci tutti. A fare quello che facciamo noi, no”.
Rezza: “Anche se la storia d’amore finisce, come nel nostro caso, resta un matrimonio, ma senza la schiavitù della quotidianità amorosa. Non lavoriamo insieme perché uno è la moglie, o il marito, o il fidanzato. Ma per stima reciproca e curiosità.”
Mastrella: “Soprattutto nessuno vuole comandare sull’altro”.
Con orgoglio dite di essere tra i pochi artisti realmente indipendenti del nostro teatro. Cos’è questa indipendenza?
Rezza: “È odio puro per i fogli bollati. Vedo giovani artisti che passano più tempo a fare i commercialisti di se stessi che a creare. Siamo indipendenti perché ogni spettacolo allo Stato costa zero: nessuno ci finanzia”.
Mastrella: “Non siamo mai stati “protetti” dalle istituzioni. Il potere ci ha sempre guardati con sospetto, perché siamo indomabili. Ma è un’insofferenza reciproca”.
Vi professate anarchici?
Rezza: “Siamo oppressi da poteri ben mascherati. La nostra ricerca va contro ogni forma di potere e di istituzione. Fin da quando avevamo vent’anni abbiamo un’insofferenza per la gerarchia”.
Cosa pensate dei giovanissimi e delle proteste violente dei giorni scorsi?
Rezza: “L’insurrezione è sempre necessaria. Nella storia dell’uomo un potere giusto non c’è mai stato. Ho però il sospetto che le proteste di questi giorni non siano tuttavia sempre sincere."
Mastrella: “Tagli all’istruzione, all’arte e all’assistenza medica, è la distruzione del futuro. Alla devastazione la risposta può essere solo devastazione”.
Per questo il vostro “Metadietro” è così amaro?
Rezza: “È più amaro di altri, sì, più gravitazionale. Ma è la realtà che percepiamo. Per me è anche un’esperienza quasi rilassante. Stare in scena con Daniele Cavaioli è come dividere le responsabilità. Lui poi ha un ritmo infallibile e io mi adatto”.
Chi sono gli interlocutori ideali con cui cenereste volentieri?
Mastrella: “Elias Canetti è il mio Dio. E poi i Fluxus, Debord, Fontana. Gente che ha rotto gli schemi”.
Rezza: “Bacon, Artaud, Jodorowsky, Zappa. Mi piace chi non ha la pretesa di farsi capire. Oggi l’arte va troppo incontro al gusto del pubblico. Se pago un biglietto, non ho il diritto di capire tutto. Se guardo un quadro di Bacon, voglio smarrirmi. Lui ha lavorato per sé, non per me”.
C’è un rimpianto in questi quarant’anni?
Mastrella: “Abbiamo lasciato il cinema perché non era abbastanza libero, ed è stato un prezzo altissimo. Quello che ci manca è il dialogo tra artisti, quello che c’era tra Pasolini, Bene, Camus, Alfonso Gatto, Ungaretti. Siamo nati nell’era dell’individualismo, purtroppo, che si è radicalizzato”
Come vedete il futuro?
Rezza: “Con un paio di cateteri. Ma a parte questo ci piacerebbe rifare La tegola e il caso, la trasmissione che facemmo su Rai3 nel 2018, magari da Tokyo, perché vorremmo continuare a fare queste interazioni con le popolazioni che non sono di qua. E poi c’è il film che è lì dal 2000”.
Che film?
Mastrella: “Un film nel cassetto. È ispirato a Il Visconte dimezzato di Calvino. Servirebbe un produttore coraggioso, perché ci sono effetti speciali e centinaia di comparse. Ma a noi piace così, se no è solo noia ministeriale”.